
Connessioni (Parte 1)
Serie: AURA
- Episodio 1: Connessioni (Parte 2)
- Episodio 2: Come la fenice (Parte 1)
- Episodio 3: Come la fenice (Parte 2)
- Episodio 4: Prologo
- Episodio 5: È tutto oro ciò che luccica (Parte 1)
- Episodio 6: È tutto oro ciò che luccica (Parte 2)
- Episodio 7: In fuga dal passato
- Episodio 8: Connessioni (Parte 1)
STAGIONE 1
L’aria primaverile di Hirundo mi avvolse gentilmente come un vortice di benvenuto. La stazione pullulava di viaggiatori come me, valigie vecchie e nuove, zaini rovinati, maglie sgualcite e capelli arruffati di chi dorme poco. Inspirai a lungo, organizzando mentalmente la mia tabella di marcia per quel giorno.
Mi feci spazio tra le persone e mi diressi verso i bagni pubblici, come ormai ero solita fare in quegli anni – non avevo un posto fisso dove poter rimanere da quasi otto anni, così sfruttavo al massimo tutte le risorse che mi offrivano i luoghi dove mi fermavo, come una corsa per la mia sopravvivenza. Avevo imparato a ottimizzare tempo, spazio e denaro, a ridurre al minimo i lussi, a camminare per chilometri senza più sentire le gambe e i piedi stanchi, a inzupparmi sotto la pioggia per poi asciugarmi e gioire alla luce del primo sole. Anni passati in completa solitudine a guardare le stelle dal finestrino di un treno, nella speranza di ricongiungermi con una me più affrancata, più leggera.
Posai lo zaino a terra e lo incastrai tra le gambe per non lasciarlo incustodito e non farlo cadere a causa del suo peso.
Mi guardai allo specchio. I capelli neri, lunghi e scompigliati, le guance scavate e gli occhi stanchi mi fecero provare compassione nei miei confronti. Sospirai. Non avevo tempo per piangermi addosso, dovevo darmi da fare. Tirai fuori dalla tasca superiore dello zaino l’occorrente per rendermi più presentabile. Mi sgrovigliai i nodi tra i capelli con premura materna, e li raccolsi in uno chignon disordinato. Mi legai la felpa attorno ai fianchi e mi sciacquai la faccia, togliendomi da dosso l’odore dei sedili infeltriti del treno. Mentre tamponavo con l’asciugamano la pelle del viso, pensai di essere dimagrita ancora rispetto all’ultima volta in cui avevo avuto occasione di osservare il mio riflesso in uno specchio. Le clavicole erano più sporgenti, le braccia più scarne, il seno aveva mantenuto la sua forma ma era diminuito, e l’addome era leggermente incavato. Provavo dispiacere e rimorso nel vedermi così, ma dentro di me sapevo che ne valeva la pena.
Durante gli anni successivi al diploma avevo avuto numerosi crolli emotivi: convivere con la solitudine, la fame e i demoni che mi dilaniavano dall’interno non era stato per niente facile. A volte mi sentivo un fantasma che vagava per l’isola in cerca di risposte che, forse, non sarebbero mai arrivate. Eppure, non so con quale forza, ero riuscita a sprofondare in quel pozzo senza fine senza mai schiantarmi contro il fondo, ma fermandomi sempre qualche centimetro più su.
Mi rivestii, caricai lo zaino sulle spalle e risalii in superficie, alla ricerca di un luogo dove trovare lavoro e, magari, dove dormire.
A Hirundo c’erano molti pub, osterie e ristoranti con posti letto in affitto, in modo da venire incontro ai numerosi viaggiatori alla ricerca di un punto di attracco, seppur provvisorio.
Tra le strade di quella città così cosmopolita sentii riaffiorare una speranza che si era consumata come la suola delle mie scarpe.
Non avevo vaste competenze lavorative: avevo soltanto lavorato come cameriera e come postina, ma avevo imparato a vendermi molto bene ai miei datori di lavoro.
Arrivata a metà della strada principale di Hirundo, un enorme monumento in pietra a forma di rondine mi si presentò davanti. A completare quel quadro magico, ecco che arrivarono, le regine di Hirundo: le rondini. In centinaia avvolsero, come in una danza, la statua. Erano così leggere, ma così instancabili, sebbene avessero attraversato tantissimi chilometri. Avrei tanto desiderato essere come loro: leggera, libera, ma con un punto di ritrovo. Rimasi incantata come una bambina.
“Sono belle, vero?” disse una voce femminile alla mia sinistra.
Mi girai e vidi una ragazza appoggiata ad un lampione che fumava con nervosismo una sigaretta. Sembrava indossare dei fuseaux aderenti, una felpa di almeno due taglie in più, degli scaldamuscoli ai polpacci e degli stivali così morbidi da sembrare delle pantofole.
“Molto”, risposi, dopo una breve pausa.
Sorrise e tirò un’altra nota. Espirò velocemente e tornò a scrutarmi.
“È la tua prima volta a Hirundo, immagino. Chi vive qui dopo un po’ ci fa l’abitudine a loro”, disse, indicando con il capo le rondini attorno alla statua. “Da dove vieni?”
Il sole puntava contro i miei occhi, non riuscivo a metterla a fuoco correttamente. Avvicinai una mano in modo da crearmi un po’ di ombra. “Sono di Feckley”.
Lei si ghiacciò, lasciando la sigaretta tra le sue dita consumarsi all’aria. Da quello che potevo vedere, aveva le sopracciglia aggrottate, come fosse perplessa. “Quella, Feckley? Non era stata distrutta otto anni fa?”
