
C’era un gatto a Kyoto
C’era un gatto a Kyoto. Camminava per Gion e osservava gli esseri umani. Il contadino abbronzato, il nobile dai capelli lunghi legati, la signora in kimono di seta e quella in yukata lacero e sporco. Il gatto era nato con in sottofondo la pace apparente del periodo Tokugawa. Era un periodo strano. Un giorno cacciava nei dintorni della villa di un signore, lo sentiva litigare con qualcuno, non voleva sottomettersi ai Tokugawa diceva, è colpa degli stranieri e dei cristiani se le tradizioni giapponesi andavano perdendosi, lui era buddhista, un uomo di valore con sani principi, i cristiani invece si riempivano la bocca di belle parole per poi fare il contrario, diceva. Al gatto non importava, doveva mangiare, che fosse sotto i Tokugawa o chissà chi. Dopo un bel pasto si addormentò per poi svegliarsi di colpo per un frastuono, era notte. Il signore della villa era uscito, decise di seguirlo, poteva essere interessante. Lo trovò in un bordello, due ragazze ancora acerbe lo abbracciavano e stuzzicavano. Lui piangeva e si lamentava: “è colpa dei cristiani”. Il gatto se ne tornò a dormire.
C’era un gatto a Kyoto, era accucciato sotto un Torii, lì c’era l’ombra, faceva caldo al sole. Passò un contadino con il suo carro a vendere il raccolto, accanto a lui la figlia. Fermava i giovani benestanti e supplicava di prendere in sposa la ragazza. Persino il gatto si rendeva conto che la poveretta era brutta. “È brava a prendersi cura della casa! Si accontenta anche del ruolo di concubina!”. Persino il gatto si rendeva conto che non era così. Nessuno voleva sposare la giovane e neanche prenderla come concubina. Ma qualcuno si fermò. Un uomo pieno di colori sul corpo, disegni bellissimi, draghi e fiori, maschere del teatro, gru. L’uomo non era interessato a prendere in sposa la figlia del contadino ma era comunque interessato al suo corpo, o meglio, a quello che c’era dentro. “Ci pensi su, se accetta ci rincontreremo qui domani, sono tanti soldi, ci pensi bene”. Il gatto curioso decise di rimanere in zona per vedere come sarebbe andata a finire. Il contadino si presentò in lacrime il giorno dopo, con lui c’era anche la figlia che evidentemente non aveva capito la situazione. “Mi dispiace figlia, ti voglio bene, mi dispiace”. L’uomo colorato prese la ragazza e la portò via con sé. Il contadino che voleva bene alla figlia l’aveva venduta per pochi denari. Che periodo strano quello.
C’era un gatto a Kyoto, era sera e nei quartieri tradizionali camminavano donne dai kimono bellissimi, il suono dei loro zori riecheggiava nelle vie dalle case in legno. Una donna in particolare attirò l’attenzione del gatto: era affannata, sudava e aveva una grande pancia, nelle braccia un fagotto. Camminava velocemente e svoltò in una via laterale, lontano dagli sguardi. Posò il fagotto in terra davanti ad una porta scorrevole, a passo svelto come era arrivata se ne andò. Il gatto curioso si avvicinò al fagotto e come pensava era un piccolo umano. Gli occhi a mandorla neri erano aperti e curiosi. C’era un biglietto con su scritto “si chiama Kidou. Io, la madre, lo affido a voi, voglio essere una donna libera”. Le cose stavano così quindi. Il gatto diede due grattate alla porta per avvisare chi era dentro e poi se ne andò.
C’era un gatto a Kyoto, si era arrampicato su un albero, alcuni bambini gli lanciavano dei sassi. Decise di ringhiare e soffiare ma quelli se la ridevano. Un uomo ubriaco uscì da un izakaya, lo yukata era semiaperto sul davanti. I ragazzini decisero che era meglio andarsene per il momento. L’uomo ubriaco venne sotto l’albero e fece la pipì. “Stupido gatto, te ne stai lassù, ci guardi dall’alto in basso, ti credi migliore di noi eh? Ma che ne sai tu di quanto è difficile essere umani”.
C’era un gatto a Kyoto, ma non per molto, aveva deciso di andarsene via, in un posto lontano, lontano dagli umani. Li aveva osservati a lungo, non gli piacevano, pieni di segreti, egoisti e lussuriosi. Era contento di essere nato gatto, lui poteva cacciare, dormire e accoppiarsi senza doversi preoccupare di niente. Non c’erano leggi nel mondo dei gatti, né religioni. Non c’era politica, non c’era odio per un gatto diverso. Non c’era un gatto triste perché nessun gatto si sarebbe preso l’impegno di pensare, di fare filosofia, di scrivere. Era veramente fortunato ad essere nato gatto, lui poteva vivere felice seguendo la sua natura, gli esseri umani invece, loro non possono fare più di così.
