Coccole e dolore

Serie: Morirò d'estate


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: ● Mi sentivo sporco, come se avessi addosso un velo di sudore e di fango. ...Affrettai il passo, ma non feci in tempo ad arrivare a casa, che vomitai per strada. In quel momento, percepii il mio corpo ripulirsi da quella sensazione di sporco e provai una strana sensazione di piacere... ●

Quella sera, come spesso accadeva ormai da molti anni, andai a dormire senza cenare.

Rimasi sveglio a fissare il soffitto, con lo stomaco ancora in subbuglio.

Il tic-tac della sveglia era l’unico rumore che si sentiva, mentre la gallina continuava a beccare imperterrita.

Volevo dormire, ma non ci riuscivo. Sentivo ancora le mani di Tano sulla pelle, un bruciore che non passava.

Mi alzai e andai in cucina, bevendo acqua a sorsi, sperando di togliere dalla mente quel ricordo, ma il sapore amaro del vomito e della vergogna restava incollato in fondo alla gola.

Andai in bagno e feci una doccia calda, cercando di trovare un po’ di pace e di cancellare il volto di Tano, ma appena tornai a letto, l’incubo ricominciò.

Le lenzuola mi sembravano carta vetrata e la faccia di Tano mi perseguitava.

Tornai in bagno e mi lavai la faccia con acqua gelata, fissandomi allo specchio. Ma non vedevo Luca, l’uomo adulto. Vedevo quel bambino impietrito, vittima di abusi e parole dolci che erano solo veleno.

Il mattino dopo, indossai la mia armatura da adulto responsabile e mi presentai al lavoro come sempre.

Risposi alle email e chiacchierai con i colleghi, con un sorriso automatico. Nessuno poteva immaginare che poche ore prima ero stato in ginocchio su un marciapiede, a vomitare l’anima.

La sensazione di calore tra le gambe continuava a tornare, come un fantasma che si rifiutava di andarsene.

Quel ricordo era tornato e sembrava non avere nessuna intenzione di andare via.

Ogni cosa mi riportava a quel vicolo, a quella vespa, a quelle mani, a quel dolore travestito da piacere.

Un pomeriggio, nascosto nel mio armadio, intravidi il mio quaderno/diario, che avevo iniziato a scrivere qualche settimana prima.

Lo avevo completamente dimenticato, preso da tutto quello che avevo vissuto in quei giorni.

Lo aprii e istintivamente cominciai a scrivere.

«Martedì 08/08/2000. Mi sento uno schifo, e se prima non sapevo chi ero, ora non so più come fare a convivere con me stesso» scrissi, con la mano che tremava e il cuore che sembrava volesse uscire dal petto.

«Ho paura, ho paura di ricordare altro. Vorrei tornare a qualche giorno fa, quando il mio unico pensiero era nascondere il mio malessere agli altri e camuffare, con l’abilità di un grande attore, il mio dolore. Ma è tardi, tutto è tornato, come un ospite indesiderato e ora non so più come mandarlo via».

Scrivevo e piangevo, e mentre cercavo di ricomporre i miei pensieri, cominciai, come un automa, ad elencare sul quaderno, tutti gli incontri con Tano che riuscivo a ricordare.

Ci vedevamo il pomeriggio, di solito dopo la merenda, ci nascondevamo da occhi indiscreti e giocavamo alle «coccole» come le chiamava lui.

A volte, le coccole, avvenivano a casa mia, magari dopo un invito a pranzo o a cena, da parte dei miei genitori.

Ricordai una sera, in cui, lui era rimasto a dormire da noi, perché mio padre non stava bene.

Era stato ricoverato in ospedale, dopo una delle sue solite crisi asmatiche, e mia madre era rimasta tutta la notte ad accudirlo.

Quella volta, le coccole, durarono molto di più, furono molto più intime, e per la prima volta, forse, provai più paura che piacere.

Avrei voluto urlare, ma ero impietrito dai suoi occhi grandi e gelidi. Sentivo il suo alito sul collo mentre mi accarezzava, e il suo ansimare, prima lentamente, poi sempre più velocemente.

Avrei voluto dirgli che non volevo, che non mi piaceva più. Avevo paura e non volevo svegliare i miei fratelli più piccoli, che dormivano nella loro cameretta, accanto al soggiorno dove tutto stava accadendo.

Allora rimasi in silenzio, a fissare la sveglia che mia madre, teneva sul tavolino vicino al divano.

Fissavo quella gallina che beccava, e mi immaginavo lì con lei, in quel campo. Libero dalla sua morsa e dai suoi gemiti.

Guardavo la gallina, aspettando che tutto finisse.

Sperando che finisse presto.

Annotai ogni ricordo, fino all’ultimo, quando finalmente riuscii a liberarmi dalle sue coccole.

Era il giorno del mio tredicesimo compleanno e mia madre aveva organizzato una festa in casa.

