Come restare incinta durante una gravidanza (di Elena Marini, scrittrice, Torino)

Serie: OLOTIPI DELL'IMMAGINARIO


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Una lista di Opere prime (e fortunatamente uniche) del panorama artistico contemporaneo, stilata dalla raffinata penna del mio caro amico Giulio Traüber.

Elena Marini non amava la parola “trauma”. La trovava troppo comoda, diceva: un cassetto in cui si può richiudere qualunque cosa faccia rumore, per non doverla più sentire.

Aveva studiato filosofia a Parma, poi medici­na per due anni – abbastanza per imparare l’anato­mia di una gestazione, non abbastanza per diventa­re qualcosa che assomigliasse a un medico –, e in mezzo a quei due tentativi aveva scoperto che le domande importanti consentivano solo due possi­bili risposte: le certezze del corpo o i dubbi della coscienza.

Per anni scrisse racconti brevi e testi teatrali da spedire a riviste che nessuno leggeva fuori da un certo perimetro torinese, tutti costruiti attorno alla stessa ossessione mai dichiarata: cosa accade a un corpo quando smette di appartenere a un solo individuo.

Quando i suoi conoscenti, più avanti, cerca­rono di ricostruire da dove venisse Come restare incinta durante una gravidanza, lo fecero nel solo modo in cui la piccola editoria italiana sa parlare di un’autrice che tocca un argomento simile: chieden­dosi cosa le fosse successo davvero.

Elena non rispose mai, in nessuna intervista, e giusto quel silenzio finì per essere letto come conferma – è appunto questo, pensava, il vero pro­blema: pretendere da una scrittrice la prova bio­grafica del proprio dolore, come prezzo d’ingresso per essere presa sul serio.

Il romanzo nacque prima come problema tecnico e poi come trama: Elena si era convinta che la storia che voleva raccontare – una donna violentata da uno sconosciuto, che scopre di essere incinta di lui, divisa tra il rifiuto e l’impossibilità d’ignorare la vita che le cresce dentro nonostante tutto, mentre il marito, incapace di darle figli, la osserva da una prospettiva sempre più lontana – non potesse essere narrata da un solo punto di vista senza tradirla. Serviva anche l’altra voce: quella del feto, ignaro, che nel buio trasforma battiti e ru­mori digestivi in una cosmologia primordiale, sen­za sapere di essere, per sua madre, insieme una condanna e l’unica cosa viva rimasta.

Due narrazioni non potevano stare fianco a fianco sulla stessa pagina senza che una zittisse l’altra. Dovevano stare l’una dentro l’altra, letteral­mente, e uscire allo scoperto solo a seconda di come il lettore decidesse di maneggiare il libro.

Elena passò otto mesi – la durata non le sfuggì, e la usò più avanti come una specie di scherzo privato con se stessa – a imparare da un ri­legatore di Torino le tecniche della piegatura a fi­sarmonica, tagliando strisce di carta lunghissime che stampava su un lato con la voce della donna e sull’altro, capovolta, con la voce del feto, così che le due narrazioni corressero in direzioni opposte lungo il medesimo nastro. Ideò lei stessa un sistema di ri­legatura ad anelli metallici apribili – non incollati, non cuciti – e un punzone con cui forava a mano ogni singola linea di piega, dimodoché il leporello aderisse alla costa. Il fascio plissettato, così aggan­ciato, componeva serie di pagine da quattro faccia­te l’una: due esterne, leggibili; due interne, premu­te l’una contro l’altra nel punto di rilegatura, inac­cessibili finché quella piega restava così fissata. Per consultare la voce nascosta bastava sfilare il fascicolo dagli anelli, rivoltarlo, e riagganciarlo – gesto che scopriva una narrazione seppellendo l’altra. Le due storie non potevano così mai stare aperte insieme: leggerne una significava scegliere di sigillare l’altra, e i fori allineati a destra e a sinistra degli anelli restavano il solo punto in cui, per un istante, le due voci si toccavano.

Il risultato era un oggetto che nessuna libre­ria sapeva dove collocare.

Aperto in un verso, Come restare incinta du­rante una gravidanza raccontava la storia della donna: il rifiuto, la vergogna che s’intestardisce a somigliare a un lutto, la lenta e non lineare accetta­zione di un corpo che ha smesso di chiederle il per­messo; rivoltato, sfilato dagli anelli e ricomposto se­guendo l’altro verso di piegatura – operazione che Elena descrive nelle uniche righe di istruzioni alle­gate, col nome di come smontare un pensiero per vederne il re­tro –, lo stesso oggetto fisico raccontava la crescita del feto, la sua totale, quasi comica ignoranza del dilemma che si stava consumando appena oltre la parete di carne, ogni sua percezione tradotta in im­magini cosmogoniche, un mondo che nasce senza sapere di essere una domanda ancora aperta per qualcun altro.

Il titolo, che molti lessero come un errore o un gioco di parole infelice, era in realtà l’unica sin­tesi possibile: non un manuale su come iniziare una gravidanza, ma la cronaca spietata dell’accet­tazione di una maternità già iniziata e non ancora risolta – un presente che non riesce a diventare né un prima né un dopo, proprio come il libro stesso, che non è mai del tutto una storia sola.

Ogni copia veniva assemblata a mano, una alla volta, da Elena, nel suo appartamento di Tori­no, in un processo che richiedeva quasi due giorna­te intere per singolo esemplare: la piegatura, la stampa dei due lati speculari, la foratura calibrata al millimetro, il montaggio degli anelli.

