Come si può dimenticare?
Questo traffico peggiora di giorno in giorno, poi bastano due gocce d’acqua e la gente prende l’auto anche per andare dal panettiere sotto casa. Ecco dai, se si muovono magari ce la faccio.
L’orologio sul cruscotto segna implacabile le cinque meno dieci. Devo ancora parcheggiare, forse ci riesco.
Lo sapevo, mi guarda storto. Marta è così, fin da quando eravamo piccoli.
«Scusa, il traffico sai… e poi ho dovuto girare per trovare un parcheggio».
Sorride, mi si avvicina e mi aggiusta il nodo della cravatta.
«Dai, andiamo se no non troviamo neanche una sedia libera».
La sala è gremita, riusciamo a trovare due sedie vicine. Sono le ultime, appena in tempo. Marta ha già attaccato bottone con i vicini, non cambia mai. Le tocco il braccio.
«Ma tu il libro l’hai già letto?»
«No, ma una dedica dopo gliela chiediamo» e tira fuori dalla borsa il volume, «se è come gli altri suoi è sicuramente un capolavoro».
Le prendo il libro, la copertina è inquietante, un paio di occhi sbarrati su sfondo rosso ripetuti tre volte. E poi il titolo, Le Schegge, fa pensare a una bomba che esplode. Vabbè, silenzio, si inizia. Lui parla ovviamente in inglese, se parla lentamente lo capisco ma quando accelera non c’è verso. C’è l’interprete comunque.
«Chi è questo che lo traduce?» dico piano accostandomi a Marta.
«Culicchia, Giuseppe Culicchia. Ha tradotto in italiano tutti i suoi libri. Scrive anche lui, dicono sia bravo».
Marta sa sempre tutto, è incredibile. Le ripasso il libro e mi rimetto ad ascoltare. Parlano di un film adesso, tutti l’hanno visto mi sa, tranne me. Quando si parla di film la gente si agita, mi guardo in giro, tutti sono attenti. Bisbigliano.
«American Psycho? Ma c’è anche il libro?»
«Sì, sì. L’ha scritto lui».
Tutti con le orecchie dritte adesso. Marta ascolta e intanto mordicchia la matita, come faceva mamma. Spero si ricominci a parlare di libri. Sì, ecco, finalmente. Non che mi interessi molto comunque. Storie di adolescenti pieni di soldi con perversioni sessuali. E che ovviamente si riempiono di droga. Niente di nuovo direi.
Siamo alle domande, meno male. Una roba lunga, domanda, traduzione di Culicchia, risposta dello scrittore, ritraduzione. Non finiamo più.
Si alza questa bionda con la scollatura vertiginosa, Marta mi dà una leggera gomitata.
«Ma è vero che questo romanzo è anche autobiografico?»
Ti piacerebbe, eh? Lo scrittore ascolta la traduzione e sorride. Secondo me le sta guardando le tette. Risponde scuotendo la testa.
«Ma chi considera lei come ispirazione per la sua scrittura?», questa volta è un ragazzo, capelli lunghi e occhialini alla John Lennon. Almeno una domanda interessante.
«Io sono sempre stato un ammiratore del grande Hemingway e se devo indicare un ispiratore dico lui, anche se…» e poi accelera e perdo il filo, dovrei rimettermi a studiare l’inglese lo so. Ma alla fine qualcosa mi pizzica. Non so se ho capito bene, mi sembra abbia detto The turn of the screw. Giro di vite.
Mamma ce l’ha sempre in mano, ogni sera. Mi racconta sempre la storia di Miles e Flora, i due fratelli che vivono nella paura. Quella copertina scura, come si può dimenticare?
Marta è sul bordo della sedia, si sporge in avanti. È sul punto di alzarsi. L’ha sentito anche lei. Quella sera trascorsa a mettere via tutte le cose di mamma e papà. Pochi giorni dopo l’incidente. Io continuo a sfiorare le copertine di tutti quei libri, mamma ne aveva veramente tanti. Marta tiene in mano Giro di vite.
«Tieni, portalo a casa. Lo so a memoria, tienilo tu. Mamma sarebbe contenta, ne sono sicura».
Culicchia sta traducendo la risposta: «sì, Hemingway senz’altro ma il romanzo Giro di Vite di Henry James è stato forse quello che mi ha dato l’atmosfera».
Marta mi stringe il ginocchio. Poi si alza di scatto.
«È incredibile che lei citi questo libro. C’è una frase che conosco da anni: “Se un bambino dà un giro di vite alla paura, due bambini possono salvarsi a vicenda”. Quando ha scritto Le Schegge, pensava anche a questo?»
Salvarsi a vicenda? E questo da dove esce? Culicchia intanto traduce. Lo scrittore ascolta con attenzione, scrive qualcosa. Poi alza lo sguardo verso Marta, lei ha le guance arrossate. Le risponde parlando lentamente, capisco prima della traduzione.
«Signora, questa è una bella frase. Ma temo che James non l’abbia scritta. Nel libro, alla domanda sui due bambini, qualcuno risponde semplicemente: “Allora i giri di vite sono due”».
Ecco, infatti. Ma non lo sapeva a memoria? Marta si è seduta, non ha detto più niente. Mi giro verso di lei ma il suo sguardo è puntato di fronte e non mi guarda. Non ascolto più nulla. Le domande continuano, inglese, italiano e ancora inglese. Poi applausi, la gente si alza tra il frastuono delle sedie che vengono spostate.
«Vi prego di mettervi in fila per le firme, non abbiamo fretta» dice Culicchia al microfono. Marta si è alzata e si dirige verso l’uscita.
«Dove vai? E la dedica?»
«Non mi interessa, andiamo» e continua a camminare.
La fila per farsi firmare il libro è molto lunga, sembrano tutti impazienti. Chissà se oltre a farselo firmare lo leggeranno anche.
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