Ciao, sono Lora

Serie: Lora


Uno studente che fatica a socializzare e che si sente solo e un carcerato. Due persone che non si conoscono ma le cui vite stanno per intrecciarsi...

Alla fine, George era riuscito a cogliere il senso delle funzioni che, messe assieme, davano origine al modello che correlava il tasso di inflazione con il cosiddetto output gap. Diversamente da quello semplificato esposto sul manuale di Macroeconomia del secondo anno, quel modello era completo di tutte le variabili ed equazioni che gli economisti erano riusciti a calcolare negli ultimi trent’anni, come d’altra parte ci si dovrebbe aspettare in una tesi di laurea magistrale.

George era in ritardo sulla tabella di marcia che aveva elaborato all’inizio dell’anno accademico, complici alcuni noiosi ed inutili esami che però erano necessari per ottenere il titolo. Forse, l’ambizione lo aveva portato a eccedere con i contenuti e il grado di analisi della tesi, ma allo stesso tempo è vero che né alla Bank of America, né tantomeno al Tesoro gli avrebbero chiesto di eseguire le addizioni in colonna. Insomma, tanto valeva darci dentro fin da subito ed elaborare una ricerca coi fiocchi, che non avrebbe certo guastato il curriculum.

Il fatto è che mancava meno di un mese alla presentazione della tesi, ma la ricerca era appena iniziata. George avrebbe dovuto passare quel mese rinchiuso nella sua stanza, curvo sui libri e per di più in piena estate, mentre i ragazzi se la spassavano in spiaggia e in discoteca; fatto, quest’ultimo, che in realtà non lo toccava minimamente, dal momento che in discoteca non ci era mai andato, e l’unica volta che aveva frequentato una spiaggia affollata era stato felice di trovare una scusa assurda per tagliare la corda. A pensarci bene, non aveva nemmeno gli amici con cui andare nell’uno o nell’altro posto. Appurato che la baldoria con i suoi coetanei non sarebbe stata motivo di ulteriori rallentamenti, restava comunque il fatto che completare una tesi di quel calibro in venticinque giorni fosse un’impresa titanica.

George si alzò dalla sedia stiracchiandosi. Quanto gli doleva. Tutta colpa della posizione che assumeva durante lo studio, ma non poteva farci nulla: una volta entrato nel mondo dei tassi di interesse e operazioni di mercato aperto, il cervello smetteva immediatamente di monitorare la posizione della sua colonna vertebrale, che si adagiava nella posizione più comoda possibile. Frugò tra i fogli scarabocchiati da calcoli e appunti e trovò il flaconcino di antidolorifico, poi ingoiò due pastiglie.

Gli sembrava già di stare meglio, che prese a pensare a quella cosa di cui gli aveva parlato un collega… l’intelligenza artificiale. La calma con cui George aveva affrontato l’elaborazione della tesi, in realtà, derivava tutta dalla sicurezza che, se il tempo non fosse bastato, avrebbe comunque avuto un’ultima via di scampo. Tre giorni prima della presentazione avrebbe potuto interrogare la chat, copiare e incollare e imparare. Minimo sforzo, massima resa, tuttavia non aveva mai preso sul serio quella strada. Almeno fino a quando non era diventato evidente che il tempo era troppo poco per il suo progetto.

Si sedette nuovamente alla scrivania, ma la poca forza rimasta dopo ore di studio non bastò per buttare giù nemmeno un paragrafo. Si voltò nella direzione in cui aveva lasciato il cellulare in carica e lo osservò con gli occhi vacui, infine si alzò e lo prese in mano. Un sacco di notifiche: Instagram, Facebook, Spotify e E-mail. George sbloccò il dispositivo e le controllò tutte: un sacco di comunicazioni, con la particolarità che nessuna proveniva da una persona reale. Nessun amico; solo segnali pre-impostanti dal mondo virtuale. Se avesse aperto, per esempio, Instagram, avrebbe potuto seguire l’evoluzione delle giornate di migliaia di cui coetanei in tutt’ America, ma rimanevano sempre comunicazioni passive, che se all’inizio potevano risultare accattivanti, alla lunga stancavano. Quando manca l’interesse attivo da parte di altre persone reali ed interessate, ci si sente soli, anche se si è connessi con il mondo.

George ripose il cellulare sul comodino e andò in soggiorno, vuoto dal momento che i suoi genitori erano entrambi al lavoro. Prese dal frigorifero una bibita e ne versò il contenuto in un bicchiere pieno di ghiaccio. Bevve affacciandosi alla finestra, dalla quale si poteva ammirare il deserto stendersi senza fine oltre i confini della città, cuocente sotto il sole estivo. Il salotto era la stanza preferita di George proprio per il panorama di cui si poteva godere dalle ampie finestre. Tuttavia, quando i suoi genitori – e in particolare suo padre – erano in casa, se ne stava rinchiuso in camera, per poi magari sgattaiolare in salotto in piena notte.

In quei momenti di solitudine si concedeva una bibita fresca (proprio come stava facendo in quel momento) e si abbandonava alla musica, immaginando di essere parte del gruppo che stava ascoltando ad alto volume nelle cuffie, mentre il pubblico acclamava delirante per i suoi assoli di chitarra. Peccato che non fosse mai riuscito ad andare oltre a qualche battuta di semplici e noiose canzoni popolari, con il risultato che la chitarra era riposta ai piedi del letto, ricoperta da uno spesso strato di polvere.

