Chicane tra i sensi di colpa

Serie: Segnali prostatici


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Giorgio si ritrova a chiedere una confezione di Cialis alla sua farmacista di fiducia, che il caso vuole sia anche la sua ex fidanzata e che non la prende benissimo.

Alice si gira di scatto, apre il cassettone dei medicinali, prende la confezione e lo richiude sbattendolo. Rimane come bloccata un secondo di troppo, dandomi la schiena, prima di tornare al bancone.

«Vuoi che te lo incarti?» fa un cenno verso il basso.

Non sono sicuro se si riferisca al medicinale o al mio pacco, che è comunque in traiettoria.

«Sai, per la privacy, magari non vuoi far sapere a tutti quelli che incontrerai fuori di qui che ti dai alla pazza gioia.»

Ok, forse si riferiva al medicinale, ma il dubbio rimane.

Per un istante l’abitudine porta i miei occhi a veleggiare verso il suo morbido décolleté, dove il mio sguardo era solito trovare rifugio prima che rompessimo, ma all’ultimo secondo i miei sensi da ragno mi avvertono che forse oggi non è il caso. Le mie pupille allora disegnano una chicane degna di Leclerc al Gran Premio di Monaco e il mio sguardo si posa sui suoi occhi. Quelli veri, intendo.

«Sì, l’incarto non sarebbe male, grazie.»

«Oh, mi spiace! Abbiamo appena terminato la carta.» Mi guarda con la testa inclinata sulla destra e un sorriso più finto di un principio attivo di un medicinale omeopatico. «Sono 48 euro e cinquanta.»

A proposito di principio attivo… «Non mi chiedi se voglio il farmaco generico?»

«Lo vuoi?»

«Se costa di meno, sì.»

«Non lo abbiamo.»

«Ma non hai controllato!»

«Non lo abbiamo.»

«Ok.»

Pago con la carta. Non appena sento la conferma del pos, lei mi tira contro il pacchetto.

«Grazie e buona giornata!»

«Alice…»

«Avanti il prossimo.»

Mi giro. Non c’è nessuno.

«Alice, guarda che non è come —»

«Il prossimo!»

«Non capisco il senso di questa scenata.»

Si gira verso sinistra scuotendo leggermente la testa e agitando una mano davanti alla sua bocca, poi torna a guardarmi.

«Non lo capisci.»

Mi rendo conto solo in quel momento che ha gli occhi lucidi e la voce le trema leggermente. «Ci sono dieci farmacie in tutta la città. E tra tutte dovevi venire proprio qui, a sbattermi i tuoi trastulli sotto il naso. Spero almeno che tu ti diverta con la tua nuova fiamma, chiunque lei sia.»

Ha ragione. Prendo il Cialis e me ne vado a testa bassa. Quando sono all’uscita mi richiama.

«Giorgio! Fai attenzione con quella roba, con la tua pressione alta se esageri potrebbe darti problemi.»

«Starò attento.»

Mi saluta con la mano destra, mentre con la sinistra si copre le labbra tremanti. Un saluto di chi, nonostante tutto, sembra continuare a tenerci davvero a te.

Voi probabilmente mi starete dando del coglione, e non è che possa darvi tutti i torti, visto come sta evolvendo questa situazione. Molte delle mie scelte infelici sono dettate dalla mia pigrizia: non avevo voglia di prendere la macchina, e mi sono ritrovato a chiedere alla mia ex lo sconto per le pillole che fanno rimanere in tiro il mio pene.

Non posso dirle a cosa mi servono quelle pillole, in realtà, perché non mi crederebbe.

Oddio, in effetti mi servono esattamente per tenermelo in tiro, ma dopo quel primo passo è solo una questione meccanico-telecomunicativa, non sessuale.

A ripensarci, forse non è stata solo pigrizia la mia, forse inconsciamente volevo chiedere il suo aiuto. Ma non posso portarla dentro questo casino. Mi terrò il suo disprezzo, in fondo me lo merito per come l’ho lasciata.

Stavamo bene insieme e non solo per le medicine e il décolleté. Lei lavorava spesso, ma quando eravamo l’uno negli occhi dell’altra c’era coinvolgimento, complicità. Il nostro non era certo un rapporto bollente, ma nemmeno freddo: era più un rapporto a temperatura ambiente. Ci piaceva parlare, stare in silenzio, ci piaceva fare tutto, basta che fossimo noi due.

Il problema è che io avevo bisogno dei miei tempi, lei invece aveva fretta. Una fretta dannata, da quando le avevano diagnosticato la riserva ovarica ridotta. Voleva un figlio e il suo tempo sarebbe scaduto di lì a due o tre anni. Voleva creare una famiglia, tramandare il nome, la farmacia. Soprattutto da quando aveva perso anche suo padre.

Solo un pezzo di merda l’avrebbe abbandonata in un momento del genere. E io, in questa storia, sono proprio quel pezzo di merda.

La sera sono turbato, decido di seguire il consiglio di Alice e rimandare la prima dose di Cialis alla mattina successiva. Non riesco a prendere sonno. Poi ci riesco, almeno credo, ma il sonno è agitato.

Mi vedo al bancone del bar a lavorare con la ragazzina barista. Lei è incinta. Il figlio è mio. Dall’altra parte della strada Alice mi guarda e piange, poi mi fulmina, poi piange di nuovo e io mi sento una merda.

Poi vedo Alessia, ma solo per un attimo, il tempo di gridarmi:

«Presto, loro verranno! Loro ti cercheranno! Verranno per ucciderci!»

In un attimo si sgretola in milioni di piccoli organismi verdi e oblunghi, con un occhio singolo in mezzo alla faccia. Due di questi hanno un camice e dei mini monocoli. Parlano tra loro, con una cartellina in mano. Sulla cartellina c’è un disegnino di un pupazzetto stilizzato che sorride e saluta con la manina. Guardano un monitor in cui ci sono le immagini della barista e di Alice.

«La prima sarebbe sicuramente un soggetto migliore, ma le probabilità di approccio sono inferiori all’1%. La seconda invece è un soggetto disponibile ma a forte minaccia di efficacia, ma non abbiamo tempo, dobbiamo correre il rischio.»

Scatta un allarme, anche se ha un non so che di familiare. Loro urlano, lanciano in aria le cartelline e iniziano a scappare in circolo spaventati, buttando le braccia al cielo.

Mi sveglio di soprassalto. Il mio smartphone sta squillando. Mi ripropongo di cambiare suoneria.

«Pronto.»

«Flaiani? Sono il dottor Mariani. Le sto mandando un indirizzo su Whatsapp. Mi ha contattato la dottoressa Boni dell’istituto di cui le parlavo. Sono riuscito a fissarle un appuntamento. Ascolti, mi ha espressamente detto che probabilmente sa come aiutarla! Ha capito? Lei sa come aiutarla!»

Continua...

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