Chanel N.5 

Serie: Raccolta di Voci e Volti


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Vi racconto di come la storia non sempre si ripete, ma che qualcosa lascia sempre ai posteri, se vogliono vedere e capire.

Mi chiedevo sempre come potesse camminare con così tanta grazia ed eleganza, senza mai sembrare fuori luogo: I capelli color madreperla, cotonati all’altezza della nuca e tenuti lontani dalla fronte da uno scialle di seta chiuso da un semplice nodo; i vestiti di lino fino a metà ginocchio, che prendeva in mano e faceva svolazzare quando aveva troppo caldo o doveva scendere gli scalini del giardino.

Mani affusolate, nonostante la pelle che si faceva più trasparente ogni anno, e pochi anelli a cingerle le dita: quello di fidanzamento sotto la fede, ed un finissimo cerchio d’oro ad adornarle il mignolo. Nessun brillante.

I movimenti mi erano sempre parsi quelli di una bimba: decisi, vispi, improvvisi. Le sue unghie artigliavano membra e pelle, di scatto, come i dentini di un micino quando gioca. Senza violenza, parevano solo volersi accaparrare una parte di te, per non dimenticarsene la sensazione quando non ti avrebbe più avuto davanti.

Sedeva sulla poltrona che era stata di suo padre, in pelle nera, resa secca dal sole e dagli anni, e leggeva per una o due ore, dopo il lungo pranzo che era solita prepararci. Una mano che bloccava le pagine, il libro appoggiato sulle ginocchia incrociate con naturalezza, e l’altra che accarezzava distrattamente le labbra e la punta del naso, il capo che alle volte si appoggiava allo schienale e gli occhi che per qualche minuto si chiudevano.

Mi pareva sempre di sfigurare nel camminarle accanto, non riuscendo mai ad essere il riflesso adeguato della sua persona: un’elegante signora che aveva imparato ad avanzare a testa alta, e la nipotina che non sembra ancora aver capito quale sia il proprio posto, come star bene nella propria pelle senza dover fingere, per poi risultare troppo.

Mi pento di averla potuta ritenere pesante, alle volte, con i suoi commenti continui ed esclamazioni su ogni cosa che le coglieva l’occhio: il colore di una gonna, un gabbiano che mangia un pezzo di pane, un nuovo ristorante dall’insegna strana, una targa della nostra stessa città, una famiglia che voleva attraversare dove non v’erano le strisce, una nuvola che aveva la forma di una tartaruga, le luci intermittenti degli aerei nel cielo notturno. Io che passavo la mia vita circondata da persone ed estranei, perennemente a parlare, interagire, per poter essere presa in considerazione, la trovavo alle volte asfissiante. Per lei, che passava mesi e mesi sola, sorridendo ai passanti per strada e mangiando con l’unica compagnia del mare, il bisogno di condividere ogni pensiero con qualcuno che non fosse la propria stessa mente, doveva invece essere inderogabile.

Sedeva tranquillamente sul bordo della piscina con un telo colorato steso sulle lastre di pietra per non scottarsi, le gambe magre che si muovevano come delle eliche, spruzzando acqua un po’ da tutte le parti per il solo piacere di farlo.

Fumava solamente la sera, quando tutti andavano a dormire e la notte la nascondeva dal mondo, e forse anche un po’ da Dio. Da quando ero diventata una di quelle ragazze con un filtro bianco sempre in bocca ed una cartina arrotolata tra le mani, alle volte le facevo compagnia. Ci sedevamo in terrazza, mentre mia madre restava all’interno a leggere, e con movimenti lenti, in silenzio, respiravamo fumo e ci trovavamo nell’unico vizio che mi sembrava di condividere con lei.

