Chi è il pazzo qui?

«Quindi, dottore, sono o non sono pazzo?»

Il dottore si appoggiò allo schienale della sedia e si sistemò gli occhiali da vista che, proprio dopo quella domanda, gli erano scivolati leggermente sulla punta del naso. Allineò la penna appoggiata sul tavolo con le altre: tutte insieme seguivano il bordo del foglio bianco accanto al PC portatile, che a sua volta seguiva perfettamente la linea dei bordi della scrivania.

«Guardi, Arturo, la vera domanda non è…»

Arturo si alzò dalla sedia e iniziò a parlare girando a vuoto per la stanza.

«Partiamo malissimo, dottore. Non so dove voglia andare a parare, ma cosa vuol dire la vera domanda non è? C’è una domanda vera e una falsa? Una più comoda e un’altra meno? Lei a questa domanda sa rispondere? Credo proprio di no, visto il modo in cui è partita la risposta. Però mi scusi, vada pure avanti.»

«Sì, ecco… la pazzia in realtà…»

«In realtà? Ma andiamo. Cosa vuol dire in realtà? Ok, guardiamola in faccia, questa realtà. Siamo io e lei in questo studio. Io sto camminando e parlando ossessivamente davanti alla sua scrivania, e sono il paziente. Lei invece è seduto dall’altra parte e sistema maniacalmente tutto quello che è appoggiato sulla sua scrivania. Ed è lo psicologo. Ora mi dica: qual è la differenza tra me e lei? Chi è il pazzo qui?»

«Be’, ecco, questa è una domanda interessante, ma provi a…»

«Provi a? Provi a vedere la situazione da una prospettiva diversa? Cazzo, doc, ma dove ha studiato? Crede forse che non ci abbia provato?»

Il dottore si sporse verso Arturo, appoggiando i gomiti sulla scrivania.

«Non volevo dire…»

Arturo si alzò di scatto e ricominciò a girare per lo studio.

«Non voleva dire? Eppure lo ha detto. Cazzo, doc, davvero, esaminiamo la situazione. Siamo a pranzo. Io, mio padre, mia madre e mia sorella. Aspetti.»

Si fermò per un secondo.

«C’è anche mio nipote di cinque anni. La discussione è centrata sul fatto che mia sorella non sopporta più i clienti che frequentano il suo bar. Richieste assurde, permanenza nel locale fuori dall’orario di lavoro, la gente è fuori di testa e via dicendo. Mio padre e mia madre la stanno a sentire. Anche io. E anche mio nipote, che sta sul divano a giocare da solo…»

Il dottore levò i gomiti dalla scrivania e si appoggiò di nuovo allo schienale.

«Continui, continui.»

Arturo si fermò e si girò di scatto.

«Continuo sì, doc. Però non mi interrompa, altrimenti perdo il flusso.»

«Ha ragione, mi scusi. Prego.»

«Grazie. Grazie davvero.»

Riprese il suo movimento circolare.

«Allora, i miei la stanno a sentire. Io anche. E siamo tutti d’accordo sul fatto che la gente sia andata fuori di cervello. Poi però provo a darle uno spunto. Le dico: ok, la gente è fuori, ma forse quel lavoro, quello da barista, forse non era quello giusto per lei.»

«Giusto» replicò il dottore.

Arturo si fermò nuovamente e lo guardò dritto in faccia.

«Grazie. Grazie davvero, doc.»

E riprese il suo cammino circolare.

«A quel punto non so dirle precisamente cosa sia successo. Anzi sì. Mia sorella si è alzata e ha iniziato a urlare mentre si avviava alla macchinetta del caffè. Diceva che lei era brava nel suo lavoro, che nessuno l’aveva mai licenziata, che io dovevo smetterla di fare il superiore, che ero da manicomio e che ero io la causa di tutti i problemi della famiglia.»

«E lei…»

«Sì, dottore, però cazzo, ci metta un po’ di fantasia. Forse voleva dire: e lei come si è sentito? Una merda.»

Il dottore alzò gli occhi e gli occhiali gli scivolarono nuovamente sulla punta del naso.

«A quel punto ho provato a dirle che aveva capito male, che non la stavo accusando. Poi però è intervenuto mio padre, evidentemente un po’ alticcio. Ha detto che dovevo stare calmo, che mi stavo agitando troppo. Mia madre gli andava dietro e mia sorella, mentre portava i caffè a tavola, continuava a inveire contro di me dicendo che non ne valeva la pena, che con me avevano sbagliato qualcosa.»

Poi si interruppe e guardò il dottore.

«Tutto ok, doc?»

«Sì, perché? La ascoltavo.»

«Va be’, è logico, la pago. Mi sembra il minimo. Ma mi aspettavo un’interruzione. Bravo, stiamo migliorando.»

Un po’ infastidito, il dottore replicò:

«Prego, Arturo. Vada avanti.»

«Lo vede? Non ce la fa. Comunque. Ricordo che mentre le loro voci si univano in un solo coro contro di me, io guardavo Marco, mio nipote. Gli ho sorriso. Lui ha ricambiato e poi…»

«E poi?»

«E poi, doc, sono esploso. Ho chiuso le mani e le ho sbattute con violenza sul tavolo. Ho gridato: basta! Poi sono uscito fuori a fumare una sigaretta.»

A quel punto Arturo si fermò. Si mise nuovamente a sedere e, guardando il dottore, disse:

«Grazie per avermi ascoltato.»

Il dottore lo guardò per un istante, poi abbassò la testa.

«Ma cosa fa?»

Arturo si alzò, si avviò alla porta, la aprì e disse:

«Non si butti giù, dottore. Alla fine lei non è malaccio. Che faccio, pago alla segretaria?»

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