Cominci nuovo, senza dolore parte 1
Serie: Di sicuro non è un libro
- Episodio 1: Di sicuro non è un libro
- Episodio 2: La Voglia di fare
- Episodio 3: Contenitori: il mio.
- Episodio 4: Falsi leader
- Episodio 5: Apro la testa a te
- Episodio 6: Amo i ricci
- Episodio 7: L’altra città
- Episodio 8: La mia città, il vecchio va’
- Episodio 9: Cominci Nuovo
- Episodio 10: Cominci nuovo, senza dolore parte 1
- Episodio 1: La mia città, il vecchio va
STAGIONE 1
STAGIONE 2
Ormai sei cominciato da più di un mese e non hai portato ciò che avresti dovuto portare.
Capita di dimenticarsi. Capita di dimenticare di portare qualcosa, di non fare un’azione, di non reagire. Soprattutto di non reagire. Capita di non capire, di avere tanti dubbi e non capire perché. Capita.
Te lo dipingo. E’ capitato a me.
Circa due anni fa. Era lo stesso periodo. Un post-feste apparentemente normale.
Avevo cominciato a settembre l’università e tutto andava come doveva, come mi era sempre andata. Studiavo, e seguivo le lezioni. Ridevo, con le nuove persone conosciute, i miei primi colleghi. E’ passata un’eternità, ed è bello ora poterne parlare, perché è sempre molto fortificante poter parlare di una brutta fase della tua vita che ormai hai superato: è come poter raccontare di essere scampati alla morte, per culo, volendo esagerare un po’.
Andava tutto bene. I primi esami, andati bene, la voglia di scrivere per il primo disco dei diamanti grezzi, S******a , gli amici, le belle serate più lunghe, visto che ormai si era maggiorenni. Tutto bene. Arrivò anche il primo lavoro. Il sesso. L’amore fatto con una persona che sul momento amavi. L’amore appena scoperto, quello che non si era mai fatto. Giorni infiniti sono stati. Dicembre volò, con le sue mille giornate, con un freddo che non ricordo, ma che penso caldo all’interno delle mura di casa, tanto volute, per stare con S******a o con i ragazzi. Tanto volute, oggi, da me per il mio personale stare con me stesso.
La prima dormita con lei. A casa di un amico, lo ricordo, erano gli ultimi giorni del duemila-tre. L’anno del diploma, il primo diploma, del viaggio in Spagna perso, e di tantissime cose che sono fuggite dai pensieri ora.
L’anno del cambiamento, del diventare grandi, maggiorenni, appunto, e universitari.
Erano gli ultimi giorni dell’anno. Salimmo a Nicolosi, sul Mongibello, con altre persone: l’intenzione era quella delle più classiche, giocare a carte.
Si finì al freddo, grande freddo, fumo dalla bocca in casa, rigido, ma molto romantico.
Avevamo preparato i letti con delle coperte sui lenzuoli umidi, più simili al permafrost, che alla calda paglia. Passammo la serata a parlare. Finché il freddo non fu evidente, al punto che l’unica cosa si poteva fare era dormire, accucciati l’un l’altra. Così si fece, dopo un paio di cuscinate, per riscaldare il corpo, senza ormai l’ombra di una goccia di sudore. Si finì sopra questo materasso polare, mitigato dalle coperte messe prima e dalla stufetta per la notte. Sembrava di essere Hamish.
Ma era davvero tanta la passione tra me e S******a.
Io non le resistevo. Lei era il mio primo amore, il primo realmente vissuto, dipinto e non solo abbozzato, vissuto, colorato, dove ogni giorno non era un sogno, ma si viveva ogni giorno insieme.
Lei bella, più che bella molto appariscente. Un volto reso particolare da una dentatura appena meno dritta delle altre, che non si risolveva in un difetto, ma che invece disegnava smorfie molto sexy. Un corpo pazzesco: il seno più copioso che potessi sperare alla prima ragazza. E una potenza intellettiva decisamente esclusiva.
Non so cosa farà nella vita, ma so che potrebbe diventare tutto.
Dicevo della passione tra me e lei.
Due corpi nudi, disse una volta una professoressa di scienze molto bella, si riscaldano prima rispetto a due corpi vestiti: immagina una classe di sedicenni molto ormonali mentre una bella professoressa spiega questo fenomeno.
Non potevamo non resistere. Fu una notte bellissima, non facemmo l’amore, ma fummo così tanto uniti, che il freddo andò via da noi.
Così si concludeva uno degli anni più belli della mia vita, portando in grembo il seme di una morte e di una rinascita.
Il nuovo arrivò, e l’avere passato delle vacanze bellissime mi aveva lasciato senza energie.
Non riuscivo a studiare. Eppure, non è che dovessi affrontare chissà quale immane sforzo. Ma cervello era scarico. E l’unica cosa che permetteva erano ore e ore di tempo passato davanti al pc. Non permetteva neanche di scrivere. C’è da dire che ancora scrivere non era per me importantissimo. Non consideravo fare questa cosa allo stello livello di quanto l’avrei considerata molto dopo. Non credevo molto nella prosa, e la mia scarsa autostima a quel tempo, sfociava in un rigetto del palco, su cui avrei dovuto cantare le cose che scrivevamo. C’erano i Diamanti. Da ben due anni. E si stava per cominciare a registrare il cd. Si cominciava a mettere su i geni del bimbo che sarebbe venuto fuori nel duemilacinque. Ma io non c’ero, non ci credevo, troppe erano state le volte che si era provato a registrare, e troppe erano le volte che non si era raggiunto un accettabile livello di qualità fonica. Tante anche le volte che, presi dalla paranoia, si finiva per scontrarci tra di noi.
E in quei giorni, dopo tanto fatto in quei mesi, ebbi paura che tutta quella bellezza, i Diamanti, noi amici, S******a e tanto altro, sarebbe potuta andare via un giorno chissà perché.
Paura della vita, l’ho chiamata. Avevo proprio paura della vita e di sfidare le incertezze e il domani. Era troppo facile, per me, pensare al giorno, al mese o, all’anno prima, che vivere il giorno che ti aspetta, l’esame che ti preme, e un palco, che potrebbe fischiare come i freni della mia uno.
L’impossibilità di essere motorizzato, che condizionava le volte che mi vedevo con S******a, e una condizione economica pesante, fecero il resto.
Forse è perché persi la voglia di affrontare quei giorni che la mia storia finì.
Non credo potesse accettare da una persona più grande, la paura. Lei non l’ha mai avuta. Io sempre l’avevo avuta, da sempre, dal mio eterno sentirmi insufficiente. Ascoltavo molta musica, e chissà perché un giorno cominciai a piangere. Smisi di andare a lezione, persi matematica, i nuovi colleghi, i Diamanti, persi la voglia di scrivere, e di fare musica, persi la mia vita. Rimase la tossicodipendenza da S******a e dal pc. L’unica cosa che riuscì a combinare con le mie “droghe” fu di prepararmi molto bene per la patente. Quasi come se, avuta quella, sarebbe comparsa una macchina.
continua…
Serie: Di sicuro non è un libro
- Episodio 1: Di sicuro non è un libro
- Episodio 2: La Voglia di fare
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- Episodio 4: Falsi leader
- Episodio 5: Apro la testa a te
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