Annuii. “Era la mia città natale. Da quando è stata distrutta ho viaggiato molto, e ora eccomi qui” le spiegai, sollevando le spalle.
Il suo viso si rilassò, inspirò per l’ultima volta per poi spegnere la sigaretta nel posacenere che teneva nell’altra mano.
“Immagino tu sia affamata. Vieni dentro, seguimi”.
Attraversai la strada, accorciando la nostra distanza, e la seguii.
Entrammo in un locale molto spazioso, dalle vetrate enormi, un grande specchio alla fine della sala, con un palcoscenico in legno tirato a lucido. Al centro del salone c’erano almeno trenta tavolini con le sedie accatastate sopra come se non dovessero ospitare nessuno ancora per molte ore.
“Siediti pure, ti preparo qualcosa per colazione. Mi chiamo Rebecca” si presentò, distratta, mentre si accingeva ad abbassare il volume di un brano che non sapevo nominare.
“Io sono Aura, piacere” replicai, mentre Rebecca era già girata di spalle dietro al bancone, operativa.
Ora la potevo vedere meglio: uno chignon ordinato teneva a bada una valanga di ricci rossi, il fisico asciutto, le scapole addotte, la schiena incurvata verso l’esterno.
“Sei una ballerina?” le chiesi, per confermare le mie deduzioni.
Rebecca annuii. “Anzi, a dire la verità, ero una vera ballerina qualche anno fa” continuò, con una sfumatura di rammarico nelle sue parole.
Si girò verso di me, canticchiando tra sé e sé le note del brano in sottofondo. Io la guardavo con aria interrogativa, totalmente analfabeta riguardo la musica classica. Lei se ne accorse, e mi sorrise. “È La Danza della fata confetto, dallo Schiaccianoci di Tchaikosky. È il mio atto preferito” commentò, avvicinandomi un vassoio con una colazione abbondante che non vedevo da tempo. Una spremuta di arance, un panino che non ero nemmeno sicura di riuscire a mordere tutto in una volta, dal quale strabordava una salsa biancastra molto appetitosa, e poi ancora biscotti, frutta secca e del cioccolato. Il mio stomaco gorgogliò.
Osservai la grazia in ogni sua movenza con molta ammirazione, ben conscia di non aver mai potuto pareggiarla, soprattutto in quel momento di opulenza dopo mesi di carestia. Aspettai che si sedesse sullo sgabello accanto al mio e cominciai a mangiare avidamente. Rebecca sorrise soddisfatta.
“Ero una ballerina molto promettente, ma purtroppo i miei sogni si sono infranti tanto tempo fa. Ora mi accontento di danzare da sola sul palco quando non c’è nessuno, e poi la sera mi guadagno da vivere assecondando anche i desideri degli altri” esordì, sogghignando.
Cercai di mascherare più che potevo l’estremo godimento che stavo provando nel percepire ogni fibra e ogni sapore di quello che stavo masticando. Infine la guardai, chiedendole implicitamente di spiegarsi meglio.
“Sai, Hirundo è molto turistica. Questo significa che ci sono persone diverse con gusti differenti. Così… ho imparato ad accontentare un po’ tutti, contaminando il mio ballo con altro” continuò, disincastrando le gambe e appoggiandosi con un braccio sul bancone, mettendo in evidenza il petto.
Quel gesto mi fece pensare che dentro a quel corpo scolpito e abituato ai regimi severi della danza classica si nascondesse un’esperta seduttrice, capace di stregare con la sua grazia qualunque uomo si presentasse nel suo locale.
“Che tipo di persone vengono qui?”
Rebecca mi guardò con malizia. “Uomini, molti uomini. Durante la fiera di primavera, se mi va bene, vengono anche dei pezzi grossi e riesco a fare il triplo degli incassi. Per questo cerco di dare il migliore servizio possibile”.
Deglutii. Pensai al sindaco. E se fosse stato diretto anche lui ad Hirundo? Il mio cuore aumentò il battito.
“Per questo ho imparato ad essere più sensuale mentre ballo, mantenendo sempre degli elementi di classica, che molti trovano attraenti, nonostante…” disse, riempendo gli spazi vuoti lasciati dal mio silenzio.
“Hai ballato anche per il sindaco Harshman?” la interruppi, impaziente. Non riuscii a tenere a bada la mia lingua. Il suo nome scivolò all’esterno con irruenza.
Rebecca trattenne il fiato. Espirò nervosamente, contraendo la mascella come se trattenesse il suo desiderio di azzannare qualcuno. Infine asserì con il capo, guardando verso il basso.
Calò per un attimo il silenzio, che però a me apparse come un’eternità.
Rialzò lo sguardo, fissando i suoi occhi castani sui miei.
“Come puoi immaginare, la sua presenza non è molto gradita qui. Anche io sono di Feckley.”
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Rebecca è un personaggio molto riuscito, attorno a se c’è un’aura malinconica , di occasioni sfumate e di pragmatismo accidentale, di cui avrebbe fatto volentieri a meno
Grazie ancora, sono contenta che tu abbia questa opinione sul personaggio di Rebecca.
Per il resto, ti do ragione… è quello che volevo trasmettere, perciò sono contenta tu abbia apprezzato!
KH
Grazie mille!
Alla prossima,
KH
Letto tutto d’un fiato. Avvincente. Sei bravissima! Non vedo l’ora di poter leggere il seguito. Complimenti!!!