C’erano i miei fratelli, i miei amici di scuola e lui, lo “zio” Tano, come lo chiamavamo noi.

Quella mattina, mia madre canticchiava mentre preparava la torta.

«Porta sfortuna guardarla prima!» mi disse sorridendo, mentre mi invitava ad uscire dalla cucina, ma io spiai il suo lavoro.

Al centro della torta c’era una piccola palla da pallavolo, realizzata in ostia, con la scritta “Auguri” in cioccolato.

Il pomeriggio, Tano arrivò in anticipo e mi porse il suo regalo, sorridendomi e dandomi un bacio sulla guancia.

«Grazie!» dissi frettolosamente, poi andai dai miei fratelli che stavano giocando.

La festa trascorse tra risate e musica, ma io ero a disagio al centro dell’attenzione e mi rifugiai in camera mia.

Tano mi seguì e mi strinse i fianchi, baciandomi il collo, poi cercò di sbottonarmi i pantaloni.

«Lasciami in pace o urlo» gli dissi, voltandomi di scatto. Lui capì e andò via.

Per la prima volta, avevo avuto il coraggio di ribellarmi.

Quando arrivò il momento della torta, mia madre mi cercò per tutta casa e mi trovò piangente, nascosto dietro la tenda della sua camera da letto.

«Dobbiamo soffiare sulle candeline» mi disse, asciugandomi le lacrime.

«È successo qualcosa? Perché sei qui?» continuò.

«Non mi piace il mio compleanno. Non voglio più festeggiare» risposi.

Avrei voluto raccontarle tutto, ma non avevo il coraggio e sapevo che non mi avrebbe creduto.

«Va bene» disse mia madre, con calma e dolcezza.

«Ormai andiamo a festeggiare, ma ti prometto che non lo faremo più, se è questo che vuoi».

Tornammo in soggiorno, soffiai sulle candeline e continuammo a festeggiare.

Quella fu la mia ultima festa di compleanno, e quella sera, per la prima volta, vomitai in bagno, mentre tutti continuavano a festeggiare.

Tano continuò a frequentare la mia casa, ma da quel giorno non provò mai più a toccarmi. Ogni volta che lo vedevo, però, sentivo ancora il suo alito sul collo e le sue mani sul corpo.

Chiusi il quaderno, lo nascosi nell’armadio, presi la sveglia con la gallina che becca e la buttai nel cestino dell’immondizia, poi andai in chiesa.

Non ci andavo da qualche giorno. 

Continua...

Serie: Morirò d'estate


Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. La sofferenza, il senso di disagio, la ferita che si nasconde dietro a certe esperienze è una delle peggiori da affrontare. Avevo già intuito qualcosa negli episodi precedenti, ora il dolore di di luca mi urla, forte e chiaro, la causa del suo male.

  2. Un episodio che mi lascia un retrogusto amaro. Sei stato bravissimo, non mi fraintendere, ma queste vicende mi infastidiscono. Quanto subdola può essere una persona? Insensibile? Egoista? Ipocrita? Spero che Luca riesca a uscire da questa vicenda e ottenga la giusta riparazioni per il danno che gli è stato fatto.

    1. Ciao @Tiziana.M
      Ho capito perfettamente ciò che vuoi dirmi e se avrai ancora voglia di leggermi, capirai che era necessario che Luca affrontasse il suo passato “seppellito e dimenticato”.
      Nom esitare per nessun motivo a dirmi la tua opinione.
      Grazie sempre per l’attenzione che riservi al mio racconto. 🙏🏻

  3. Questi individui schifosi hanno anche il coraggio di continuare a vivere come se niente fosse. La famiglia non si accorge di niente e tutto procede tranquillamente, è questa la cosa che mi fa incazzare più di tutte. E Luca ha proprio ragione: anche se avesse raccontato tutto a sua madre, lei non lo avrebbe creduto o , peggio, avrebbe cercato di sminuire la cosa.

  4. Un racconto che mi fa rabbrividire, per quanta verità contiene, nel riflettere una realtà presente, molto spesso, anche nelle migliori famiglie, che resta quasi sempre nascosta, occultata e negata. Nella naggior parte dei casi sono soltanto le vittime di questi abusi, bambini e bambine, a dover fare i conti, anche da adulti, con le conseguenze di queste forme di violenza.
    Un racconto coraggioso e direi anche necessario.💝

    1. @cedrina rispondere al tuo commento, mi viene assai difficile, perché dice esattamente quello che vorrei trasmettere, in questo “racconto”.
      Sto scrivendo di getto, e quindi, ogni volta ho la preoccupazione di esagerare o tralasciare qualcosa.
      Ci tengo molto a questo racconto e il motivo, se avrai la pazienza e la voglia di leggermi ancora, lo scoprirai alla fine.
      Intanto grazie per il tuo apprezzamento e i tuoi commenti, sempre puntuali e precisi. 🙏🏻❤️