
Come le foglie
Volevo scrivere le mie memorie prima che la mia perda pezzi per strada o, peggio, si resetti automaticamente in quella pulizia programmata chiamata senilità a cui non ci si può sottrarre; forse un domani l’I.A. (Intelligenza Artificiale), che fa da contraltare alla millenaria stupidità naturale, riuscirà a estendere la memoria umana di qualche petabyte con una semplice app scaricabile da uno smartphone.
Ne ho avuta sempre poca, sia di voglia che di memoria, lo confesso, per questo che mi sono messo di buzzo buono davanti alla tastiera del tablet. Scrivere da dietro è maledettamente più complicato; c’ho provato ma erano troppi gli errori di battuta, così ho desistito e ho lasciato il compito a Vannacci, che in generale del mondo al oirartnoc ne è esperto, ha pure scritto un libro di successo. Dopo poche battute, per niente ironiche, mi sono accorto che il testo faceva pena; così ho smesso, oltretutto non avevo niente da scrivere che ne valesse la pena, e questo mi faceva stare male, più ci pensavo e più mi facevo pena .
Com’è possibile che tutta la mia vita stia in queste sole e striminzite quattro righe? Meno di quelle di un pentagramma musicale! Ma ne valeva la pena o è stata solo una pena, questa vita? Boh! No so darmi una risposta, non sono come i filosofi che mettono in campo tante teorie, alcune interessanti, altre campate in aria; tanti ci campano pure riempiendo libri e trattati con le loro argomentazioni fantasiose. Non sono nemmeno un teologo, che ha sempre la risposta pronta a ogni domanda, che sa sciogliere tutti i dubbi di noi uomini dalle menti limitate con le sue certezza assolute, figlie di dottrine millenarie; indifferentemente da quale religione professi sa consolarti con queste semplici parole: abbi fede, Dio ti vuole bene sempre e comunque, Dio ha un progetto per te. Ineffetti la mia limitatissima mente non comprende come queste parole possano consolare un bambino malato, ricoverato in un ospedale infantile in Ucraina, in una fredda giornata d’inverno sotto una bufera di neve, con il tetto appena squarciato dall’esplosione di un missile russo, missile tra l’altro benedetto da Kirill in questa guerra di denazificazione combattuta per difendere i valori di Santa Madre Russia dalle devianze occidentali – i gay sono sempre stati un grosso problema, però assimilarli ai terroristi ce ne corre. Penso di non essere il solo ad averlo pensato.
Vivo un’esistenza normale, simile alla mia la vivono tante persone, tanto da non sentirmi solo, bensì in buona compagnia: milioni di persone come me conducono una vita analoga in famiglia, sul posto di lavoro, con gli amici. Gli anni passano velocemente, le stagioni si rincorrono, ora le foglie cadono dagli alberi come i miei pochi capelli bianchi rimasti, vedo avvincinarsi quel traguardo a scacchi da tutti poco ambito senza quasi accorgermene, senza sapere se si tratti di un arrivo o l’inizio di un nuovo viaggio verso l’ignoto; che muoiano le persone più vecchie di te ti sembra normale e scontato, e non solo sotto le feste, ma veder morire coetanei o addirittura qualcuno più giovane di te, ti fa pensare come non sia per niente improbabile che domani il tuo nome possa comparire sui necrologi del giornale locale con un semplice e sempre uguale trafiletto stile copia incolla: 《È mancato all’affetto dei suoi cari…. – È tornato alla casa del Padre nella variante cattolico praticante – Addolorati lo annunciano la moglie, la figlia, la mamma e i parenti tutti. Lo ricorderanno nella cappella del cimitero……》 Così vivi alla giornata: ogni giorno è un giorno in più da vivere nella solita piacevole routine.
Il mio cammino è ben oltre il mezzo del dantesco cammin di nostra vita, direi sui quattro quinti; questo è un fatto crudemente e crudelmente statistico. La data della fine è ignota, per fortuna, ma prossima; conoscerla sarebbe un dramma, come quello che viene vissuto dai condannati a morte. Qualcuno decide di programmarla con un ultimo viaggio in Svizzera e non per un giro dei tre cantoni o per voglia del cioccolato svizzero! È un comportamento radicale – non solo dei radicali di pannelliana memoria -, per tanti condivisibile, che non si può condannare a prescindere. Sono persone che con coraggio decidono quando la loro vita non ha più senso di essere vissuta perché è solo sofferenza fisica, è solo una tortura, sopportabile solo se si ha il dono della fede, non più sopportabile se questa viene a mancare.
Il pensiero che tutto possa finire all’improvviso non mi spaventa, sarebbe un vero colpo di fortuna se paragonato al calvario a cui tanti poveri cristi devono sopportare per anni prima di togliere il disturbo. Sarò cinico, ma quando sento dire: 《Lo sai che è morto Fortunato? Che disgrazia! Così, all’improvviso.》io rispondo: 《Beato Fortunato, lo è stato di nome e di fatto, che faccia un bel viaggio!》Questo sì che è un vero viaggio di lusso, in prima classe.
