Corpicini

Serie: Le Benandanti - Le eredi della camicia


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Le benandanti, ignare dei loro doni, cominciano a incontrarsi per caso nella clinica del dottor Castelvecchio. Alcune di loro sono ancora in viaggio…

Esisteva un filone di visioni, legato soprattutto alle donne benandanti. Durante i loro viaggi notturni, non andavano a combattere, ma entravano in contatto con il regno dei morti. Vedevano lunghe processioni di anime che camminavano in silenzio. I benandanti erano in grado di riconoscere i defunti del proprio villaggio, vedere se erano in Purgatorio, all’Inferno o in Paradiso, e riportare ai vivi i loro messaggi, le loro richieste di preghiere o i loro rimproveri.

Una nebbiolina gentile confonde la mente e la chiude in un tempo corto e ragionevole, che non mostra nulla oltre i contorni del cancello argentato della piccola stazione. Nel bar tra fumo e ombra, l’unico cliente attende un caffè o al massimo un cappuccino. Due soli binari: sul primo il mio treno è fermo, sul secondo tre aspiranti passeggeri attendono la coincidenza, che è puntualmente in ritardo.

Apro la borsetta e prendo una salviettina, la plastica dei sedili dello scompartimento è appiccicosa e il minuscolo tavolino a scomparsa non promette maggiore igiene. Lo apro con due dita, ne pulisco la superficie in formica e ci appoggio la mia lettura da viaggio.

Di fronte a me, un bambino sta leccando una caramella, succhiandola ancora avvolta nella carta. Sembra gli piaccia, la guarda come se fosse un gioiello.

Poi quel fischio. Il fischietto a pallina del capotreno, simile a quello degli arbitri di calcio, emette la sua vibrazione acuta, riconoscibile anche sopra il rumore dei motori. Non so cos’abbia di così particolare, ma sembra un lasciapassare per un mondo migliore: ecco, puoi andare, puoi partire. Se stai attento alle porte che stanno per chiudersi, ti porterò ovunque tu voglia.

È un regionale, quindi tra non molto saremo di nuovo fermi, ma non importa. Ora si va.

Al primo scossone che annuncia la partenza, mi volto a destra e guardo fuori dal finestrino. Tutt’intorno il grigiore ha spento il verde dei campi che s’intravedono appena. I cumuli fumanti di letame e compost fermentano nel paesaggio sfuocato.

Abbasso lo sguardo. Lo spazio di separazione tra il vetro interno e quello esterno è pieno di minuscoli cadaverini impolverati. La scarsità di ossigeno li conserva intatti come se fossero solo addormentati. Chissà come si sta, lì, assopiti in uno spazio senza senso.

Con la coda dell’occhio vedo una sagoma aprire la porta scorrevole dello scompartimento. Penso che sia il controllore, prendo il biglietto tra le pagine del libro. Mi volto e rimango male: non c’è nessuno. Il bambino mi guarda, mentre sua madre dorme e, per fortuna, non si accorge di nulla.

Metto via il biglietto e mi rintano di nuovo nell’intercapedine tra i vetri. Un limbo trasparente che non puoi pulire, dove la polvere va a fare il letto ai morti. Mi viene voglia di aprirlo e soffiare via tutto. Cosa avranno fatto in quel centimetro verticale di nulla? Come avranno vissuto? Nelle giornate terse avranno guardato da una parte e dall’altra. Piccoli viaggiatori caduti nel mezzo, fermi tra gli arrivi e le partenze, sballottati di qua e di là dalle vibrazioni del vagone. Oppure avranno guardato noi, prigionieri di scompartimenti e campi, sordi e ciechi al loro passaggio nel mezzo. Nei momenti di disperazione si saranno dati al cannibalismo? 

Il treno comincia a rallentare.

Sempre più lento, sempre di più.

Fuori la nebbia mastica le case del prossimo paesino. Ai binari si affianca la linea gialla delle banchine, quella linea “famosa” che non si deve oltrepassare. Sul marciapiede c’è un vecchio con la bicicletta da donna tenuta per il manubrio, fermo sotto la pensilina azzurra. Ha i pantaloni della festa e le scarpe infangate di terra buona, quella dei fossi. Non deve salire, aspetta solo che il treno si fermi per guardare dentro. Quando i nostri occhi si incrociano attraverso il doppio vetro, lui non fa un cenno, ma muove le labbra stringendo il pugno sul freno, come se volesse fermare il convoglio intero.

Mi alzo, tiro giù il finestrino. Il treno ancora si muove.

“Ha bisogno? Posso aiutarla?”

“Ti ho già detto quello che volevo dirti.”

“Mi perdoni ma non ho sentito.”

“Beh, allora tienilo aperto.”

“Come?”

Mentre il treno si ferma e i freni stridono, fisso il vecchio che sale sulla bicicletta come fosse un cavallo e comincia a pedalare in direzione opposta.

Sono decisamente indispettita, ma cerco di mantenere l’aplomb e giro i polsi per chiudere il finestrino dal basso verso l’alto. Non si muove di un millimetro. Spingo con tutta la mia forza. Mi fanno male le dita per lo sforzo. Sembra incastrato. Sposto indietro il piede destro e faccio leva sulle gambe. Niente da fare, e adesso?

“E che diamine!”

Mi giro. Il bambino mi guarda. La madre continua a dormire. Il treno prende velocità.

“Accidenti, che freddo!”

La campagna friulana adesso corre via di scatto, sgranandosi in una striscia di alberi e canali che la velocità trasforma in lame grigie. Dal finestrino spalancato il vento umido entra cattivo, schiaffeggia la formica del tavolino e diffonde puzza di freschino, portandosi via il silenzio e la carta della caramella del bambino.

Al lato più estremo del finestrino verso sinistra, il nastro di plastica per l’isolamento è scollato all’estremità e vibra nell’aria come una bandiera in mezzo a un ciclone. Emette un fastidioso rumore sordo. Sbatte. Mi irrita i nervi.

Posso farlo? Sì, voglio farlo. Lo tiro e viene via tutto. 

Guardo la scena al limite tra lo shock e il compiacimento. L’aria fredda e spietata invade l’intercapedine. Spazza via corpicini e detriti, che volano in su veloci, risucchiati in turbini e spirali. Liberi tutti! Le ceneri si perdono tra tetti e alberi. 

Anime liberate o cadaveri trasportati nell’aria dalle correnti?

Nessuno sembra accorgersi di nulla. 

La borsa cade e si apre, tutto il contenuto si sparge sul pavimento.

La porta scorrevole dello scompartimento si apre di scatto.

“Biglietti prego!”

Continua...

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