Dopo le prime trentotto copie – un numero che nessuno saprà mai se fosse un caso o se coin­cidesse, non troppo casualmente, coi trentotto anni della protagonista del romanzo –, Elena Marini smise.

Non annunciò la fine, non diede interviste per spiegarla. Continuò a scrivere racconti brevi per le solite riviste indipendenti, mai più un ro­manzo, come se avesse deciso, una volta per tutte, che certe storie si possono raccontare una sola vol­ta, con tutto il corpo, e che ripetere il gesto – as­semblare di nuovo, forare di nuovo, restare di nuo­vo incinta di un’altra storia – fosse semplicemente un lusso che non poteva più permettersi.

Continua...

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Avete messo Mi Piace7 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. E niente Nicholas, io non so nemmeno se mi sento all’altezza di commentare un testo come questo, ma goffamente ci provo. Ogni tua creazione ha del genio, sotto. Non mi piace essere troppo elogiativo, ma leggendo i tuoi racconti di fila non posso fare a meno di pensare che ci dev’essere qualcosa di speciale, che non mi è del tutto chiaro, nella fantasia che li partorisce. Qua si prende tantissimo in esame l’ambiguità, a mio avviso – l’ambiguità dei pensieri più difficili, come possono essere quelli che frullano in testa alla protagonista del romanzo, i quali, a voler seguirli e aderirvi, per forza di cose si scarta e ribalta il loro retro, come scrivi tu. Certe storie sono così difficili e divisive, che nessuna mente savia può evitare di leggerle con una chiave soltanto: ogni direzione verso cui si decide di muoversi si porta dietro il suo contrario, che tuttavia non è possibile leggere al tempo stesso. Credo che tornerò su questo testo, perché oltre a essere scritto divinamente – nulla di diverso insomma da quello a cui ci hai abituati – ha davvero tanto da dire, e si incastra così maledettamente bene con il fil rouge della serie su cui forse non mi concentro quanto dovrei, ma che comincio a carpire sempre di più. Complimenti sinceri Nicholas.

    1. Torno ancora a ringraziarti, Gabriele 🙏🏻
      Questo testo mi ha fatto perdere qualche notte ma è, come giustamente noti, un perfetto rappresentante del senso dell’intera serie, che potrebbe benissimo racchiderei in una sola domanda: “in quale modo ciascuno di noi assemblerebbe un testo unico capace di rappresentare al meglio la propria essenza?”
      Questa serie parla di questo.
      Come sempre, sono onorato delle tue bellissime parole. Un caro saluto!🤗

  2. Questa serie mi sta piacendo un sacco, lo sai, anche se sono rimasto un po’ indietro. In questa storia e nella rilegatura ho trovato qualche punto di contatto con il primo episodio. Ma è davvero una bella riflessione. Ci sono delle frasi che sono belle, direi anche gustose, da leggere. A partire dal titolo dell’opera, o anche “come smontare un pensiero per vederne il re­tro”, “pretendere da una scrittrice la prova bio­grafica del proprio dolore, come prezzo d’ingresso per essere presa sul serio”, e potrei andare avanti parecchio a citare, quindi mi fermo.
    Il cuore della storia delle due voci in un solo corpo, di cui uno estraneo, del corpo non più della donna, ma condiviso, del modo ingegnoso di raccontare questi due punti di vista senza che uno soverchi l’altro, mi ha dato parecchio da riflettere. E mi ha anche fatto ripensare a Cyberpunk 2077, visto che è lo stesso tema, ma in salsa action.
    Bravissimo come sempre.

    1. Ciao Marco! Non conosco Cyberpunk 2077😱 Andrò subito a cercare qualche informazione a riguardo.
      L’idea della creazione di libri bizzarri apparirà spesso in questa serie, ma si toccherà anche il cinema e la pittura. Il concetto è proprio quello di far nascere storie, idee, riflessioni che ruotino attorno al mezzo (medium) e non al messaggio. Grazie mille per la lettura e per il 🔝 commento🤗

      1. Cyberpunk 2077 non l’ho specificato ma è un videogame del 2020, in cui hanno recitato anche Keanu Reeves e Idris Elba. E Keanu Reeves appunto si ritrova dentro la testa del protagonista.

  3. “Elena Marini non amava la parola “trauma”. La trovava troppo comoda, diceva: un cassetto in cui si può richiudere qualunque cosa faccia rumore, per non doverla più sentire. “
    ❤️

    1. Ciao! Grazie mille della lettura🙏🏻 La serie lavora proprio su questo concetto: storie di storie, opere raccontate unicamente dai loro supporti fisici e dai framenti delle biografie di chi li scrive🤗

  4. Bello però: non avevo pensato al fatto che un romanzo somigliasse a una gravidanza. Da un lato c’è l’autore/madre che si autoingravida e dall’altro il protagonista/feto, che potrebbe anche essere abortito — spontaneamente o meno — per mancanza di fantasia o per un rigetto della trama. In quanto a com’era fatto il libro, per capirlo mi si è intrecciato il cervello. Bravo, Nicholas!🙂🙏

    1. Ciao Concetta! Ti ringrazio per leggere sempre queste mie elucubrazioni letterarie😂 In questa serie ci sarà ancora un paio di artefatti bizzarri dalla composizione un po’ ingarbugliata, ma serviranno per illustrare meglio le mappe mentali dei vari artisti🤗

  5. C’è la sensazione che certe storie non possono essere raccontate più di una volta altrimenti consumano chi le scrive. Un bel capitolo, ho letto con interesse, la lettura scorre piacevole