
Ciro
Se permetti, vorrei qualche minuto del tuo orologio, per raccontarti di Ciro, un ragazzino di otto anni, che vive in uno di quei quartieri, che un turista non avrebbe interesse a visitare, da cui scapperebbe chi ci abita, se avesse la possibilità economica di farlo.
Uno di quei quartieri con le ciminiere fumanti delle fabbriche e con i palazzi, scatoloni di mattoni rossi, dalle ringhiere dei balconi di marrone smangiato dalla ruggine, ma abbellite dai panni stesi, che sono il biglietto da visita di chi vive quelle case.
Qualche ciminiera più in là, con i suoi piloni, giganti e grigi, l’autostrada scorre davanti alle finestre, facendole vibrare al suo passaggio. Ma non c’è da lamentarsi più di tanto; piuttosto si deve ringraziare la santa provvidenza, per aver concesso il lavoro in fabbrica e un tetto che non fa piovere sulla testa.
Per Ciro, quel luogo è lo scenario quotidiano dei suoi occhi, che desidera tradire, un giorno, per raggiungere la sua immaginazione che corre già in un posto diverso, dove niente c’è di brutto e dove tutto è bello.
Intanto, i suoi pomeriggi sono una fotocopia di quello del giorno prima. Dopo aver terminato i compiti per la scuola, passa ore a rincorrere partite di calcio, sull’asfalto del campetto di pallacanestro, nel giardinetto del rione, sognando di diventare un calciatore famoso, come quelli che vede in televisione.
Ad una certa ora, suo padre, di ritorno dal lavoro, gli appare, con la faccia stanca, ma contenta. Si siede sulla panchina, sotto il tiglio, e gli fa compagnia con lo sguardo. Dopo una quindicina di minuti, si alza e gli fa cenno di mettere a riposo il pallone. A Ciro piace quella mano, rasposa e pesante, che se lo riporta a casa.
I gradini del palazzo, sono rivestiti di lastre di marmo povero, quasi tutte scheggiate e venate. Sui pianerottoli, anonimi zerbini di gomma dura e nera, qualche portaombrelli, dei mobiletti bassi, ad uso scarpiera, qualche pianta vera e altre false.
Dall’ultima rampa si accede alla terrazza, circondata da antenne e parabole, fissate al parapetto, con i cavi che scendono lungo la facciata dello stabile.
Da lassù, si vede di più il cielo e la scia bianca degli aerei che passano, rombando simili a tuoni stonati.
Ciro ci sale spesso, non per avere la vista sui tetti del quartiere, che non hanno nulla di attraente, ma per guardare in direzione di quel lembo di cielo che mette il cappello alla collina, oltre la quale si può raggiungere nientedimeno che il mare.
Già, il mare, dentro il quale entra il mondo intero, senza riuscire a riempirlo. Il mare, dove chi ha avuto la fortuna di starci, non desidera che restarci. Ciro non ha mai visto il mare da vicino, così da poterlo toccare.
Mario ha i capelli ricci, che sembrano fili di lana, e le gambe che non sanno stare ferme e gli occhi vispi che rimbalzano su qualsiasi cosa che si veda, fosse anche il buio. Abita nella casa di fronte a quella di Ciro ed è suo compagno di scuola e l’amico con cui giocare.
Mario c’e stato al mare. Si è addirittura fatto il bagno, nel mare.
Glielo ha raccontato anche a Ciro: «Quando hai caldo che il sudore ti bagna tutto e ci hai il mare vicino, non puoi starci fuori, perché il sole ti brucia la carne della pelle, come se tu sei una salsiccia e lui è la brace. Nell’acqua, invece, il sole si bagna e si spegne, e tu stai tanto fresco che non esci più ad asciugarti»
Non è solo il mare ad essere meraviglioso, ma tutto quello che c’è intorno: «I palazzi sono con le vetrine che fanno vedere le cose che vuoi comprare. Ci sono alberi, con gli aranci sopra, che li puoi prendere e mangiare che nessuno dice niente, perché sono per la strada!» gli ha confidato, serio serio. «Ci sono, anche, tanta gente vestita alla domenica, anche se è lunedì o martedì, per tutta la settimana!» gli ha anche riferito, con la mimica facciale ben accordata con quel suo ricordo sensazionale.
Laggiù, il mare è pieno di belle cose che bisogna, per forza, andarci, pensa Ciro. Questo pensiero, se da una parte lo fa sognare, dall’altra lo rende triste, perché non comprende per quale ragione, lui e i suoi genitori, stanno lì, in quel posto brutto, invece di trasferirsi al mare.
Una mattina in cui la domanda gli brucia sulla lingua da doverla tirare fuori, per raffreddarla, lo chiede a sua mamma. La povera donna, dopo averlo ascoltato, via via con gli occhi sempre più spalancati, gli risponde, quasi risentita, che lo capirà da sé, quando sarà stato abbastanza grande da capirlo.
«Un giorno, ci andrò io, allora!» ribatte Ciro, non soddisfatto della risposta.
«Lo spero!» taglia corto lei, continuando a prepararsi per il turno in fabbrica.
