Controllo Manuale
Mi fanno male le gambe. Ore in piedi con queste stupide scarpe, non le sopporto. E poi anche la schiena inizia a protestare. Non ho mica più vent’anni. E anche le luci si muovono troppo, ho letto che sono stati fatti degli studi per ottimizzare gli ambienti di lavoro. Penso non abbiano studiato abbastanza.
Il ronzio cambia frequenza, arriva una nuova infornata. Mi rimetto in posizione davanti al monitor e mi sistemo la pesante visiera sugli occhi. La sento bagnata dal sudore della mia fronte. Numeri e lettere scorrono a blocchi, veloci e senza logica. Poi l’immagine si forma, l’abitudine me la fa comparire prima nella mente. L’addestramento e l’esperienza mi hanno resa efficiente come una macchina.
Il processo va avanti in modo automatico, il mio intervento non è richiesto. Devo solo verificare. Queste macchine sono intelligenze perfette, non possono sbagliare. Ma allora noi che ci stiamo a fare?
Finisce anche questa ondata, i dati sono stati tutti verificati. Nessun problema. Del resto è sempre così ed è sempre stato così. Buoni da una parte e cattivi dall’altra. Vecchia storia.
Guardo il timer sopra i lunghi tubi che corrono lungo la parete di fronte a me. Non manca tantissimo alla fine del turno. Ancora un’ondata e poi arriva il cambio. Non riesco però a rilassarmi, sento che il cuore accelera. Vorrei un sorso di rivitalizzante, non ci è concesso però durante i turni.
Lo so che sta per arrivare. Sarà nella prossima, avevo visto il programma. Cerco di non pensarci e adatto i miei sensi al ronzio che ora è nella frequenza di attesa. È una frequenza studiata per regolare le funzioni sensoriali in stato di quiete. Non funziona.
Cerco di pensare alla cartuccia che mi ha prestato Erin stamattina. Me la gusterò più tardi nel mio bozzolo, tento di pregustarne il piacere. Ma non ci riesco. Sono in allerta e concentrata sul ronzio.
Finalmente hanno aperto gli aeratori. Lo fanno sempre meno frequentemente, forse vogliono risparmiare. Il sollievo dell’aria fresca dura però solo qualche istante. Sento le mani sudate e appiccicose.
Lo sento con la mente prima che con l’udito. Sta cambiando. Arriva l’ondata. L’ultima.
Giù di nuovo la visiera, questa volta non sento niente. Non so se sto respirando. I primi blocchi, tutto bene. Normale. Zona verde e zona rossa. Tutto come sempre. Tutto previsto.
Allungo una mano sul tastierino alla mia sinistra. C’è un pulsante più grande. Non ho bisogno di guardare, le mie dita lo trovano automaticamente. Una scritta, quasi un monito: Controllo Manuale.
Finisce il primo blocco, i consueti trenta secondi di pausa. Poi, un attimo prima del secondo invio, il mio dito preme il pulsante. Il ronzio cambia la frequenza e una luce comincia a lampeggiare. Ho quindici secondi prima che il mio intervento venga segnalato. Quante volte l’ho provato.
I dati sono immobili di fronte a me. Eccolo, sulla sinistra. Hal Incandenza. Verde.
La mano si sposta sul piccolo joystick, movimenti veloci. Sicuri. Mi fermo un attimo, il cursore lampeggia ma non lo sposto. Poi una scossa. Lo muovo, evidenzio il nome. Chiudo gli occhi sotto la visiera, li riapro. Il nome è sempre lì, evidenziato. Trattengo il respiro e infine clicco. Fatto. Chiuso.
Schiaccio di nuovo il pulsante del controllo manuale ed esco dalla procedura, il cuore mi esce dal petto. I dati scorrono nuovamente veloci e ordinati. Ascolto il ronzio. Nessuna variazione. Anche le luci sono ferme. Finalmente l’ondata finisce. Alzo la visiera, penso di essere in condizioni miserevoli. Spero non mi veda nessuno.
Per oggi basta. Chissà, forse basta per sempre.
Finisco il turno senza rendermene conto. Movimenti automatici, di routine. Sono attenta a tutte le variazioni. Ogni dettaglio però è al suo posto.
Le tempie mi pulsano, sta salendo un feroce mal di testa. Altro che cartuccia. Non vedo l’ora di chiudere gli occhi e non pensare più a niente.
Quanto vorrei che aprissero gli aeratori, non riesco a respirare. Tolgo la visiera e la sgancio. La appendo sul supporto che automaticamente la immerge nel liquido disinfettante. Sento le gambe di nuovo pesanti adesso. Tra poco potrò togliere quelle scarpe. La mente però torna sempre lì, a quei pochi secondi. Al verde che diventa rosso. Buoni e cattivi.
Finalmente la sirena. E il ronzio si spegne. Do una rapida occhiata alla mia postazione, sembra tutto a posto, posso andare.
Mi avvicino alla parete alla mia sinistra che con uno scintillìo si smaterializza. Appare Erin che attendeva dall’altra parte.
«Tutto bene, turno tranquillo?» mi chiede.
Non riesco a guardarla negli occhi, sento la schiena sudata. La testa pulsa.
«Sì, solito… sono stanca».
«Vai, goditi la cartuccia. A domani».
E, sorridendo, entra nella sala dati.
La parete si rigenera. Rimango a fissarla per un istante. Poi mi giro e vado verso il mio bozzolo.
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Ciao Pierpaolo, bellissimo racconto, un pezzo di fantascienza distopica molto efficace che mantiene una tensione continua. Sei riuscito a dare un senso di oppressione continua senza fare lunghe digressioni. Il riferimento a Infinite Jest poi è magistrale nel contesto dell’intelligenza intrappolata in un contesto che la consuma. Veramente ben riuscito, mi è piaciuto molto.
Grazie Piergiorgio, sono contento ti sia piaciuto. Anche le “cartucce” sono un tributo a DFW.