CONCORSO DI BELLEZZA

Serie: Semplicemente Paladino #3 stagione


I proiettili saettarono e, a dispetto delle loro corporature massicce, gli altri due scienziati guerrieri morirono.

Caligola voleva resistere, combattere, ma su suggerimento di Paladino i supereroi si arresero: non fecero nulla per contrastare gli aggressori. Non era la loro guerra.

«Ma… che fate? Dobbiamo lottare!» invocò Caligola, come un condottiero senza più esercito, un generale senza più subordinati.

Paladino scosse il capo. «Noi non abbiamo intenzione di aiutare Ceran e la tua causa».

«Siete solo degli sporchi mercenari!» sibilò furibondo Caligola, citando una battuta di Rambo 2.

Paladino ridacchiò. Poi, dopo un momento, rabbrividì: sperò che Caligola non fosse in grado di vendicarsi.

Dalla boscaglia uscirono degli indigeni, magri e in perizoma. Ma nonostante l’abbigliamento preistorico erano armati di moderne carabine M4.

«Ci arrendiamo!» disse Antiprincipe, gettando spada e scudo ai piedi di quei guerriglieri i quali, stranamente, non erano intimiditi dalle fattezze di Caligola e i suoi accoliti, né lo strano equipaggiamento di chi li seguiva.

Gli indigeni procedettero nell’abbattimento dello scienziato guerriero caduto nella buca in cui stava agonizzando. Poi raccolsero le armi dei supereroi: la spada e lo scudo di Antiprincipe, i guanti e l’M1928A di Paladino e la S1 di Supereva. Da Capitan Splatter e Caligola non ebbero nulla.

Caligola era furibondo e Paladino gli disse beffardo: «Ci tieni a lottare? Fallo pure. Combattili pure».

«Non avrebbe senso combattere e morire. So che morirei di certo perché voi non mi sosterreste».

«È vero!» ammise Paladino, come se fosse una bella cosa essere fatti prigionieri da quei personaggi.

«Traditori!» esclamò Caligola.

«Noi non siamo servitori della tua causa» gli fece notare Paladino.

Gli indigeni li fecero zittire e li condussero via dal teatro dell’eccidio. Si portarono dietro i cadaveri degli altri tre scienziati guerrieri, per quello finito nella buca ci misero un po’ a estrarlo, e poi, tutti assieme s’inoltrarono nella giungla come una grottesca colonna. Paladino scoprì che i tre scienziati guerrieri si chiamavano Marco, Cassio e Bruto. Nomi latini. Era stato Ceran a ribattezzarli in quel modo. I nomi originari erano impossibili da pronunciare quanto a memorizzare.

Gli indigeni furono brutali, ma i supereroi non reagirono: Paladino li costrinse a tollerare. Potevano spazzarli via in poco tempo, lo sapevano. Già solo Capitan Splatter bastava a eliminarli tutti. Ma Paladino non voleva. Voleva andare fino in fondo alla situazione e incontrare chi dovevano uccidere.

Giunsero in un villaggio. Anzi, il villaggio. C’erano capanne di frasche e gente che sembrava uscita da un documentario di National Geographic. Forse non avevano mai visto l’uomo bianco. Forse addirittura li vedevano tutti come degli alieni, neanche degli uomini. Quello era un luogo frequentato più dagli extraterrestri che dagli occidentali, si rese conto Paladino.

La colonna arrivò nel centro del villaggio e Paladino vide un uomo anziano vestito di una pelle animale. Questo prese ad agitarsi e ululò parole incomprensibili. Improperi? Minacce? Maledizioni? Sembrava arrabbiato. Poi si afflosciò e si vide che la schiena era stata forata da un tentacolo il quale, come una marionetta, reggeva il vecchio. Il vecchio era un cadavere e, seppur fosse un umano, un indigeno, quelli cui Paladino e i suoi compagni si erano consegnati non apparvero turbati e neppure colpiti dal fatto. Apparirono imperturbabili, impassibili, inespressivi.

Il tentacolo si ritirò fino a una capanna, mentre Caligola imprecava nella sua lingua. Ovvero Paladino ebbe l’impressione che stesse imprecando. Allora la capanna in cui si era ritirato il tentacolo esplose e si vide un mostro tentacolare blu, una bocca imponente e degli occhietti malvagi. La bocca ringhiò, parve modularsi e infine disse in italiano: «Benvenuti».

Dopo un momento d’esitazione, Paladino disse, notando gli sguardi di disapprovazione degli indigeni a causa dell’attesa: «Ehm… grazie!».

«Ho saputo che eravate con altri scienziati guerrieri plutoniani. Tre di loro sono stati uccisi» pronunciò il mostro.

«È vero. E… ehm…».

Fu Caligola a interromperlo, a tuonare con un sibilo agghiacciante. «Traditore! Sono con dei traditori, ma tu sei nulla a confronto!».