Mario è raggiante, quando comunica a Ciro che si trasferirà oltre la collina: «Vicino vicino al mare, che ci puoi arrivare a piedi». Qualche giorno dopo, arriva un furgone bianco che riparte zeppo di roba da casa. Mario è seduto tra sua mamma e un uomo con i baffi, che addenta una sigaretta accesa, buttando fumo dal naso. Ciro, guarda il retro del furgone, finché non scompare.
Sul tratto di autostrada che corre in mezzo alla fila di palazzi, allineati uno di fronte all’altro, le auto sfrecciano, come biglie lanciate con la fionda. Ciro si mette a contare quelle che vanno in direzione del mare. Sono tante, ma proprio tante quelle macchine! Tanta è l’invidia, per i passeggeri che ci sono dentro, così tanto il desiderio di seguirli. Per ognuna si immagina una bella casa, di fronte ad una spiaggia, con le onde che arrivavano fin sotto le finestre. Intanto, passano i giorni, ma non i pensieri che scappano a fantasticare, al di là del quartiere.
Così, arrivano le sei e mezza di un venerdì qualunque, da battezzare come un giorno importante. Ciro è già in cucina, davanti alla scodella di caffelatte e al pane spalmato di burro e marmellata. Sua mamma, dopo avergli preparata la colazione, esce di casa, per avviarsi in fabbrica, non prima di avergli raccomandato di tirare la porta, fino a sentire lo scatto della serratura, quando scenderà sul marciapiede, di sotto, ad aspettare il pulmino della scuola. Suo papà è già uscito, per un lavoro da fare in un paesino, oltre la periferia.
La notte di Ciro è passata in un’altalena di emozioni.
Durante l’oscillazione in alto, i suoi piedi saltellavano su una spiaggia ricoperta di sabbia fine e lucente; durante quella in basso, la paura lo soffocava, coprendogli il respiro di mare. «Quando arriverò al mare, cercherò Mario e starò con lui!» si era fatto coraggio, alla fine.
La strada non è ancora trafficata e l’aria sembra meno appannata del solito.
Da una fune della stesa per i panni, un uccellino spicca il volo, verso l’alto, scomparendo. Ciò è un invito a non tergiversare più.
Ciro, preso lo zaino di iuta, comincia a riempirlo:
un mezzo pacco di fette biscottate, due macchinine, una gialla e l’altra rossa, una trottola di legno, il sassolino del torrente che pare una conchiglia di mare. Tutto ci sta dentro lo zaino che non è nemmeno pesante.
Ora, ci metto anche quello, che non pesa niente» si dice, mentre lo prende. E incomincia a farglielo entrare, ma rimane fuori. «Forse, se lo piego, ci sta». E così lo accartoccia, lo schiaccia, ma lo stesso non entra. Stanco di manovrare, si siede sul bordo della vecchia cassapanca, stringendo tra le braccia quello che nello zaino non vuole entrare. Poi, guarda lo schiarirsi del giorno e pensa alla sera che sarebbe arrivata; e al sorriso di mamma e papà, che è quello che non si può lasciare.
Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Un bellissimo narrare. Il ritmo è battente, come i pensieri di un bambino che si organizza per il desiderio di cose belle e nuove opportunità. Al di là della storia che a mio avviso è commovente, realistica, è come hai saputo raccontarla che crea un interessante confronto con il lettore. Mai esasperata, semplicemente descritta nei luoghi e nei pensieri dei personaggi. Quelle macchinine che Ciro mette nello zaino valgono di per sé la lettura di questo brano.
Ti ringrazio, sei gentile.
Un buon modo di iniziare la giornata è stato leggendo il tuo librick!
Mi piace averti dato un buon giorno
La storia di Ciro è quella di molti bimbi che sognano il mare, un futuro diverso dove trovare altri colori che non siano quelli feroci del cemento, dei mattoni e della povertà. Aldilà di tutto questo, ho amato la dimensione che hai saputo dare al suo cuore, la purezza di fondo, e il riconoscimento che in fondo nello zaino “il sorriso di mamma e papà” non si potevano portare
Ti ringrazio
“d una certa ora, suo padre, di ritorno dal lavoro, gli appare, con la faccia stanca, ma contenta. Si siede sulla panchina, sotto il tiglio, e gli fa compagnia con lo sguardo.”
Questo padre, senza parole parla d’amore
Notevole, per la mia modestissima opinione questo scritto è notevole. In particolare mi complimento, restando nell’ambito formale, per il cambio di registro dal gergo normale al dialetto, espediente che rende la narrazione particolarmente realistica e di cui vorrei io stesso fare tesoro nella stesura di prossimi racconti. Senza dimenticare che questo non può prescindere da una padronanza della lingua non indifferente, che tradotto significa: ne sarò capace?
La storia è particolarmente bella e riesce a mantenere una intensità costante perché, come un prisma, filtra la realtà restituendone i colori differenti: la povertà, i sogni, l’affetto dei genitori, l’amicizia. Ma anche una semplicità che, è giusto dirlo, intenerisce, quella dei bambini che sa stupire e a volte toglie il fiato. In questo senso, ho trovato il finale particolarmente riuscito: una piccola perla, magistralmente velata e proprio per questo ancor più d’effetto.
Chapeau.
Grazie Roberto, apprezzo