Conversando con Cecilia

Un vecchio professore di filosofia una volta mi disse, “Lascia che lo scrivere ti porti in territori sconosciuti…”.

“Alcuni si definiscono pacifisti”.

”In realtà non abbiamo smesso di esserlo, vogliamo soltanto la pace e la libertà. La fine della pace non l’abbiamo scelta, per evitare che ci tolgano anche la libertà possiamo tutti fare qualcosa” dice Lucas con una birra in mano.

“Siamo bravi a dare un senso ai posti abbandonati da dio, adesso ce lo riconoscono anche quelli con cui fino ad alcuni mesi fa abbiamo litigato moltissimo” prosegue Cecilia guardando fuori dalla finestra un carro armato fermo al crocevia.

Non sono abbastanza mitomane da dirvi come fosse potuto accadere che un tipo come me venisse catapultato in un luogo come questo, mi è sempre sembrato più interessante il posto fisso dei miei amici redattori, che interrogare personaggi border line sull’eterno ritorno e l’eventuale sbilanciamento degli avvenimenti se non fossero stati singole eventualità.

“Ricordo quando Nietzsche ci veniva imboccato in comode forchettate ad aeroplanino da sfoggiare all’interrogazione. Ma vuoi mettere il tono che potevamo darci” replica Lucas al mio silenzio.

“Tutti infatti, soffrono all’idea di scomparire non visti e non uditi in un universo indifferente, e per questo vogliono, finché sono in tempo, trasformare sé stessi nel proprio universo di parole” si accoda Cecilia.

“Che cos’è l’avvenimento? Un’attualità sufficientemente importante da attirare l’attenzione dei media. Ma si scrive un romanzo non per creare un avvenimento, ma per fare qualcosa che duri” replico dal mio angoletto mentre scatto una fotografia ai miei interlocutori.

“Non abbiamo imparato niente, e di certo, non a non prenderci sul serio, neanche a età lirica abbondantemente finita ed età dei datteri sopraggiunta” mi risponde Cecilia, mentre io guardo Lucas rollare una canna; forse l’ultima prima della guardia.

“una volta lessi di una psichiatra che lavorava in un collegio di suore, ed io ci andai e gli parlai di Platone. Lei mi rispose “Mi avevano detto che è uno che non prende niente sul serio, ma lei invece prende sul serio persino Platone”.

Riconosciamo il sibilo dei razzi moscoviti sfrecciarsi sopra la testa, chiudiamo gli occhi aspettando, “Boom Boom… Bang”. “Due intercettati, uno ha colpito qualcosa dietro di noi” Dice Lucas mentre passa la canna a Cecilia.

Lucas era un promettente studente di musica al conservatorio di Kharkiv. Cecilia la sua insegnante di inglese, ora condividono un letto e le canne, lui è troppo giovane, troppo estraneo al mondo che lo circonda. Lei mi passa la canna e mi fa cenno di uscire, vogliono restare soli.

Fare un intervista, significa entrare in rapporto profondo, per ore ed ore, giorni e giorni, con un alfabeto alieno. Ascoltarlo. Percepirne il respiro. Adeguarsi. Scegliere. Fare errori. Perdersi. Ritrovare il filo rosso che ci aveva respinto per ore. Entrare in intimità provvisoria, lenta, meravigliosa. Pensare di aver fatto un buon lavoro e nel giro di qualche minuto pensare d’aver fatto un disastro. Poi stancarsi, lavorare di scapole, diventare bravi per poi rileggere il tutto e sentirsi ridicoli, ma poi ecco che ci si risente grandiosi, sentire il passo di un estro ancora diverso: più profondo più articolato, avvolte più commovente. Vorresti lasciare tutto pronunci la frase: ‘questa è l’ultima che faccio’. Poi incontri un personaggio come Cecilia, che è un funambolo, un nitore morale, un concentrato di grazia irraggiungibile, una vetta da cui non sono ancora sceso. Allora la prima cosa che ti viene in mente è ‘In girum imus nocte et consumimur igni’ mentre stai scendendo le scale di una torre campanaria, aspirando a pieni polmoni da una canna di erba scadente, mentre la tua musa sta scopando con un adolescente armato di sogni gloriosi e di un Kalasnikov.

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