«Paladino, uccidi Caligola» ingiunse il mostro traditore. Lui in teoria non doveva sapere i loro nomi, ma a quanto sembrava li sapeva perché oltre a fare l’orrido ventriloquo leggeva nella mente. Loro non sapevano il suo nome. Lo chiamavano traditore e basta, senza neppure curarsi di dargli l’onore di chiamarlo con la t maiuscola. Erano atterrati per eliminarlo. Ma ora, grazie a Paladino, questi aveva prevalso. E ora voleva prevalere del tutto.

«Non lo farai» disse Caligola.

«Non posso farlo» reagì Paladino. «Non posso farlo. Non ho le armi necessarie. A meno che tu non voglia che io lo strozzi».

Il traditore diede un ordine e a Paladino furono consegnate le sue armi.

«Non lo farai!» sibilò disperato Caligola. Si sentiva impotente, intuì il supereroe.

«Non sono mai stato un servitore né della tua causa, né tuo» ribadì Paladino, e gli lanciò una sfera d’energia.

Caligola non conosceva le armi di Paladino e fermò la sfera. Ma essa crebbe e ne fu schiacciato. Ci fu un sibilo di disperazione e dolore al contempo, Caligola fu ridotto a morchia. Paladino guardò interrogativo il traditore, a opera completata.

«Sapevo che sei bravo, Paladino. Un’ottima macchina di morte» parlò il traditore. «Te e i tuoi amici mi servirete a respingere i miei vecchi colleghi». Il traditore raccontò che era difatti uno scienziato guerriero che non solo fu esiliato da Plutone, ma a causa delle sue posizioni radicali fu pure esiliato dalla sua stessa comunità. Gli fu data una navicella e questi si stabilì sulla Terra, su quell’isoletta del Pacifico, e gli abitanti lo adorarono come un dio. Gli scienziati guerrieri sapevano delle sue azioni e finora avevano sempre lasciato fare. Ma con l’idea che dovessero invadere la Terra, temevano una sua resistenza. Così avevano inviato quella pattuglia per eliminarlo. Ma a quanto sembrava Ceran si era fidato troppo di Paladino.

«Sì, ti serviremo» rispose Paladino. Ma invero non era così.

«Non ti credo Paladino. Hai dimenticato che so leggere nella mente. So dei tuoi tradimenti, dei tuoi patti infranti. Potrei farti uccidere. Ma voglio darti una possibilità: se la ragazza che è con te parteciperà al concorso di bellezza, e forse lo vincerà, io mi fiderò di te. Che ne dici?».

«Che concorso di bellezza?» domandò Supereva.

«Le ragazze dell’isola, una volta all’anno, partecipano a un concorso di bellezza. Litigano per vincere, pensa! In palio c’è un grande onore…».

«Che sarebbe?».

«Essere divorate da me» concluse laconico il traditore.

Paladino rimase basito e impallidì. Supereva non la trovava simpatica, ma non voleva che finisse sbranata da quelle fauci! Che brutta fine, poveretta. Prima che Supereva parlasse, Paladino disse: «No».

«Come?». Il traditore sembrò stupito.

«No!». Inutile essere melliflui e traditore con il traditore che possedeva poteri telepatici.

Il traditore ringhiò degli ordini e tutti gli indigeni spianarono le loro armi. Lento, pesante, il mostro si fece avanti, con un suono viscido e schifoso.

«Combattere!» esclamò Paladino.

«Sì!» esultarono i suoi tre alleati, spiccando il volo.

Paladino si ritrovò interdetto: aveva dimenticato, maledizione!, che non poteva volare.

Antiprincipe e Supereva recuperarono le loro armi e Capitan Splatter fece scempio degli indigeni, scatenando la sua psicosi omicida prima assopita. Pure gli altri due iniziarono a macellare gli indigeni.

Paladino si ritrovò fra pallottole vaganti e schizzi di sangue e rimaneva a piedi. Non sapeva che fare. Decise pure lui di scatenarsi. Tanto, che altro poteva fare? Prese una posizione periferica e lanciò sfere d’energia, spappolando gli indigeni, pure quelli non armati, facendo franare le capanne. Intanto, il traditore cercava di abbattere i tre supereroi volanti. Riuscendo a leggere nel loro pensiero, li anticipava. Ciononostante ebbe qualche tentacolo mozzato, mentre molti raccoglievano i corpi ancora abbastanza integri degli indigeni uccisi e, come marionette, li usava per sparare. Bisognava colpire il traditore.

«Non siamo servi di nessuno!» urlò Paladino, e si gettò dietro il traditore. Il traditore aveva sì tanti tentacoli e il potere telepatico, ma al momento stava pensando a troppe cose. Con l’M1928A Paladino paralizzò in parte il plutoniano e poi lanciò una sfera. Fu preciso: la sfera s’insinuò fra i tentacoli e crebbe, divaricando le estremità per poi squarciare il corpo. Ci fu una cascata di sangue e il traditore morì smembrato.

Il traditore era morto.

Un dio era morto.

Ma c’era una guerra ancora tutta da combattere.

Serie: Semplicemente Paladino #3 stagione


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