Compendio di Diritto Fallimentare e Pulizia del Karma (di Giulia Samaras, Edizioni Liminali)

Serie: OLOTIPI DELL'IMMAGINARIO


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Una lista di Opere prime (e fortunatamente uniche) del panorama artistico contemporaneo, stilata dalla raffinata penna del mio caro amico Giulio Traüber.

Per ventidue anni, Giulia Samaras aveva fatto il mestiere più freddo che il diritto commerciale pos­sa offrire: curatrice fallimentare, la persona che il tribunale nomina per smontare, voce di bilancio dopo voce di bilancio, ciò che resta di un’impresa quando smette di potersi sostenere da sola.

Era brava, e lo sapeva con la stessa precisio­ne con cui sapeva leggere uno stato patrimoniale: fredda in aula, spietata sulle scadenze, capace di li­quidare un’azienda di famiglia senza che la voce le tremasse mai. I colleghi la chiamavano, con un mi­sto di rispetto e disagio, il bisturi. Nessuno, guar­dandola muoversi tra fascicoli di insolvenza, avrebbe previsto che sarebbe diventata l’autrice dell’unico manuale al mondo capace di trattare un concordato preventivo come una forma di preghie­ra laica.

Il cambiamento arrivò quando toccò a lei se­dersi dall’altra parte del tavolo: lo studio legale che aveva fondato con l’ex marito non sopravvisse al loro divorzio, e Giulia si ritrovò, ormai cinquanta­treenne, a dover applicare a se stessa le esatte pro­cedure che per due decenni aveva applicato agli al­tri con distacco professionale – fu così che scoprì, con una sorpresa che la disorientò, di non riuscire a viverle con lo stesso distacco quando il nome sul fascicolo era il proprio.

Un’amica, intanto, preoccupata per quello che chiamava “il suo silenzio troppo ordinato”, la portò con sé a un primo ritiro di meditazione sul lago d’Orta. Giulia ci andò per compiacerla, con­vinta che sarebbe durato un weekend: ci restò per i tre anni successivi, alternando le ultime pratiche da curatrice rimaste in carico a corsi di guarigione energetica, letture di filosofia orientale e convegni di “pulizia karmica” tenuti in cascine ristrutturate dell’Appennino.

Fu durante uno di questi ritiri, mentre un’insegnante parlava di karma come di un bilan­cio che l’anima si porta dietro da un’esistenza all’altra, che a Giulia si accese quella che avrebbe poi descritto, senza un filo di ironia, come “l’unica vera intuizione professionale della sua vita”: il concordato preventivo – la procedura con cui un debitore propone ai creditori una soddisfazione parziale per evitare la liquidazione totale – non era poi così diverso, strutturalmente, da un atto di ri­conciliazione karmica. Entrambi presupponevano il riconoscimento pubblico di un debito. Entrambi richiedevano una proposta credibile per essere ac­colti. Entrambi, se andavano a buon fine, permette­vano di ripartire senza il peso di ciò che restava in­soluto. Da questa equivalenza, che a chiunque altro sarebbe parsa un azzardo concettuale, nacque il progetto di un manuale che tenesse insieme, capi­tolo per capitolo, il codice della crisi d’impresa e la letteratura sulla purificazione energetica.

Compendio di Diritto Fallimentare e Pulizia del Karma si presenta diviso in due parti perfetta­mente speculari – la prima dedicata al diritto falli­mentare, la seconda alla pulizia del karma –, con una sezione conclusiva di casi pratici in cui le due materie confluiscono senza soluzione di continuità. Il paragrafo sul concordato preventivo, forse il più citato del libro, afferma che la proposta di concor­dato rappresenta, nell’ordinamento giuridico, uno strumento di composizione della crisi mediante il quale il debitore propone ai creditori una soddi­sfazione parziale e che, in ambito karmico, essa corrisponde al momento in cui l’anima, ricono­scendo le proprie passività, offre all’Universo un’intenzione chiara di riequilibrio; conclude, con la stessa cadenza in entrambe le metà della frase, che ogni proposta è una preghiera laica, ogni ac­cordo un passo verso la guarigione. Il capitolo sull’omologazione del tribunale – l’atto con cui il giudice sancisce la validità dell’accordo raggiunto – viene tradotto, senza mai un accenno di distanza ironica, come il momento in cui non basta più vo­ler cambiare, ma occorre essere visti, da sé e dal cosmo, come degni di una nuova possibilità: solo ciò che viene accettato può essere trasformato, solo ciò che è onorato può essere liberato.

Giulia, che aveva passato una carriera a scri­vere relazioni tecniche impeccabili, applicò alla materia spirituale lo stesso rigore quasi notarile con cui un tempo redigeva un piano di riparto, ot­tenendo un testo che non scherzava mai, in nessu­na delle sue trecento pagine, e che per questo risul­tava tanto più assurdo quanto più veniva letto con la serietà con cui era stato scritto.

Il manoscritto arrivò a Edizioni Liminali – piccola casa editrice specializzata proprio in testi di confine tra discipline che normalmente non si parlano – nel pieno di una seconda crisi di Giulia, più economica che esistenziale: lo sfratto dallo stu­dio in cui viveva da un anno, l’ultima tappa di un dissesto che nemmeno la pulizia del karma era riu­scita a fermare.

L’autrice consegnò la seconda metà del libro scritta di getto, in poche settimane, senza più la pa­zienza per rileggerla con ordine; l’indice, composto per ultimo e mai più sistemato, finì incollato per errore proprio a metà del volume, e la numerazione delle pagine, saltando e ripetendosi in più punti, restò quella del file consegnato così com’era. L’edi­tore, che aveva già accettato il libro proprio per la sua natura ibrida e spiazzante, decise di stamparlo senza intervenire, convinto – o forse solo felice di poterlo credere – che quella disorganizzazione fos­se una scelta compositiva coerente col tema della “liquidazione dei beni e distacco dalle illusioni” del capitolo quarto, e non quello che era davvero: la fotografia esatta del caos in cui si trovava la Sa­maras nel momento in cui finì di scriverlo.

Il libro non fece scandalo, non vendette quasi nulla, e non ebbe mai una seconda edizione che qualcuno si prendesse la briga di correggere. Giu­lia lasciò scadere l’iscrizione all’albo dei curatori fallimentari poco dopo la pubblicazione, senza rin­novarla e senza spiegazioni ai pochi colleghi che gliele chiesero: continuò a offrire, gratuitamente e senza più alcuna cornice professionale, consulenze informali a chiunque si presentasse – a suo dire – “sovraindebitato, dentro o fuori”.

Di un secondo libro non parlò mai più: dice­va di aver già chiuso l’unico concordato che le im­portasse davvero, quello con se stessa, e di non ve­dere alcuna ragione per riaprire una pratica che considerava, karmicamente e giuridicamente, già omologata.

Continua...

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