Nella vita bisogna sperare di avere fortuna, e visto che la vita dura fino all’ultimo istante prima della morte – verità lapalissiana incontestabile -, bisogna sperare nella fortuna anche nel momento del trapasso. In questo la morte non fa eccezione perché la sfiga, che con la speranza si contende il primato di chi sia l’ultima a morire, si può accanire anche in zona cesarini, facendo magari rinvenire un povero malcapitato dopo una morte apparente, per fargli assaporare le brezza di una lungodegenza ospedaliera che, oltre ad addolorare chi gli vuole bene, addolora le casse dello stato appesantendole nei bilanci in rosso, sottraendo così i fondi per le innumerevoli altre necessità. In tanti diranno:《Grazie a Dio si è salvato, era più di là che di qua, è stato un vero miracolo!》
《Dov’è adesso?》
《In una RSA per malati terminali.》
E lo chiamano miracolo questo! E avanti con un altro povero Cristo.
Quando si nasce si è per forza svegli, se il lieto evento capita di notte si viene alla luce ugualmente anche se la luce è quella artificiale di una lampadina, quando si muore non è detto. Si può esalare l’ultimo respiro anche dormendo, in questa maniera si passa da un sonno limitato (sei – otto ore) a un sonno lunghissimo, modalità non per niente chiamata riposo eterno. Questa, secondo il mio modesto parere, dovrebbe essere anche l’unica perché indolore; che si debba morire ok, ma perché soffrendo? Ogni giustificazione che viene data della sofferenza per me è inopportuna e fuori luogo, a chi può far piacere? Solo a un masochista o a un Dio sadico? Non voglio fare lo iettatore, vedo già qualcuno piegare il dito medio, l’anulare e il pollice, auguro a tutti per questa notte un sonno rigenerante e un buon risveglio.
Sono argomenti che intristiscono, per questo non ne vogliamo parlare. Men che meno vogliamo parlare del trapasso, eventualità certa ma che da tutti viene considerata remota, forse per questo che raramente utilizziamo il trapassato remoto come forma verbale.
La morte ti fa bella era il titolo di un film del ’91 con Meryl Streep, attrice non tanto bella ma molto brava, dove il regista scherzava con la morte; anch’io ci provo, indegnamente lo so, penso tuttavia che scherzarci sia positivo, la realtà purtroppo a volte è terribile e non scherza.
Da quando sono pensionato penso più spesso alla morte, anche la stessa parola pensionato dovrebbe adeguarsi all’ineluttabilità della morte. Analizziamo per l’appunto il sostantivo pensionato, parola immagino composta dai termini pensione più nato, non inteso come l’acronimo N.A.T.O (North Atlantic Treaty Organization), ma di chi viene alla luce in questo mondo, nella cruda realtà della vita non sta a significare quanto potrebbe sembrare. Mi spiego meglio: esiste qualcuno che appena nato ha già una pensione INPS? Non lo credo, pensioni d’oro ce ne sono tante, pensioni baby anche, quelle in culla al momento no, fortunatamente per i conti delli stato. Esiste qualcuno che non muore dopo che ha maturato il diritto alla pensione? No, nessuno. Tutti i pensionati muoiono, chi prima chi dopo e chi anche molto molto dopo e non sempre è una fortuna. Allora perché ci chiamano pensionati? Pensiomorti ci dovevano giustamente chiamare, anche se non è molto benaugurante, lo ammetto, per i pensionati.
Nonostante questa argomentata e dotta scemenza, che comunque mi fa stare meglio – mi accontento di poco -, la tristezza mi prende nuovamente. Attualmente sono felicemente pensiomorto – mi sa tanto di zombie, forse è solo una mia sensazione -; dopo ben 1786 giorni di pensionamento ininterrotto spero che il conteggio si interrompa il più tardi possibile. Il numero ogni giorno è in continuo aggiornamento, non sulla mia pagina web, ma su quella del mio diario in formato cartaceo. Quando il conteggio cesserà spero di essere morto per davvero e non vivo e totalmente incapace di intendere e di volere o, ancor peggio, di essere vivo ma in uno stato vegetativo, cioè uno zombie in piena regola.
Allora Carpe diem, cogli l’attimo, prima che ti prenda un colpo, anche per questo basta un attimo.
Ps: siamo come le foglie d’autunno, una cade per prima, le altre una a una la seguono, fino all’ultima. Quella del filmato non se ne vuole proprio andare.
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Insomma, un monologo agrodolce: a tratti divertente, a tratti malinconico
Come la vita del resto. Auguri Kenji che la tua vena non si esaurisca, sei l’autore più prolifico e costante di questo sito, con tutte le tue pubblicazioni sei enciclopedico, sei come La TreKenji.
