Cose Nostre

Serie: Punti di Vista


A volte per rendere nuova una storia che già conosciamo basta cambiare il punto di vista.

La riunione era a casa del Boss, nella sua villa privata in cima al monte, non poteva entrare nessuno lì che non fosse della famiglia. Quando varcarono la soglia tutti i picciotti si inchinarono davanti al boss poi, dopo avergli baciato l’anello, si sedettero al tavolo in silenzio. Era un momento teso per la famiglia, si capiva dallo sguardo del capo.

Il Boss era uno spietato, dicevano che aveva ammazzato suo padre a mani nude per salvare i suoi fratelli maggiori, avevano tutti paura di lui e se li aveva convocati così, nel cuore della notte, con tutta la famiglia al completo c’era da preoccuparsi. In mezzo al borbottio soffocato dei commensali la sua voce squarciò l’aria come un tuono:

«Mio figlio…Ha tradito la famiglia.»

Sospirò sconsolato.

«merita di essere punito.»

Nella sala piombò un gelo soprannaturale. L’unico rumore era il ritmato ticchettio del becco dell’aquila da compagnia del boss mentre si puliva le penne.

«Vuoi che sia un lavoro pulito»

Chiese piano una voce dall’altro capo del tavolo.

«No.» Continuò il Boss «voglio che sia un esempio per tutti, così vedranno cosa succede a chi si intromette negli affari della famiglia, dico bene?»

Un incerto “SI” riecheggiò dalla tavolata, sguardi atterriti e crudeli saettarono da un capo all’altro del tavolo, stava arrivando la pioggia.

Il Boss continuò: «Chi ruba dalla famiglia non ha capito che qui le cose sono di tutti, ma si devono usare con coscienza, per il bene dei propri fratelli e sorelle…Portatelo qui.»

Due picciotti, dal portone dorato in fondo alla sala, trascinarono dentro un ragazzo mezzo svenuto, il volto e il corpo tumefatti non lasciavano spazio all’immaginazione su come avesse passato le ore precedenti, ma i tatuaggi che gli coprivano il petto lo marchiavano indelebilmente come uno di famiglia.

«Allora figliolo, hai capito la gravità di ciò che hai fatto?»

Il ragazzo, tenuto per le braccia dai due aguzzini, puntò i suoi occhi infuocati oltre la coltre di ricci biondi e impolverati che gli copriva il viso; dritti negli occhi di suo padre.

«Ho fatto la cosa giusta “padre”, ho condiviso con loro il nostro sapere, sono stato giusto, come anche tu mi avevi chiesto!»

«Attento a come parli picciriddu, o qui qualcuno si farà male.»

Ringhiò il boss, battendo nervosamente le dita sulla tavola.

In tutta la sala si sparse una tensione gelida, la pioggia si stava rapidamente trasformando in un violento temporale.

«Coraggio, sono pronto.»

Fu l’ultima risposta del condannato.

Il Boss, superato il limite della sua pazienza tuonò:

«Efesto! Lega questo stupido a una pietra e lascialo soffrire!»

L’aquila di Zeus, come una saetta, si avventò sul petto del povero Prometeo e inziò a strappare la carne del dio beccata dopo beccata.

Il padre degli dei non aggiunse altro, si fermò ad ascoltare compiaciuto le urla del figlio che riempivano l’Olimpo.

Il temporale stava finendo quando l’aquila si fermò: non c’era più altro da mordere nel ventre di Prometeo. Zeus spalancò una finestra della sua villa e spinse il masso a cui Efesto aveva assicurato suo figlio giù negli inferi. Poi fissò gli altri dèi, rimasti fermi a guardare quell’ esecuzione.

Ora tutti dovevano avere ben chiaro che nessuno poteva rubare il fuoco di Zeus per sperperarlo tra gli umani, erano le regole dell’olimpo, le regole della famiglia.

Serie: Punti di Vista


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