Quando una storia si spezza

Serie: Come un germoglio strappato


«E se ci provi? Se ti inventi qualcosa, un personaggio, una scena, e ce la infili, tanto per provare?» «Se ci provo la storia si spezza.»

«Quindi non puoi cambiare nulla? Proprio nulla?»

«No, te l’ho detto. Assolutamente nulla.»

Dopo l’ennesimo boccale di birra si poteva chiaramente vedere il livello della schiuma salire dietro le iridi verde chiaro del vecchio Johan. Da ragazzi Tom e Johan erano usi passare intere nottate a bere appoggiati a banconi di legno spesso e scuro come quello, ma ora superate le sei o sette pinte lo sguardo di entrambi si faceva lattiginoso e, prima di cadere in coma semietilico, finivano per salutarsi e tornare ognuno al proprio noioso rituale notturno, fatto di prostatiche puntate al bagno e senili sonni intermittenti.

«E se ci provi? Se ti inventi qualcosa, un personaggio, una scena, e ce la infili, tanto per provare?» Insisté Tom, incredulo.

«Se ci provo la storia si spezza» fu la laconica risposta di Johan.

«Si spezza, dici? E non puoi, non so, ricucirla? Tu sei bravo a scrivere.»

«Quando una storia si spezza, è come quando ti cade a terra una brocca di ceramica ed uno dei frammenti va perso. Finché non lo trovi, e non lo attacchi esattamente nella posizione giusta, ogni tuo tentativo di ricostruire la brocca sarà vano. Puoi sforzarti quanto vuoi, ma non ce la farai. Semplicemente, il pezzo deve essere quello, e deve incastrarsi proprio in quel modo.»

«Magari se lasciassi lì la storia per un po’, per qualche giorno magari, a riposare, e poi la riprendessi a mente fresca…»

«Sai, quando si spezza, resta lì come un germoglio strappato in due metà, e se non la ripari comincia ad avvizzire, lì davanti a te, e più tempo passa più si rinsecchisce, e dopo un po’ muore, e non ti resta più nulla. Nulla, tranne di sapere che l’hai lasciata li a morire sotto i tuoi occhi.»

Johan aveva pronunciato quelle ultime parole con voce lievemente rotta, forse dalla birra, forse dal sonno, o forse no. Le aveva quasi sputate attraverso l’incolta ed ispida barba bicolore, un po’ castana e molto bianca, che gli ricopriva viso e collo. Tom abbassò gli occhi sul suo boccale, di nuovo vuoto, chiedendosi se ordinarne un altro. Rimandando la decisione, si guardò attorno mentre concedeva all’amico un po’ di tregua.

La vecchia birreria era semivuota come spesso accadeva nelle tarde serate di metà settimana, quando la gente cenava presto e tornava a casa per alzarsi presto la mattina dopo. In fondo quello era un paesino di provincia nel nord della Svezia e di turisti, nei primi giorni di marzo, ce n’erano pochi. Si accorse di sentire la mancanza dell’aria viziata e densa di qualche anno prima, cioè prima che il divieto di fumare al chiuso raggiungesse anche quel pub. Si chiese oziosamente quanti anni di noiosa vita da vecchi si stessero guadagnando con quel divieto.

Fu Anna, che da dietro il bancone spillava da ore pinte di birra per tutti, a proporgli il bicchiere della staffa.

«Non vorrete mica andar via prima di un’altra pinta, vero?»

Tom accettò di buon grado, grato di non aver deciso in proprio: «Grazie Anna, se insisti…»

«E Johan? Mi sembra proprio che ne abbia bisogno» aggiunse lei.

«No Anna, grazie. Se bevo troppo non sento arrivare le storie, e restano lì anche per giorni. Rischio di lasciarle morire» rispose il vecchio, biascicando appena l’ultima parte della frase.

Anna, confusa, si rivolse a Tom, storcendo appena la bocca ed indicando il vecchio con un cenno della testa, poi chiese, mimando il labiale: «Cosa intende?»

Tom scosse appena la testa invitando silenziosamente la donna a lasciar stare, ma proprio mentre lei rivolgeva la propria attenzione allo spillatore, inclinando il boccale per non generare troppa schiuma e manovrando abilmente la leva per calibrare il getto, fu Johan a riprendere il discorso.

«Stiamo parlando delle mie storie, Anna. Quelle che scrivo di continuo, quelle per cui a volte mi date dello svitato, oppure del noioso grafomane depresso. Sono vecchio, ma le orecchie le ho ancora» disse, mitigando l’asprezza del commento con uno sguardo scherzoso. Era fatto così, il vecchio Johan.

«Dai Johan, non te la prendere…» interruppe Tom, ma non riuscì a continuare, perché Johan riprese a parlare.

«Non me la prendo, Tom, lo sai, ma so che cosa si dice di me. Che sono noioso e che i miei racconti finiscono male, iniziano male, o tutt’e due»

«Beh ma è vero, Johan, i tuoi racconti…»

«I miei racconti non li decido io. Io non sono uno scrittore di racconti, sono uno scienziato. In pensione, ma scienziato. Sono abituato a descrivere, non a scrivere. Non so inventare le storie: sono le storie che vengono da me e io devo descriverle. E diventano racconti.»

«Le tue storie si inventano da sole?» chiese Anna, fra il divertito e l’interessato.

«Non so chi le inventi, Anna. So che arrivano nella mia testa, rigurgitano dal nulla come da un dannato scarico intasato e mi inondano i pensieri, solo che non puzzano, anzi. Profumano di meraviglia, anche se sono sempre tristi. In ogni caso, anche se puzzassero di carogna, mi toccherebbe scriverle, perché se non lo faccio muoiono.»