Avete messo Mi Piace6 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Ciao, Valeria. Per quanto mi riguarda hai scritto un racconto molto interessante, non fosse altro perché mi hai fatto cercare termini che non conoscevo e dunque grazie a te so qualcosa in più. Non fosse altro… e invece dell’altro c’è eccome! Il gatto non è a Kyoto nel periodo Tokugawa e, ovviamente, non è un gatto. C’è la politica del nostro presente e ci sono le brutture e le tragedie umane della nostra società. C’è la voglia di andar via, lontano da quel paese con tanti uomini e pochi gatti. C’è l’anarchia sognante alla John Lennon. Di solito storco il naso quando leggo favole e non perché non le apprezzi, ma perché sono un esercizio difficile che spesso non viene bene. A te invece questa è venuta molto bene.
Sottolineo la configurazione che hai scelto per descrivere la criminalità organizzata perché mi è piaciuta particolarmente.
Una curiosità su un passaggio che non ho capito, sono completamente digiuno di cultura giapponese e forse ho fatto confusione nel tentativo di cogliere informazioni al volo: il signore non voleva sottomettersi ai Tokugawa perché secondo lui era colpa degli stranieri e dei cristiani se le tradizioni andavano a perdersi. Ecco, a quanto ho letto poco fa su Wikipedia erano stati i Tokugawa a chiudere le porte agli stranieri, a esiliare i cristiani e a suddividere la società in classi. Se è effettivamente cosi’, il signore non la pensava come loro?
Ciao! Innanzitutto ti ringrazio tanto delle bellissime parole! Comunque si è vero i Tokugawa avevano chiuso le porte agli stranieri ma ad un certo punto con la forza furono obbligati dagli Stati Uniti ad aprire i porti. Da quel momento in poi si cercò di rendere il Giappone più “occidentalizzato” in modo che fosse al passo con le potenze straniere, ovviamente questo scatenò un malcontento generale essendo che i giapponesi erano molto fieri delle loro uniche tradizioni e non volevano “inquinarle” con quelle straniere. Poco prima dei Tokugawa ci fu Nobunaga Oda primo riunificatore del Giappone, egli non impedì ai cristiani di professare (a lui interessavano le tecnologie militari e le conoscenze scientifiche che aveva l’Occidente) e anche questo creò un malcontento generale e la diffusione di missionari cristiani su tutto il territorio. Il periodo Tokugawa è quindi un periodo strano e controverso, da una parte il popolo sentiva le tradizioni giapponesi che andavano perdendosi, dall’altra però allettava il progresso occidentale e la voglia di rendere il Giappone una potenza alla pari di quelle straniere quindi diciamo che è un periodo pieno di controsensi e contraddizioni che i Tokugawa non riuscirono a gestire del tutto e questo portò alla caduta dell’impero e del feudalesimo e di conseguenza i signori persero il loro status di daimyo (signore feudale) e la colpa ricadde sull’incapacità dei Tokugawa (quando in realtà furono praticamente obbligati dalle Potenze). Il signore del primo paragrafo non riesce ad accettare la venuta degli stranieri che si sono imposti sulle tradizioni giapponesi che lui reputa pure, perfette e con valori quando in realtà la storiografia ha confermato come dietro tutta la bellezza di queste tradizioni c’era effettivamente un lato oscuro (ma come in tutto penso io). Bonus: mi trovo in Giappone al momento e mi ha fatto impressione come camminando per Akihabara (un quartiere famoso e all’avanguardia di Tokyo) ci siano s3xy shop a 6 piani (eh vabbè non c’è nulla di male) se non fosse che ci sono video/dvd/fumetti con delle ragazze che fisicamente dimostrano 12 anni e appena esci da questi posti però è tutto colorato, tutto bellissimo, tutto avanzato, efficente, ordinato, pulito ecc. mi ha fatto impressione questa cosa e ho cercato di scriverla in chiave storica
Allora grazie della spiegazione! 🙂
I racconti sui gatti mi attirano sempre, come mi incuriosiscono i gatti in carne ed ossa; pur essendo cinofila. Piacevole e condivisibile questo punto di vista felino. E la sfilza dei “C’era un gatto a Kyoto”, avrebbe potuto essere ancora molto lunga, ma il gatto – si sa – non ha molta pazienza; giustamente si e` stufato e ha deciso di allontanarsi dagli umani. Come dargli torto?
Contenta ti sia piaciuto nonostante l’amore superiore per i cani!
Come si può parlare male dei gatti? The cats are cats are cats… I gatti non sono cani e Goethe scrive: “Non mi stupisce che gli uomini amino i cani talmente, perché, come l’uomo, il cane è una miseranda canaglia”. (A proposito non tengo gatti, né cani, per rispetto ai milioni di animali che vengono tritati per cibare le nostre bestioline domestiche). Nel racconto il tuo, cara Valeria, non è un gatto, è un impiccione.
