Come si vive una vita immobile?

Serie: I viaggi di Elisa C. Ritorno a Piantorto


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Lisa incontra la sua migliore amica d'infanzia, Sonia, per un'uscita tra amiche "come ai vecchi tempi". Presto la serata diventa insopportabile per Lisa che trova un orecchio attento nel barista del locale, mentre Sonia la abbandona per sfrecciare al Manhattan.

Chiacchierando con Luca, venne fuori che lui non aveva fatto alcun doppiogioco. In realtà lui e tale Lalli, il cui vero nome era Laura, avevano rotto già da qualche settimana, quando lui aveva cominciato a frequentare un’altra ragazza, ma la Lalli era intenzionata a rimettersi con lui. Vai a sapere quale fosse la verità. In questi casi, è bene fare la pesa di entrambe le versioni, togliendo un po’ dall’una e un po’ dall’altra; la verità dovrebbe stare da qualche parte nel mezzo.

Prima di andarsene, Luca volle ad ogni costo lasciarmi il suo numero di telefono e, scendendo dalla sua auto, pensai davvero che l’avrei chiamato nei giorni successivi. Era l’unica persona dal mio rientro con cui avevo potuto condividere le mie esperienze di viaggio.

Nei giorni seguenti, però, fui molto impegnata nella preparazione per un colloquio di lavoro. Purtroppo, l’idillio del viaggio era finito, così come i miei risparmi. Durante quei dodici mesi in giro per il mondo avevo lavorato saltuariamente come insegnante di inglese, di italiano, di francese; ero persino riuscita a vendere qualche articolo scritto da me a delle minori riviste di viaggi. National Geographic, ahimè, non mi aveva mai richiamata per l’articolo che avevo inviato sulla Fitampoha in Madagascar.

Nonostante non avessi ancora deciso cosa fare del mio futuro, ora che ero tornata avevo comunque bisogno di un impiego. Dovevo ricominciare a fare pratica con i colloqui di lavoro di stampo europeo, pieni zeppi di odiosissime domande comportamentali, per le quali ero del tutto fuori allenamento.

Ah, se solo uno potesse rispondere sinceramente a questo tipo di domande!

Per esempio: -Quali sono le motivazioni che l’hanno portata a candidarsi per questo ruolo?-

-Innanzitutto, i soldi. In secondo luogo, volevo fare pratica per i successivi colloqui. Infine, i soldi.-

Oppure: -Quali competenze spera di sviluppare nei prossimi anni? Quali sono i suoi obiettivi professionali?-

-L’indipendenza economica.- Un altro modo carino per dire: -I soldi.-

No, non sono ossessionata dal denaro, ma piuttosto da quello che si può fare con esso, ovvero nel mio caso, viaggiare. Senza soldi non sarei arrivata neanche all’aeroporto o alla stazione dei treni. Dopo tutto quel tempo passato in movimento da uno Stato all’altro a contatto con svariate culture, reinventando il mio modo di vivere e adattandomi alle necessità, non mi sentivo più capace di vivere una vita immobile, ferma in un unico paese, Piantorto, circondata ogni giorno dagli stessi volti e dagli stessi rituali.

Seduta alla scrivania saltellavo tra siti web con suggerimenti su come affrontare colloqui di lavoro, scorrevo le domande tipiche di un colloquio e cercavo di entrare nella testa degli esaminatori, per capire quale tipo di risposta fosse considerata “vincente”. Perché è questo che la nostra società ci spinge a fare: competere con amici e colleghi per essere il migliore, il vincente. Non puoi essere mediocre nel mondo occidentale, non puoi essere incerto, non puoi tentennare o condividere risultati positivi. Devi essere egocentrico, scattante, a tratti anche vanitoso, ma senza eccedere, sempre abbassando la testa di fronte a chi sta più in alto di te. Far valere le tue opinioni, ma retrocedere di fronte a quelle di pezzi più grossi; essere innovatore, ma seguire un modello già ben rodato. Ma soprattutto, devi produrre, produrre, produrre.

Lessi diversi articoli, da “I 5 migliori consigli per sopravvivere a un colloquio di lavoro” a “Le 10 cose da evitare a un colloquio di lavoro”.

Una delle domande più gettonate che suscitò la mia ilarità fu la seguente: “Se parlassi con i Suoi amici, cosa mi direbbero di Lei?”. Innanzitutto, questa è invasione della privacy. Secondo, è una domanda che pecca totalmente di tatto. E se io non avessi amici? Se avessi appena vissuto una situazione spiacevole con alcuni di loro? Se fossi stata tradita o derisa o abbandonata? È una domanda piuttosto rischiosa da porre oggigiorno. C’è sempre un buon motivo per intentare una causa contro qualcuno e ledere ai sentimenti di un candidato potrebbe comprometterne le prestazioni. Oltretutto, non so cosa direbbero i miei amici, ma io di certo preferirei domande rivolte a me. Di sicuro so quello che io vorrei che i miei amici dicessero per farmi fare buona impressione.

Provai, dunque, ad immaginare la mia risposta di fronte a un esaminatore.

-Se parlaste con i miei amici probabilmente vi direbbero che sono cinica, che sono una gran rompipalle di ecologista tra un “non comprare i bicchieri di plastica usa e getta” e un “non penserai mica di buttare quel mozzicone in terra, vero?”; che a tratti sfoggio un latente carattere complottista e che sono piuttosto possessiva.- Questa risposta sicuramente non mi avrebbe fatta brillare, quindi cercai di impegnarmi di più.

Cosa mai potrei dire di me stessa in vece dei miei cari amici che mi faccia ottenere questo posto di lavoro? Potrei tentare la carta dell’amica (da intendersi: collega) perfetta.

-I miei amici direbbero che sono una persona collaborativa, capace di ascoltare e confortare, ma anche di prendere decisioni radicali quando è necessario. Sono pacata e in grado di gestire lo stress al meglio. Insomma, sono la pedina mancante nella vostra squadra- e strizzata d’occhio per concludere.

Una risposta stucchevole e senza personalità, ma probabilmente la risposta vincente. Mi scrollai dalle spalle quelle parole e uscii di casa per fare due passi per le campagne piantortesi in cerca di ispirazione.

Serie: I viaggi di Elisa C. Ritorno a Piantorto


Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. La società odierna ci vuole standardizzati, super uomini e donne con il sorriso sempre stampato in faccia. Non ho mai vissuto in oriente, mi piace pensare che lì il tempo scorra in modo diverso permettendo a ciascuno di scegliere quello che gli permette di essere se stesso.

  2. “essere innovatore, ma seguire un modello già ben rodato”
    Questa in assoluto è la dissonanza più destabilizzante che osservo nella quotidianità. Penso a tutte le volte in cui negli ambienti di lavoro vengono lanciati dei messaggi schizofrenici, in cui si esorta a innovare ma allo stesso tempo si rigettano idee lontane dagli standard. Mi chiedo quanto ci sia di veno nelle frasi pronunciate in azienda; mi chiedo se ci sia davvero cultura aziendale oppure se le persone che hanno un ruolo di responsabilità hanno fatto proprie le frasi fatte della retorica aziendale e le ripetano pappagallescamente senza averle assimilate.

    1. Bella domanda. Magari quelle stesse persone sono state a loro volta vittime di quella retorica che ora propinano ad altri. Anche io mi domando se ci credano davvero o se semplicemente vi ci siano ritrovate in mezzo senza aver saputo affrancarsene. Può darsi che questo modello giovi alla produttività, ma a discapito di quale prezzo per l’individualità?