Visto che Johan sembrava aver concluso la sua tirata, Tom concluse: «Perché le storie lasciate lì ad aspettare appassiscono e muoiono, come germogli spezzati…»

Serie: Come un germoglio strappato


Avete messo Mi Piace8 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. sono le storie che vengono da me e io devo descriverle. E diventano racconti.»

    Esattamente. Condivido in pieno. La storia, qualsiasi sia, con i suoi personaggi, si presenta sotto i tuoi occhi, e tu? Tu DEVI dar voce a tutto. Cattiva, non cattiva, è quella! Il vaso di ceramica, tuttavia, penso possa avere speranze anche senza il pezzo andato perso. Và cercato disperatamente ma non è, a mio avviso, vitale. Ottima riflessione.

  2. Bel racconto. è una riflessione toccante e autentica sul processo creativo, sul rapporto tra l’artista e le sue opere, e sullo scorrere del tempo. Si legge come una lettera d’amore alla scrittura, ma anche come un ammonimento sulla sua natura fragile e ineluttabile. Con qualche ritocco ai dialoghi e una maggiore attenzione ai personaggi secondari, potrebbe diventare un pezzo ancora più forte ed evocativo.

  3. La metafora della ceramica mi ha colpito molto. Tuttavia, non credo che le storie si spezzino senza recupero. Come nella tecnica giapponese del kintsugi, credo che anche i momenti di blocco o di cesura debbano trovare la loro dignità sul foglio. Eppure, non so come, e mi trovo a vivere la sorte del germoglio…

    1. Grazie Matteo, per la lettura e per il bel commento. Blocchi e cesure ci stanno sempre se hanno origine dal flusso stesso. Anzi ci aiuteranno a farlo decantare, a migliorarne il gusto e l’aroma. Se invece li provochiamo noi, strozzando il flusso di pensiero, distraendo la nostra attenzione, mollandolo lì ad appassire, allora nella mia esperienza il racconto ne risentirà.

  4. Giancarlo, complimenti. Ho visto due eroi romantici, sognatori, un po’ magari puzzolenti a quell’ora lì, certamente bevuti. Siamo proprio così noi che ci piace scrivere? Io credo di si. Scrivere non è un esercizio stilistico, perché se ti metti il vestito bello e poi ti siedi e ti sforzi, te lo meriti che dalla testa/cuore alla penna, fino alla carta, non arrivi niente. Magari qualche bella parola, fredda, freddissima. Invece le storie vere, quelle calde, vengono da sole e bisogna lasciarle uscire quando vogliono loro. Non importa di cosa parlino o a chi si rivolgano, la loro veridicità si sente sempre. Se poi aggiungiamo, un italiano da maestro come il tuo, allora Bingo. Fra poco mi butto sul secondo episodio e volo da questa campagna piovosa e uggiosa a una splendida notte svedese in cui due ubriachi cantano le loro storie, mentre se ne tornano ai propri letti.

    1. Grazie davvero tanto, Cristiana, per il belo commento e per il tempo dedicato a leggermi. Da qualche scambio avuto nel recente passato sapevo già che la pensi così e, forse, tu sapevi che nella mia testa si stava materializzando questa storia.
      Poi con calma è maturata ed ha deciso lei quando sgorgare. Con buona pace del mio sonno notturno, che qualche volta ne risente…

  5. “Quando una storia si spezza, è come quando ti cade a terra una brocca di ceramica ed uno dei frammenti va perso. Finché non lo trovi, e non lo attacchi esattamente nella posizione giusta, ogni tuo tentativo di ricostruire la brocca sarà vano.”
    Grazie Giancarlo per aver detto così bene quello che spesso ci capita

  6. Leggendo questo bel racconto e dopo i commenti, mi sono tornate in mente le parole di Alessandro Baricco, in una recente intervesta sul 9, nel programma condotto da Fabio Fazio. L’ ho cercata su You Tube e ve la riporto.
    “Tutti i libri degli scrittori contengono gli scrittori. Non ci sono che libri autobiografici. […] Non illudetevi. I libri sono talmente autobiografici che a volte tu scrivi cose che non ti sono ancora successe e che ti succederanno.”
    Quindi mi chiedo e vi chiedo: dobbiamo stare attenti a cio` che scriviamo? Dovremmo aver paura della cosiddetta profezia che si autoadempie?
    In tutti i casi, anche l’ inizio di questa nuova serie mi piace.

    1. Carissima Maria Luisa,
      Sulla profezia non mi pronuncio, perché qualunque cosa io possa dire a riguardo potrebbe rovinarti la lettura del secondo “episodio” della serie ed il suo finale.
      Su Baricco… a dire il vero anche io ho visto l’intervista: seguo spesso Fazio e ben conosco il suo potere in stile Oprah Winfrey sull’editoria. Mi riferivo proprio a lui quando ho scritto in un commento che quello che scriviamo è sempre autobiografico, quindi mi hai proprio fatto tana! 😉
      Sono molto contento che ti sia piaciuto questo inizio, spero di non averti delusa con la fine.

  7. Ciao ❣️ in questo racconto ho letto molta verità. A volte le storia è come venisse sola, come se vivesse … io credo però che scrivere sia una rappresentazione della nostra psiche, io ad esempio scrivo quando mi sento confusa per qualcosa, magari la storia non c’entra nulla con la mia situazione, ma comunque poi mi aiuta a mettere insieme i miei pensieri