
Ci sono giorni
Ci sono giorni in cui ti fermi a pensare.
Mandi in soffitta impegni, appuntamenti, propositi.
Torni d’un tratto a respirare.
Salvo respira: aria nuova. Fosse passata dai suoi polmoni, se ne ricorderebbe. Da dove venga quell’inedito gassoso, non gli importa. Non si può avere sempre un trattamento in guanti bianchi, nella vita serve adattarsi. Cercare il compromesso, muoversi con circospezione. Ascoltare. Farsi piacere a forza quel che ci taglia la strada no, che a morire son bravi tutti.
Si gratta la testa, i polpastrelli atterrano sui capelli. Sono soffici, sufficientemente fitti da far sperare bene per la salute del cuoio capelluto. Una salvezza di poco conto, tutto sommato.
La luce delle candeline gli ballonzola sul viso: decide di sbarazzarsene con un soffio.
Non è grande, ma è pur sempre immensa per il suo appetito. Per la sua voglia di festeggiare.
Aveva comprato quella torta in una pasticceria inaugurata la settimana prima: i volantini che ne annunciavano l’apertura imbottivano da un mese la cassetta postale.
Aveva fatto un cenno svagato al commesso, un ragazzetto sbarbato sorridente fino al voltastomaco.
Era bastato questo perché la nuvola di panna e macarons si materializzasse dalle luci della vetrina, pronta a sfidare l’ombra che era diventato.
Aprile. Triste compiere gli anni, in aprile. Capitelo: non che sia il mese più disgustoso dell’anno, è solo che la sarabanda della primavera bussa ormai così forte da non poter essere ignorata, da far tremare l’armatura della porta. Quei colpi sono un appello: che ne è stato della tua, di primavera?
Che senso ha stare a ripetersi che tutta la bellezza di questo mondo può trovare posto in un ventricolo del tuo cuore, pronta ad essere eiettata in circolo. Piantarsi dietro quella porta, è ciò che vuoi? Chiamare in soccorso la propria stazza per resistere ai sussulti di quella linfa tiranna, mai paga di nuovi rigogli?
Siamo pesanti, ma non abbastanza. Pesanti per spiccare il volo, non abbastanza per tenere i piedi saldi per terra. Pesanti per lanciarci in un volteggio sfrenato sul bordo del tappeto del possibile, non abbastanza per srotolarlo un centimetro di più, quel tappeto. Pesanti per rincorrerci ed acciuffarci, non abbastanza per trattenerci. Per trattenere chi ci sta accanto.
Si era fermato nei pressi di una fontana: il perimetro della casa poteva attendere.
Il guizzo dei pesci nel bruno terroso dell’acqua era appena percettibile: gli era venuto di chiedersi chi li tenesse in vita. Non si riferiva alla meccanica del nutrimento, sulla quale sovrana è la biologia: a quella penseranno frotte di bimbi tenuti per mano dai genitori.
No, stava pensando ad altro, Salvo. Pensava che tutto quell’affaccendarsi di pinne e scaglie, quel ribollire di code e di branchie, doveva pur rispondere all’intransigenza di un bisogno.
È quel bisogno che gli rovinava i giorni.
Da giorni.
Come una freccia, la sensazione di freddo aveva attraversato la plastica della busta e la tela del jeans, all’altezza della coscia. Era la pelle, la sua pista di atterraggio.
La torta. Se ne era completamente dimenticato.
D’un tratto si era sentito dimenare in quella busta. Era lui, la torta. Un uomo di panna e macarons. Non un ingrediente particolare, la torta è più della sinfonia che si solleva dai suoi ingredienti, irriducibile alla loro parzialità non belligerante. Poteva percepire l’osmosi di umori che lo teneva in vita, dentro quell’esistenza di glassa. Avvertiva tutto il proprio insopportabile peso: con una bacchetta magica di marzapane, minacciava di tramutarlo in una fontana di crema e pan di spagna.
Aveva trattenuto il fiato e si era avviato verso casa, facendo attenzione alle cacche dei piccioni.
Salire le scale è una tortura. Non per via del ginocchio, che certo non l’aiuta.
No, è qualcosa di diverso, di oscuro e soffocante, quel groviglio di marmo e ferro battuto: un non – luogo che lo introduce in un non – più – luogo, forte come un oggi eterno, come l’aborto di un domani.
Si ferma sul traguardo intermedio del pianerottolo, la torta saldamente aggrappata alla mano, come un bambino timoroso. La Monstera ha bisogno di attenzioni, il fatto che le reclami in silenzio non vuol dire che non le reclami. Da quanti anni quella presenza traspirante è paladina del pianerottolo? Quindici? Venti?
L’avevano portata a casa una mattina umida, di ritorno da una fiera del verde.
Non era stata desiderata, era stata presa e basta. Prendete esempio, gente.
Era aprile, se lo ricorda bene. Il compleanno di Gisella. Facevano gli anni un giorno dopo l’altro. Prima lei, dopo lui, come prescrive il galateo. Un inseguimento tra vite che andava avanti da una vita. Almeno, fintanto che lei aveva deciso di dargliela vinta.
Lei, che nascondeva i suoi pensieri tra le pieghe di un sorriso.
Lei, forte di tutti i suoi sì e di tutti i suoi no.
Lei, combattiva come un mare furioso di vele strappate dal vento.
Non gli era mai andata giù, quella sua resa.
Tolte di mezzo le candele, tolto di mezzo il dolore.
O forse no.
Forse qualcosa rimane da dire, in questo giorno che è un corridoio, in fondo il primo compleanno senza lei.
Ci sono giorni in cui ti fermi a pensare. A ricordare il passato. A immaginare il futuro.
Giorni in cui c’è spazio per la speranza, per quella voglia di stupore che sola incendia il mondo.
Giorni in cui fare spazio per un’aria nuova, per un miracolo gassoso sortito da chissà dove.
C’è spazio per il domani.
Giorni diversi da questo.
Ci sono, giorni?
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La metabolizzazione del lutto è differente per ognuno, concordo nel darti merito di aver guardato da “fuori” questo dolore ed averlo saputo descrivere egregiamente.
Grazie Micol, è stato un cimento per me nuovo, uscire dalla propria zona di comfort letterario trovo sia essenziale
Questo è un racconto che merita un plauso per il fatto di essere privo di Ego e sono stata molto contenta di leggerlo. Non solo hai narrato l’abisso e lo smarrimento di chi rimane nell’assenza dell’altro, gli hai dato quasi una connotazione fisica in alcuni punti, ma lo hai fatto senza che mai trapelasse la presenza dell’autore, ne sei rimasto fuori, portando soltanto elementi cesellati nella parola. Non solo per come la vedo io è un bel racconto per ciò di cui tratta, ma è un omaggio al senso della scrittura stessa. Un saluto.
Grazie mille, un’analisi estremamente particolareggiata che mi lusinga alquanto. L’arte del fare scomparire l’autore dalla materia narrata ha qualcosa a che vedere con il mio scrivere, in effetti. Brava tu ad averla colta nel breve volgere di poche righe!
Ben scritto. Hai trasmesso il senso di dolore e di vuoto del protagonista perfettamente. All’inizio ero completamente fuori strada, il finale mi ha sorpreso oltre che a farmi provare pietà e tristezza per il protagonista.
Grazie Carlo, sono contento che ti sia piaciuto. Ho scritto in effetti per sottrazione, esasperando gli stacchi tra i blocchi per ricreare il senso della voragine che ogni perdita lascia in chi rimane