Controllori

Serie: L'Urlo Muto delle Ombre


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Ottavo racconto di questa antologia.

“Marco!” gridò sua madre. “Il libro di matematica!”

“Uffa” mormorò seccato ripercorrendo il vialetto.

“La prossima volta te la vedrai con la Maghetti” lo rimproverò.

“Il biglietto ce l’hai?”

Marco alzò gli occhi al cielo e allargò le braccia. “Sì, mamma” rispose seccato.

* * *

Alla fermata del bus c’erano Giacomo, un ragazzino grassoccio della sua età con cui non si era mai trovato gran ché bene, e un gruppetto di ragazzi più grandi.

Si avvicinò, stando attento a pestare almeno qualche fuga del marciapiede. Evitare di camminarci sopra era una stupidaggine da bambini delle elementari, eppure provò un brivido nell’infrangere quella regola.

Non sono un bambino, si disse, quindi issò i pollici sotto alle bretelle dello zaino e assunse l’aria meno bambinesca che gli riuscisse. Poco più in là, Giacomo stava giocando con il cellulare. Alla vista di Marco si animò.

“Ciao!” esclamò sistemandosi gli occhiali. “Ti va di giocare?”. I ragazzi del gruppetto si voltarono; uno di loro portò la mano alla bocca per nascondere una risata. Marco si sentì arrossire. Avrebbe voluto che Giacomo sparisse, come per magia.

La magia è una cosa da bambini, disse una voce nella sua testa, facendolo arrabbiare ancora di più. Ora avrebbe voluto mandare Giacomo a quel paese; sapeva come dire certe cose da grandi.

“Ciao” brontolò Marco oltrepassandolo.

Giacomo lo seguì. “Non giochi?” gli chiese tutto eccitato, sventolando il telefono per aria. Se gli cade, gli do uno spintone pensò Marco.

Il telefono cadde sul marciapiede dalla parte dello schermo. All’urto seguì uno schiocco secco. Giacomo si precipitò ad afferrarlo, trovandosi tra le mani lo schermo sfondato.

I ragazzi più grandi scoppiarono a ridere. Marco non si voltò, eppure sentiva i loro sguardi sulla pelle come il sole di agosto a mezzogiorno. Era certo di avere il volto scarlatto, ormai. Decise di fissare lo sguardo sulla striscia di mezzeria della strada, simulando disinteresse. Come si può essere così stupidi?

“Oh cavolo” esclamò Giacomo incurante delle risate. “Si è rotto.”

Dal gruppetto esplose in una risata collettiva ancora più forte della precedente. Giacomo li guardò, come se si fosse appena accorto della loro presenza. Marco, che continuava a fissare la striscia, con la coda dell’occhio vide Giacomo abbassare lo sguardo sul telefono fracassato, rimetterlo in tasca e allontanarsi di qualche metro. Ora sembrava fissare un punto del marciapiede, le spalle inarcate e il capo chino.

Era ora! pensò Marco. Ora i ragazzi più grandi stavano parlando delle prossime vacanze al mare.

L’autobus spuntò dalla curva in fondo alla strada, arrancò per la salita sbuffando nuvole di fumo e si fermò davanti al cartello giallo. Dal sistema idraulico scappò uno sbuffo assordante che fece sobbalzare Marco. Controllò immediatamente se i ragazzi più grandi lo avessero notato, tirando un sospiro di sollievo vedendoli già in fila davanti alle porte.

“Fa così quando le porte si aprono” esclamò Giacomo alle sue spalle, sistemandosi gli occhiali. Sembrava essersi già dimenticato del cellulare.

La fermata di Moito era la penultima prima della scuola, e il bus era pieno. Marco trovò l’unico posto libero di fianco al ragazzo biondo del gruppetto. Si sedette con lo zaino tra i piedi e si guardò attorno cercando Giacomo. Lo vide seduto ai primi posti; sorrise e si lasciò andare sullo schienale.

Estrasse dalla tasca davanti dello zaino il cellulare e sincronizzò le cuffiette. Stava per indossarle, quando il ragazzo al suo fianco parlò.

“Tu lo sai quanto fa quindici elevato alla terza?” chiese. Sul suo volto era dipinto un sorrisetto malizioso.

Marco sapeva che il ragazzo parlava delle potenze, ma non sapeva come calcolarle. Si sforzò di intuire quanto facesse quindi alla terza, e l’unica via che riuscì a seguire fu immaginarla come una moltiplicazione.

“Quarantacinque” disse convinto Marco.

Il ragazzo scosse lentamente il capo, serrando le labbra.

“Molto male” disse. “Spero proprio che non salgano i controllori.”

Marco non capiva. “Io ce l’ho il biglietto” spiegò.

“Oh, il biglietto è il minimo” disse il ragazzo. “Da quest’anno i controllori vogliono che chi viaggia sul bus sappia calcolare le potenze.”

Che stupidaggine, pensò Marco. Mi prende in giro perché ha visto che Giacomo mi parlava alla fermata. Controllò l’impulso di andare davanti al bus e mollare a Giacomo uno schiaffo.

Il bus nel frattempo era giunto all’ultima fermata prima della scuola. Marco indossò le cuffiette, e sulle prime note di Lollipop notò con la coda degli occhi un movimento attraverso il finestrino.

Si girò per guardare, e un brivido gli percorse la spina dorsale. Cercò di scacciare quella brutta sensazione, ma senza riuscirci. Fuori dal bus, due uomini dal lungo cappotto grigio stavano per salire sul bus. Marco sapeva chi erano; lo aveva capito dalla cartellina che uno di loro teneva in mano. Ora stavano camminando tra i sedili, controllando i biglietti che i ragazzi mostravano uno per volta.

Tentò di mantenere la calma. Del resto lui il biglietto ce l’aveva; lo estrasse dalla tasca dei calzoni e lo tenne pronto per quando sarebbe arrivato il suo turno. Una voce cantilenò nella sua testa:

Quindici alla terza quanto fa? Non fa quarantacinque, non fa quarantacinque!

Ancora una volta sentì la faccia scaldarsi. Ci mancano le filastrocche, pensò. Non sono un bambino!

Il ragazzo biondo lo stava fissando, Marco lo sapeva anche senza guardare. Aspettava ghignando che i controllori gli porgessero la domanda fatidica.

Ma quale domanda! Il biglietto, ecco cosa chiederanno.

Intanto i due uomini con il cappotto erano arrivati al suo posto. Marco li anticipò porgendo loro il biglietto.

“Non mi interessa quello” disse il controllore, e fece scattare la punta della penna. Il rumore schioccò nelle sue orecchie come il meccanismo di ricarica di una pistola.

“Cosa…” mormorò Marco, togliendosi le cuffiette per sentire meglio.

I controllori lo guardarono dall’alto delle loro teste altissime, gli occhi profondi come pozzi. Tutti i ragazzi si erano voltati e lo fissavano, ansiosi di scoprire se avrebbe risposto alla domanda. Il controllore aprì la bocca e parlò.

“Quanto fa quindici alla terza?” disse. La sua voce rimbombava contro i vetri del bus.

“Non lo so” mormorò Marco a mezza voce.

Una risata isterica scoppiò nel bus. Marco serrò gli occhi e si tappò le orecchie.

Non sono un bambino!

Serie: L'Urlo Muto delle Ombre


Avete messo Mi Piace4 apprezzamentiPubblicato in Horror

Discussioni

  1. Non sono sicurissimo di aver colto il senso della vicenda, ma immagino verta sulle sensazioni di tensione per le piccolezze che da adolescenti è così facile provare, e che eppure fa sembrare tutto come la fine del mondo.