
Copy Generation
Serie: MEZZANOTTE COSMICA
- Episodio 1: Sempre come la prima volta
- Episodio 2: Sto bene
- Episodio 3: Chi è Jerry?
- Episodio 4: La vecchia Beth
- Episodio 5: SpaceBook
- Episodio 6: Il miglior panino di Halley Street
- Episodio 7: Copy Generation
STAGIONE 1
La parola giusta trasforma un granello grezzo in diamante.
Tipo?
DIRE ADDIO NON É MAI COSTATO COSÌ POCO
Ed ecco che “Boom”, trenta contratti in mezz’ora. Offerte esclusive, l’ultima chiamata come se fosse l’ultima della vita, telefonia al top.
La migliore tecnologia all’avanguardia? Le parole.
«Sono l’unica arma che abbiamo» direbbe il mio capo.
I numeri? Solo la verità iniziale.
«I numeri convalidano le parole» spiega il capo.
Sono strumenti per misurare l’impatto delle parole, quale ha colpito di più, a che ora, in quale giorno, su chi.
«I numeri sono la prova che non stiamo sbagliando.»
LA VITA É EFFIMERA, GODITI IL DESSERT
Con questo copy trasformiamo una sfoglia gourmet con cannella in un richiamo irresistibile. Un messaggio che flirta con l’apocalisse, superando la concorrenza di un sesto nel fatturato.
«Giocare con la parole è parte del processo» mi fa il capo. «Per farli spendere, devi vendergli la paura.»
L’etica è un lusso da affamati che sognano rivoluzioni che non verranno mai, aspettando che gente come noi cambi.
ULTIMA FERMATA PRIMA DEL DISASTRO: SCRIVI QUI, NON A LORO
Questo slogan sarebbe l’ancora di salvezza per ex ossessionati, quelli pronti a dissotterrare storie che dovrebbero rimanere sepolte. Un blog gestito da terapeuti online abituati a raccogliere frammenti di cuori devastati, rifugio per chi ha capito che l’amore è il più crudele degli scherzi.
«Sono tutti naufraghi di qualcuno» mi disse una terapeuta «Io li spingo a ricommettere gli stessi errori.»
Perché?
«É solo un trucco per farli ritornare» confessò «il nostro mestiere è mantenere questi individui recidivi.»
Le convenzioni sono vecchia scuola. L’importante è andare dritti al punto. Tu non vendi solo un prodotto; tu sei il riflesso delle loro necessità.
«Lasciateli a bocca aperta, mai completamente sazi. Altrimenti che senso ha svegliarsi la mattina?»
Noi copywriter ci bruciamo vivi nei nostri slogan, comprando la stessa zuppa che vendiamo.
Parliamo a noi stessi attraverso gli altri, finché non diventiamo il nostro stesso annuncio pubblicitario.
Seguo la comunicazione di una ditta che vende tappi profumati, una risposta al fatto che la gente non beve abbastanza.
«Bisogna che ingoino più acqua» insiste il mio cliente.
Così, spingiamo questi tappi che, sniffati mentre bevi, trasformano un noioso sorso d’acqua in una bevuta esotica al gusto di melone o frutto del drago.
Dopo il debutto, Aromas: il tappo che trasforma ogni sorso in un’avventura, ha visto una corsa all’acquisto da parte dei primi diecimila clienti in meno di due ore.
Quel che era un sogno di startup è diventata una realtà da miliardari per una compagnia ormai globale.
La stessa impresa dietro ad Aromas, adesso collabora con un centro di trapianti renali.
«L’iponatremia è in aumento» confessa un medico, «non abbiamo reni sufficienti per rimediare ai guai causati da quei dannati tappi» aggiunge: «ci serve una frase per invogliare la gente a bere con moderazione.»
Così nasce:
BEVI CON SAGGEZZA, LA TUA SALUTE MERITA EQUILIBRIO
Ogni situazione, per piccola che sia, riempie le tasche di qualcuno.
«Benvenuti nell’era del co-marketing» mi sbatte in faccia il capo. «Pensa al mondo come a una mega-corporazione» ripete. «Se tu fai cassa, faccio cassa anch’io.»
Perché acquistare roba quando stiamo per tirare le cuoia?
«La gente non fa acquisti, in realtà si libera» contrattacca il mio capo. «Hai sacrificato anni per quella macchina che adori, per la casa dei tuoi sogni. E poi? Ti arrendi all’idea che sia finita?»
Non trovavo risposte.
«Preferirebbero lanciarsi da un ponte che vedersi distrutti da un asteroide» conclude.
Chiamatemi il maestro dei nomi. Cercatemi solo se bramate un nome da affibbiare all’innominabile. La mia arte è quella di snodare i vostri anfratti mentali, vomitarvi fuori parole intrappolate, troppo inusuali, persino per essere immaginate.
Tutto è cominciato anni fa, lavorando per una delle più grandi realtà tessili.
Navigare nel mare dei tessuti è come destreggiarsi in un bazar di falsi nobili: un gioco di illusioni dove il poliestere si maschera da cotone e prende nomi altisonanti tipo: Ferdinand o Pavone, come se battezzarlo con un nome esotico potesse cancellarne l’origine sintetica.
In un inferno come quello, i numeri non tagliano. Serve qualcuno con il dono di soprannominare l’assurdo, e per questo mi ritagliai un angolo d’ufficio tutto mio.
Lì, la bravura non stava nell’arte del tessere ma nel trucco del nominare: in quel palcoscenico, non importa quanto gli occhi meno addestrati possano essere ingannati.
Il tessile ti immerge in un glossario che va dall’Aramanto, un rosso scuro che flirta col porpora, al Tofu, che in fin dei conti è solo un bianco sporco.