Mi viene in mente quando Robert de Niro in “ti presento i miei” parlando a Ben Stiller che aveva detto di preferire i cani risponde “hai bisogno di quella sicurezza, preferisci gli animali superficiali, quando sgridi un cane la coda gli va fra le gambe gli copre i genitali, le orecchie si abbassano. Un cane è facile da ammaestrare ma i gatti ti fanno sudare il loro affetto, non si svendono come i cani”
Bella Kyoto, bellissima…e riscoprirla così, attraverso gli occhi di un gatto, poi, è una delizia. Un amico sostiene che i gatti siano creature di un altro pianeta inviati sulla terra a spiare noi umani. Poi, ogni tanto, quando non li troviamo pur sapendo che non possono essere usciti di casa, in realtà sono andati a fare rapporto su di noi. Ecco, chissà cosa sta riferendo il gatto del tuo racconto degli umani che vede, a chi l’ha inviato sulla terra…. Davvero un bel racconto, brava!
Ridendo e scherzando c’è una teoria complottista che dice che i gatti sono rettiliani inviati sulla terra a controllarci
Il tuo racconto me lo sono immaginato come un fiume fresco che scorre libero, ma ogni tanto un ponticello si frappone. Ogni tratto è una diversa situazione che tu hai scelto in modo molto originale di raccontarci attraverso gli occhi di un gatto. Io, vocabolario alla mano, mi sono tuffata nelle miserie umane e alla fine il gatto stesso ne esce vincente, seppur ‘stronzo’ come lo ha definito bene @mattiagargiulo. Dal punto di vista stilistico ho particolarmente apprezzato l’incipit di ogni paragrafo. Mi sa di storia narrata ai bimbi e anche di leggenda. Molto brava
Come al solito ti ringrazio tantissimo delle belle parole!
Ciao Valeria, bello sapere un po’ di te oltre a ciò che racconti nel tuo testo. Dalle risposte che hai dato ai commenti degli altri autori, sento la tua gioia per quello che fai e per il luogo che ti sta ospitando. La passione per un Paese straniero è una brutta bestia, credimi. Ti si attacca addosso e ti assorbe. Tue diventano le abitudini, la cultura, i paesaggi, la musica. La gente ti entra dentro e tu diventi tutto questo. Una vecchia zia con una certa esperienza ti dà un consiglio, prima che sia troppo tardi 🙂
fuggi subito oppure non andartene più perché poi diventa ‘casa’.
La mia vita ideale è tre mesi in Italia, tre in Cina, tre in Giappone e tre in Russia (quest’ultima non ora ecco….) :p
Ciao ❣️ onestamente mi hai spiazzata, raccontare una realtà così interessante dagli occhi di un gatto è stato geniale. Mi hai anchd incuriosita molto, ci sono tante cose che non conosco in questo testo, sicuramente appena avrò un po di tempo approfondirò.
Mi fa molto piacere averti dato spunti di approfondimento!
Il mondo attraverso gli occhi di un gatto è sicuramente originale, interessanti sono le riflessioni che fa la voce narrante. “Così sono fatti gli esseri umani. C’è solo un modo per definirli: sono creature che si creano inutili ragioni di sofferenza.” IO SONO UN GATTO di Natsume Soseki
È uno dei miei libri preferiti di uno dei miei autori preferiti!
Non potevo non leggerlo visto il mio nome 🙂
Spero ti sia anche piaciuto! Studio storia e cultura giapponese all’università e mi sono innamorata del periodo Tokugawa/Meiji ecc. Ho cercato di racchiudere in questo piccolo racconto un po’ quello che si evince dal libro di storia e ciò che ho letto un po’ per conto mio, non credo di esserci riuscita però ahaha. Inoltre ora mi trovo a Kyoto per studio per i prossimi 6 mesi e non potevo non mettere sprazzi di descrizione di Gion e i quartieri tradizionali
Ciao Valeria, sicuramente da questo racconto si evince la tua passione e la cultura che hai per il Giappone. Piacevole l’idea che il gatto sia l’osservatore di ciò che poi si legge, però non sono sicuro che i gatti non abbiano la loro filosofia. Secondo me ce l’hanno ed è anche stronza, dati i loro comportamenti!
Hahaha in realtà ho sempre pensato che i gatti siano una specie di lobby con le loro regole e religioni, io ho un gatto senza pelo e ti assicuro che quando ti guarda dall’alto in basso con tutte quelle rughe giureresti che sta pensando a quanto sei patetico. Comunque ti ringrazio, mi trovo in Giappone per studio e sto cercando di captare quello che mi circonda e di metterlo su carta, ovviamente essendo appassionata di storia ho cercato di fare un racconto più storico ma con descrizioni dei quartieri tradizionali (Gion ecc.) che ho visto in questo periodo