Quando uscivamo al ristorante si ostinava a far scegliere a mio padre il vino: non so se lo facesse perché cosi le era stato insegnato e cosi aveva sempre fatto, che l’uomo decide per tutti, oppure se davvero non si rendeva conto di quanto più ne sapesse di noi, in materia. Aveva poca pazienza con i camerieri: se le sembrava di stare aspettando più di quello che riteneva giusto, alzava una mano e bloccava le prime gambe che passavano per chiedere che fine avessero fatto le nostre cene, e se invece eravamo in un ristorante di cucina italiana, in qualunque altra nazione, si aspettava e pretendeva che la ragazza che ci serviva capisse se c’era da portare il pepe, più pane, il conto, o la carta dei desserts. Per quanto questa potesse chiedere di parlare in un’altra lingua, non c’era volta in cui mia nonna ne avesse pietà. “Se scrivono Ristorante Italiano, esigo che parlino italiano” diceva sempre, alzando le spalle nell’incrociare le nostre espressioni divertite, “altrimenti avrebbero dovuto mettere solo Pizzeria, ed allora si sarebbero salvati”.

Noi ridevamo, e diventava subito più chiaro da chi mia madre avesse ereditato questo fare sempre diretto, o “non diplomatico” come preferiva dire lei.

Quando però le guardavo, una accanto all’altra, discutere di un libro che si erano passate, non vedevo che differenze: eleganza per comodità, neutralità per colori, gambe incrociate sotto il tavolo ed altre belle larghe e piantate per terra, unghie a forma di mandorla ed altre sporche di terra dopo aver fatto giardinaggio.

Era come se una generazione avesse reso l’una l’opposto dell’altra, almeno in apparenza, eppure entrambe si ritrovavano nella lettura, nella musica, nella natura. Ed io stavo nel mezzo, ancora incerta di come mettere in equilibrio queste due essenze che sapevo nel mio sangue, come nel mio nome. 

Ci salutava sempre con le lacrime agli occhi e tanti ringraziamenti, e mentre abbassavo il finestrino, mandandole gli ultimi baci con la mano, la vedevo come una di quelle vecchie fotografie del dopoguerra: una ragazzina dalle gambe ben dritte, i piedi che si toccano, la gonna larga che le copre le ginocchia ed i capelli tagliati sopra le spalle, le braccia strette contro il petto. Un’ultima folata di brezza salata mi portava alle narici il bouquet fiorito di Chanel N.5, e l’ammirazione per un’anima che il tempo aveva lasciato sola troppo presto.

Serie: Raccolta di Voci e Volti


Avete messo Mi Piace4 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Un bel ritratto, nitido, che profuma di nostalgia per una figura tanto amata e per un tempo, forse idealizzato nel ricordo, o forse piu` sereno, non solo per queste donne di tre diverse generazioni. Una scrittura raffinata, elegante come la nonna, che ha saputo trasmettere lezioni di stile anche alla cara nipote.

    1. Ciao Luisa,
      Grazie mille per il tuo apprezzamento!
      Hai ragione, sicuramente ho uno sguardo un poco offuscato su quel passato, e sarebbe illusorio pensare di poter capire l’anima di un tempo solamente dalla bocca di altri.

  2. Mi sono emozionata dalle prime righe di questa splendida fotografia, omaggio alle donne della propria famiglia. Bravissima. Tutto ti è riuscito particolarmente bene. Dalla scrittura, alla capacità evocativa, all’essenzialità di parole gustate e scelte con cura. Ti abbiamo aspettata a lungo e ne è valsa la pena. ‘Fumava solamente la sera, quando tutti andavano a dormire e la notte la nascondeva dal mondo, e forse anche un po’ da Dio.’ Bellissimo, lo faccio anch’io e a volte mi chiedo se mia figlia se ne accorga🙂

    1. Ciao Cristiana,
      Grazie di leggermi sempre, vale davvero molto; e sono contenta che quella frase ti abbia colpita, perché ho sentito lo stesso, nel momento in cui mi si è creata tra le mani. Non sarei riuscita in un altro modo a far passare sia la sua ribellione che pacata riservatezza.
      Grazie.

  3. Ciao Fanny, davvero molto bello, dolce e delicato questo tuo omaggio alla nonna. Ce la descrivi che sembra di vederla, ariosa e svolazzante sul mondo. E bello il passaggio nel quale ti senti a metà fra lei e la tua mamma, un bel gioco nel quale le età non contano ma contano le attitudini. Continua!