Non dimentichiamoci del verde Foresta, profondo e misterioso, o del Coccio, un ruggine che alcune volte si fa chiamare Biscotto, un po’ più pallido, quasi commestibile.
Pochi tocchi e un Grigio qualsiasi diventa: Ghiaccio.
Sfuma leggermente i contorni di qualsiasi colore, dagli un nome sofisticato, e quel semplice Blu diventa Abisso, un reame di pretesa profondità intellettuale.
Un giorno Bob mi chiamò all’interfono.
«Serve un nome per un rotolo non identificato» poi l’aggiunta: «Carl, qui è successo un casino.»
«Me ne occupo io Bob.»
Arrivai lì e mi trovai davanti quaranta metri di fustagno, dritti dal Bangladesh, macchiati di sangue.
Quaranta metri di stoffa imbrattati, una striscia continua di rosso ferroso trasformò il marrone in un mogano metallico.
«Bel guaio, Carl» mi fece Bob.
Aveva maledettamente ragione.
«Qualcuno ci ha impastati in un casino…»
«Omicidio?» chiese Bob
«Plurimo» risposi.
Devo riconoscerlo, era un lavoretto ben fatto. Dopo averli massacrati, li hanno impacchettati, ma, per qualche motivo perverso, hanno scaricato i corpi e conservato il tessuto.
Perché?
Per rivenderlo, chiaro. Parliamo di un affare da venti euro al metro, e Bob ne scovò altri trenta.
«Cosa ne facciamo adesso Carl?»
«Questa roba deve sparire da qui »dissi, cercando un nome adatto.
Se deve restare, l’unica etichetta possibile è: «Funesto» tagliai corto.
Meglio decidere in fretta, pensai, prima che sia la situazione a decidere per te.
«Va bene Carl.»
Così, quaranta metri vennero preparati per trasformarsi in cappotti baronetto, pronti per il taglio e la cucitura.
Nacque Funesto, un nuovo colore destinato a impreziosire le palette delle collezioni autunno-inverno. L’armocromia accolse un nuovo membro, un’ulteriore tonalità nell’ampio spettro dei Pantone.
Quando si tratta di inventare uno slogan per gli slogan, eccoci nel pieno del delirio.
«Dobbiamo vendere i nostri copy con un altro slogan» mi lancia il capo.
È come se fossimo drogati di copy, disperati per il nostro prossimo colpo di genio.
Siamo i pusher delle parole, gli alchimisti del pensiero obliquo: vi rifiliamo le frasi che non avreste il coraggio di pensare, perché, in fondo, è meno doloroso pagare per delle parole a buon mercato che accettare quanto siano vuote quelle che ci diciamo per non cambiare.
Se dicessi:
NON GUIDARE IN STATO DI EBBREZZA PER L’INCOLUMITÀ DEI TUOI PASSEGGERI
avrebbe meno impatto di:
OCCHI AL VOLANTE, RIPORTALI A CASA, SANI E SALVI
Cosa sto vendendo?
Un assistente di guida automatico con freno di emergenza integrato.
Il capo mi lancia l’ultimatum:
«Bisogna sfornare lo slogan definitivo prima che la notte ci inghiotta.»
Perché?
«Andare via senza averlo scovato è come un coito interrotto.»
Allora tiro fuori la carta vincente, quella che non delude mai.
Come quel giorno che sei cascato dalla bici, pensando che il dolore fosse l’unica verità.
ALZATI, GUARDA LONTANO E STRINGITI FORTE: DECOLLIAMO
Serie: MEZZANOTTE COSMICA
- Episodio 1: Sempre come la prima volta
- Episodio 2: Sto bene
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- Episodio 4: La vecchia Beth
- Episodio 5: SpaceBook
- Episodio 6: Il miglior panino di Halley Street
- Episodio 7: Copy Generation
credo che Cristiana abbia colto con precisione, nella visualità, il carattere determinante di questo racconto dal punto di vista dello stile. Sono del tutto convinta, inoltre, che la necessità di vendere e comprare (che implica il denaro e il profitto) rimarebbe intatta anche sull’orlo del baratro, come tu descrivi, perché il capitalismo è cieco e non vede l’abisso.
ci tengo ad aggiungere che il tuo lavoro, insieme a quello di pochi altri, è molto ben rispondente a ciò che, nel concetto, dovrebbe essere una serie, vale a dire una sequenza di episodi autonomi collegati da un quadro generale. Altrimenti si tratta di racconti a puntate: lo dice una come me che cade ogni volta in questo errore perché non è capace di fare diversamente.
Ciao Francesca, ero in attesa del tuo feedback, che apprezzo sempre molto. Grazie. È proprio quello che speravo venisse fuori: quanto siamo immutabili, noi umani, anche di fronte all’apocalisse. Mi affascina il modo in cui la serie presenta un insieme di idee e riflessioni, tutte intrecciate attorno al concetto di catastrofe. È come se ogni episodio contribuisse a costruire un flusso continuo di pensieri, che, nonostante la diversità dei personaggi e delle trame, rimane unito da questo tema centrale.
Il tuo racconto è veramente d’impatto, parole che si mixano a nuove tonalità e a slogan così assurdi da chiedermi, mentre leggevo, dove mai li avessi già visti. Perché con un testo così, la lettura c’entra meno. È quasi come guardarlo a caratteri importanti su una rivista o magari su un palazzo. Molto interessante la riflessione sul rapporto parole-numeri.
Ciao Cristiana, come sempre, apprezzo molto i tuoi commenti preziosi e li tengo in grande considerazione, <3. Sono davvero affascinato dal modo in cui il racconto ti ha colpito e come è riuscito a lasciare un'impronta nel tuo immaginario visivo.