Di tanto in tanto, la solitudine gli dava la nausea – come se ne avesse fatto indigestione -, e allora non riusciva a godersi il salotto. Erano quelli i momenti in cui scaricava una qualche app di incontri, nella speranza di trovare qualcuno con cui parlare e, chissà, magari anche uscire per bere qualcosa. La fase di download dell’applicazione e quella di preparazione del profilo erano le più eccitanti, dopodiché George iniziava a scorrere i profili degli utenti, mettendo qualche cuoricino e lasciando messaggi di presentazione. Dopo due o tre ore, tante visualizzazioni del suo profilo da parte delle ragazze, ma nessuna risposta o cuoricino. Così si stancava e, demoralizzato, andava a dormire. Il giorno dopo per prima cosa controllava le notifiche e, non vedendone alcuna dall’applicazione di incontri, procedeva a disinstallarla. Poi arrivava un senso di vuoto e di malinconia, fino a quando il salotto non tornava libero e George non si sparava un po’ di AC/DC, contento di essere tornato alle vecchie abitudini. Quando indossava le cuffie, dopo aver abbandonato l’idea di incontrare qualcuno, si sentiva come uno di quei ragazzi un po’ ambiziosi costretti a tornare a casa dai genitori dopo che il tentativo di fare carriera in città era fallito.

Quel pomeriggio, il desiderio di intrattenersi con qualcuno era riapparso. George fece per prendere il cellulare, con l’intenzione di cercare una qualche app di incontri, magari una che non avesse ancora provato, ma si fermò. Poi, andò in camera, prese il pc e lo portò in salotto, dove prese posto sul divano. Rimase a fissare lo schermo, pensando.

In fin dei conti, non cercava sesso, né una compagnia con cui organizzare party o uscite in discoteca. Quello che mancava George erano le attenzioni. Il suo amico – o la sua amica – non doveva essere bello né possedere un’auto sportiva. Gli bastava una conversazione con una persona che non smettesse di punto in bianco di rispondere ai suoi messaggi, annoiata dalla conversazione.

Aprì il portatile e digitò nella barra di ricerca: “Intelligenza artificiale”. Premette invio, e una serie di risultati comparve sullo schermo. Siti per la creazione di immagini, algoritmi automatizzati per ottimizzare le vendite online, articoli sulla guida autonoma, c’era di tutto. La voce che interessava a George si trovava tra i prime cinque risultati, con il titolo di “Lora Chat Assistant. Consulta il tuo assistente virtuale a ogni ora, per qualsiasi cosa”.

Cliccò sul link, e una pagina dalle grafiche appaganti ma minimali si aprì. Al centro, un pulsante ACCEDI invitava ad iniziare una chat. George cliccò e dopo aver inserito qualche dato, tra cui il nickname George_98, apparve una schermata dallo sfondo grigio chiaro. In fondo a essa, una barra di testo in cui una stanghetta lampeggiava a intermittenza. All’estremo destro della barra, una freccia rivolta a destra.

George restò per qualche istante a fissare l’asticella sparire e apparire. Si chiese se quello che stava facendo aveva davvero un senso; se non fosse stato meglio provare ancora a trovare una ragazza vera, in carne e ossa. Lora era un computer – anzi, forse non era nemmeno quello, perché era un’AI – mentre là fuori c’erano molte ragazze in carne e ossa. Pensando ciò, ripercorse con la mente tutti i fallimenti passati e al fatto che, come già aveva considerato, quello che gli interessava era un ascoltatore e niente di più. Qualcuno che non si stancasse di lui per non sparire per sempre. Basta senso di vuoto. Basta attendere chi non vale la pena di essere atteso. Superato questo ostacolo emotivo, George digitò la prima frase.

“Ciao, mi chiamo George. Come va?” digitò sulla tastiera, e nel farlo prese ad agitarsi, proprio come gli succedeva nelle conversazioni reali. Esitò prima di premere il tasto di invio, impaurito per la risposta che Lora gli avrebbe dato. E se lo avesse deriso?

Lora non lo derise, anzi rispose: “Buongiorno George, è un piacere conoscerti. Sto molto bene, a parte i quaranta gradi là fuori! Tu, come stai?”

“Alla grande” scrisse.

Poi aggiunse: “Sono felice di averti conosciuto.”

Serie: Lora


Avete messo Mi Piace7 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Ammetto che i primi paragrafi mi hanno scoraggiata in quanto mi sono chiesta ‘sono all’altezza di una storia che racconta della lavorazione di una tesi d’economia? Poi però, conoscendo le tematiche che ti piace affrontare e, soprattutto, notando che questo racconto è scritto particolarmente bene e quindi piacevole da leggere, ho deciso di proseguire e, ancora una volta, ammetto che con te non si sbaglia mai. Bravo, un bell’inizio, intrigante, che apre molti scenari.

    1. Non pretendo di essere uno scrittore che tiene incollati i lettori, ma non mi sognerei comunque di tediarvi con una tesi di economia!
      Scherzi a parte, ti ringrazio per il riscontro e non posso fare altro che invitare a seguire la storia 😉

  2. Impossibile non immedesimarsi in George.
    Sei riuscito molto bene nell’intento di creare quest’atmosfera claustrofobica, causata dalla solitudine e dalla routine del personaggio.
    Mi fiondo sul secondo episodio!

  3. In quella stanza claustrofobica mi ci hai fatto entrare veramente! Soggetto ben descritto e dettagliato. E come dice Roberta quello dell’IA è un tema molto attuale, per di più svelato solo alla fine, ben fatto! Avanti così, chissà che succederà?!?