Ci sono tricolori

«Avete sentito? Alla radio ha appena parlato De Gaulle». Il commilitone di Emmanuel era felice, sembrava avesse appena scartato un regalo di Natale.

«Ah, sì? E sentiamo cos’ha detto». Emmanuel non condivideva quella gioia. Avrebbe voluto che il generale di brigata fosse lì, con loro, a raccogliere i brandelli di cadavere invece che rimanere a Londra a litigare con Churchill.

«Ha detto che dobbiamo combattere per la Francia, che siamo qui in Italia per sconfiggere il nazismo e…». Non concluse che Emmanuel gli fece una pernacchia.

Si incupì. «Ehi, cos’ho detto di male?».

«Che razza di ingenuo. Credi che lui sia qui con noi?».

«No, certo che no. Però…».

«Ma vattene. Mi sembra di essere stato chiaro».

«Sei molto poco patriottico, Emmanuel. Il nostro Tricolore aiuta quello italiano e…».

«Non me ne frega niente di essere patriottico o no, né tantomeno dei tricolori. Mi basta essere umano… e da quando i nazisti sono entrati in Francia non lo sono».

«Forse proponi di ritornare in Francia? Ma prima dobbiamo combattere qua in Italia…».

«Non mi interessa né la Francia né l’Italia, ma solo che ‘sto schifo finisca».

Sembrava che il commilitone volesse insistere a convincere Emmanuel della giustizia di quella guerra, ma poi lo lasciò perdere in fretta. Se ne andò scuotendo la testa.

Emmanuel rimase lì a raccogliere i resti dei cadaveri.

Dopo alcuni minuti che stava facendo quel lavoro, sentì un urlo: «I tedeschi, i tedeschi!».

Che amasse la pace o avesse altri pensieri per la testa, Emmanuel non era così stupido da andare a fare quei bei discorsi ai tedeschi: li avesse fatti, loro gli avrebbero riso in faccia e gli avrebbero sparato in faccia, ma non per forza in quest’ordine.

Corse a recuperare il MAS 38 e si unì ai commilitoni. Tutti insieme marciarono, si coprirono l’un l’altro e uccisero i tedeschi. A Emmanuel non piacque, provò quel perenne senso di orrore che aveva addosso sin da quando, tre anni prima, aveva visto il suo primo cadavere sul confine belga, ma comunque fece il suo dovere.

Quell’attacco non fu portato avanti dai tedeschi con determinazione, negli ultimi tempi sembrava che battessero la fiacca più del solito, e quando la battaglia finì Emmanuel tornò a dedicarsi al suo lavoro.

«Un momento».

«Cosa c’è? Mi vuoi parlare ancora del generale di brigata?». Emmanuel era scontroso.

«Ho visto che ti sei dato da fare».

«Sì, è vero. E allora?».

«Ti faccio i complimenti da parte di De Gaulle». Gli diede una pacca e davanti agli occhi esterrefatti di Emmanuel rivelò sottovoce: «Sono un suo agente».

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