Grazie e auguri anche a te! Sei molto gentile ma il bello è che voglio diminuire la scrittura
Ciao Fabius e un bentornato anche da parte mia. Approdato nuovamente e calato fra noi da ‘pensiomorto’. Una versione nuova, forse un pochino nostalgica? Interessanti come sempre gli spunti di riflessione. Argomenti questa volta che richiedono un’ironia più delicata, meno irriverente. Come sempre mi fai riflettere. Come sempre ti leggo volentieri
Complimenti per i tuoi lavori sempre impeccabili nella fo rma e profondi nei contenuti, auguri per la tua carriera . Da ‘pensiomorto’ mi sto togliendo qualche sassolino dalla scarpa. Dopo anni di frequentazione della chiesa (ho suonato 20 anni la Messa domenicale e a un centinaio di matrimoni) con l’avanzare dell’età certi discorsi non li condivido più. Toccato con mano il mondo delle case di riposo, nonper me al momento, ho voluto dire la mia. Non pretendo di cambiare le cose, la vita sarà anche bella come dice Benigni, ma non per tutti. Buon Natale Cristiana.
Ciao Fabius, bentornato. Ho sentito spesso la mancanza dei tuoi testi, il tuo modo unico, divertente e spesso dissacrante, di giocare con le parole. In questo brano intravedo molte riflessioni amare, in gran parte condivisibili, su certi aspetti della realta`, su cui c’ e` poco da sorridere. In quanto alla morte, come recitava ieri notte A. Gassman nella serie “Il professore” – citando, credo, parole di Epicuro – “Quando noi ci siamo la morte non c’e` e quando c’e` la morte non ci siamo noi”; quindi non dovremmo preoccuparcene. Ma piuttosto, come diceva quell`altro, detto il Magnifico: “Chi vuol esser lieto sia, del diman non v’e`certezza”.
Cara M.Luisa ti vedo sempre attiva e ispirata e sono contento per te. È un pezzo che avevo buttato giù da tempo ma di cui non ero mai soddisfatto. Dopo innumerevoli modifiche dovute al tema trattato, finalmente ho trovato la q uadratura e mi sono deciso a pubblicarlo. Spero faccia meditare chi lo legge, anche in modo critico. Come ho già detto a Carlo, ho un po’ abbandonato il sito per produrre dei piccoli lavori (oltre1.500). Grazie di seguirmi, considerato che scrivo sempre un po’ sopra le righe. Buone feste e salutami la Sardegna.
Ciao Fabius, è un vero piacere fare la tua conoscenza con questo racconto pungente, delicato e che io appoggio pienamente, nella sua interezza.
E la foglia è solo un glitch della simulazione… o un robusto filo di ragnatela, ma è più bella la cosa della simulazione.
https://youtu.be/V0YVgwzUNJc
Il filmato l’ho fatto io, si vede la mia ombra. Forse sarà stato un filo di ragnatela a trattene la foglia. Sono contento che ti sia piaciuto questo librick, ti ringrazio. Spero non cambi idea se troverai del tempo per leggerne qualche altro già pubblicato.
Secondo me, è un bel bilancio di fine anno. Sinceramente in questo periodo anche io penso alla fine, del 2023 intendo. A parte gli scherzi, basta leggere un giornale o accendere la tv per essere bombardati da violenza, odio e morte: è normale che si pensi alla nostra fine a prescindere dall’età, è una questione di sensibilità.
Quando l’orizzonte temporale si restringe è normale pensare alla fine. Da giovane la consideravo una probabilità remota, ora non più, la sensibilità è ben diversa di allora, come è giusto che sia. Visto che anche quest’anno la fine coincide con l’inizio dell’anno nuovo allora un buon 2024 di rinascita.
Ma bentornato Fabius! Che sei te, son sicuro, i giochi di parole non mentono, l’ironia pungente pure, quindi ci siamo. Però qui abbiamo un bel testo pieno di malinconia, o come direbbe un mio amico pieno di “ma vaffanculo!”. Scherzi a parte, la pensione fa questo effetto? E ti scrivo dall’ufficio in un pomeriggio grigio di noia in attesa che finalmente inizi il lungo ponte natalizio. Però devo dire che condivido le tue parole, penso riassumibile in “meglio morire serenamente che non rinviare con anni di sofferenza”.
Hai perfettamente colto il mio pensiero. La pensione ti lascia del tempo per meditare perchéi il ponte è a campata unica infinita, i giorni sul calendario sono tutti in rosso. Io ho scoperto in questi anni la mia vena ironica che non si esaurisce con questi librick; ultimamente i miei scritti non sono pubblicabili su questo sito perché corti, barzellette, storielle, battute secche, prevedono altre tempistiche,soprattutto i giri di parole utilizzati per fare satira politica o di cronaca devono essere brevi e immediati. Ho sempre detto che non sono uno scrittore del calibro tuo e di tanti altri che scrivono su edizioni open, sono solo un dilettante che gioca con le parole.