
Città
La strada era vuota e polverosa.
Lorenzo stava camminando con le mani in tasca, lo sguardo chino.
Passò di fronte alla sede dell’MSI e si girò un attimo a osservare che dei netturbini stavano badando a un cestino.
A Lorenzo scappò da ridere. «La strada è messa così male e voi pensate a quello stupido cestino?».
«Va’ a lavorare, ragazzo, che noi abbiamo già il nostro lavoro».
Lorenzo non si sognò neppure di discutere con loro. Andò via.
Ore dopo stava improvvisando una pausa dalla catena di montaggio che udì un botto.
Tutti si girarono a guardare. Oltre i tetti delle case, si vide una voluta di fumo.
Dopo il silenzio, le urla. Dopo, ancora, il suono delle sirene.
Arrivò il principale. «Un attentato, è stato un attentato!» si agitava.
Nel caos che era scoppiato, Lorenzo fu colto dalla curiosità. Uscì dal cancello e raggiunse la sede dell’MSI che tanto la fabbrica in cui lavorava era lì vicino. La facciata era stata sfregiata, c’erano fiamme e a terra dei bozzoli di cenere che fino a pochi minuti prima dovevano essere stati esseri umani.
Gli venne da vomitare.
Altre ore erano trascorse e Lorenzo stava per uscire dalla fabbrica. La giornata lavorativa si era conclusa – per quel che si era potuto lavorare visto quel che era successo.
Stava tornando a casa che lì accanto la strada era piena di gente. C’erano bandiere tricolori e croci celtiche. Gli inni erano minacciosi e tutti facevano il saluto romano mentre con l’altra mano avevano bastoni e qualcuno una pistola.
I celerini intervennero per sedare gli animi ma i neofascisti non erano di quell’idea e picchiarono i poliziotti. La polizia reagì con manganellate e lacrimogeni, ma vedendo che non servivano a nulla scapparono.
I neofascisti non ebbero il tempo di gioire che sobbalzarono: a sirene spiegate, i blindati li stavano caricando.
Ci fu un fuggifuggi generale e Lorenzo rimase invischiato nella faccenda. Corse con i neofascisti e scivolò su un bastone.
Gemette per la paura. I blindati potevano investirlo!
Non gli successe nulla e con gli occhi strabuzzati si rialzò e corse lontano. La folla di dimostranti si era dispersa nelle vie traverse e un neofascista sparò dei colpi di pistola contro una jeep della pula.
«Questi sono pazzi!». Lorenzo si allontanò il più possibile.
Per un attimo pensò di andare in questura a denunciare i “netturbini” e il pistolero neofascista, ma poi prese un’altra decisione: sarebbe scappato in montagna, che lui con la Città non aveva nulla a che vedere.
Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
La Storia viene insegnata, ma a quanto pare poco insegna: ci ritroviamo a ripercorrere le stesse strade in circolo.
Hai ragione. Grazie del commento!
Bello questo racconto e molto attuale. Ogni giorno su TV e giornali se ne vedono e leggono di ogni tipo e tu le sai raccontare molto bene
Grazie! Sì, in effetti tra gli anni ’70 e i tempi attuali, ormai, non c’è più molta differenza
Bel finale Kenji. Dopo aver letto il libro di Paolo Cognetti “Le otto montagne” e visto il film tratto dalla stessa storia, che mi e` piaciuto un sacco, anche questo finale del tuo librick mi piace.
Grazie per le tue parole, ma il libro di Cognetti non l’ho mai letto…