Così Cé annunciò l’Überfrau 

Per lunghi anni Cé si era ritirato sul monte Vicillinus. Non aveva scelto quel luogo a caso: gli antichi lo ritenevano sacro a Giano Bifronte, il dio delle soglie, degli inizi e delle porte. A Cé era sembrato il posto ideale per meditare sui mali dell’umanità, sul malcostume e su come governare la polis.

Lassù era possibile osservare contemporaneamente le promesse e le conseguenze, le speranze e le delusioni, i discorsi e i bilanci. E soprattutto era possibile farlo da molto lontano.

Alcuni raccontano che Cé fosse arrivato su quel monte, ancora in fasce, in occasione di uno strano avvenimento capitato tanti anni prima. Diversi testimoni, incluso un parroco, riferirono di globi luminosi rossi come il fuoco apparsi nel cielo e di vagiti uditi una notte lontana.

Altri sostengono invece che vi fosse salito da giovane a bordo di un Maggiolino viola guidato dal fratello. Questa è probabilmente la versione più credibile e risale a un’epoca plausibile in cui Cé credeva ancora che gli uomini fossero avidi di conoscenza e verità.

La solitudine del luogo gli insegnò però una lezione diversa; gli uomini desiderano essere rassicurati, una piacevole menzogna raccoglie spesso più seguaci di una scomoda verità.

Quando su quel monte ebbe trascorso dieci e dieci volte dieci anni, un’indigestione di funghi gli procurò una visione messianica. Vide draghi levarsi dalle valli, vide una moltitudine di genti, procedere festante verso il proprio destino.

La visione gli mostrò un tempo prossimo nel quale il Bel Paese sarebbe stato condotto da colei che i popoli avrebbero chiamato  Soymucher.

Allora comprese che era giunto il momento di tornare tra gli uomini, e salvarli dal pericolo incombente.

Abbandonò il monte Vicillinus e discese attraverso borghi, boschi e vallate. Parlò con pastori, mendicanti e viandanti. Parlò persino con i loro animali, trovandoli spesso interlocutori più coerenti degli uomini.

Annunciò l’Überfrau, ma nessuno volle ascoltarlo, alcuni gli chiesero: «Ma che davvero?»

Altri domandarono: «Ella è la Madonna?»

Durante il viaggio s’imbatté perfino in alcuni politici onesti, creature così rare che la maggior parte degli studiosi ne aveva ormai decretato l’estinzione, e di cui gran parte degli umani aveva sentito parlare come delle nevicate in agosto.

Secondo certe cronache allo stato brado ne sopravvivevano pochi esemplari nascosti tra biblioteche polverose e monasteri remoti. Alcuni esperti sostenevano addirittura di averne osservato uno tentare di scrivere in caratteri cuneiformi, scolpendo con una vecchia stilografica le piastrelle del bagno di un autogrill. Dopo molti giorni di cammino, Cé giunse infine in quel di Massaccio.

Era un lunedì e il mercato era affollato.

Tra le bancarelle vide venditori d’illusioni, mercanti di promesse usate e dispensatori di miracoli fiscali.

Giudicò impossibile distinguerli gli uni dagli altri.

Salì allora sopra una fontana dalla quale sgorgava un prezioso vino bianco e gridò:

«Popolo del Bel Paese! Io vi porto una notizia!»

Pochi si voltarono, la maggior parte continuò a contrattare con il venditore che prometteva miracoli fiscali scontati del cinquanta per cento.

Cé attese e poi gridò ancora più forte: «Io vi insegnerò chi è Soymucher, vi mostrerò l’Überfrau! che è in lei»

A quelle parole alcuni risero, altri si fecero il segno della scheda elettorale.

Qualcuno iniziò a registrare col telefonino, allora Cé parlò.

«La Soymucher non è una persona, è l’Überfrau, una chimera che rinasce ogni volta che un popolo desidera essere ingannato».

Sotto le sue sembianze, rimodellate da eserciti di chirurghi plastici e damigiane di botox, si nasconde un’idra dalle molte teste, quella centrale, dal biondo pelo permanentato, promette di abbassare le tasse e si presenta con il volto rassicurante della menzogna. Poi, mentre sorridete, prepara nuove imposte.

La seconda testa canuta, parla come un sofista ubriaco, confuso e che confonde affinché nessuno ricordi ciò che aveva promesso il giorno precedente.

La terza appartiene a Gordo il trasformista: da giovane voleva dividere il Regno, da adulto governarlo e da anziano vuol continuare a mangiare ai banchetti dei potenti.»

La folla rise.

Cé invece no.

«Voi ridete perché credete che io stia raccontando una favola, eppure questa creatura vive già fra di voi.

Quando promette di togliere una tassa, ne prepara due, quando giura di eliminare un’accisa, la moltiplica.

Quando annuncia una rivoluzione prepara continuità, quando promette continuità prepara una rivoluzione.

Quando proclama onestà assume parenti e amici, quando cambia volto, il chirurgo le regala nuove e suadenti espressioni.»

Allora un uomo domandò: «come ci si libera dell’Überfrau?»

Cé sospirò. «Non si può.»

«Perché?»

«Perché ogni volta che perde una faccia, é subito pronta con la successiva.» La folla mormorò.

Alcuni annuirono perché avevano capito, altri annuirono per fingere di aver capito.

Cé fissò la moltitudine e riprese: «Ma voi ancora non comprendete, credete che l’Überfrau viva nei palazzi, nei ministeri e nelle televisioni, credete che abbia un solo volto, un nome, un partito.

Vi sbagliate.

L’Überfrau vive anzitutto dentro di voi, nasce ogni volta che un uomo preferisce essere rassicurato anziché conoscere.

Ogni volta che una menzogna comoda viene amata più di una verità scomoda, ogni volta che si invoca un padrone invece di diventare padroni di sé stessi.

Voi la chiamate con molti nomi, ma il suo vero nutrimento è uno solo: la vostra paura, la paura della libertà.

Per questo cresce.

Per questo ingrassa, per questo divora.

Non è il potere che crea l’Überfrau, è l’avidità degli uomini a generarne il potere.

Non sono i tiranni che generano i sudditi, sono i sudditi che invocano i tiranni.

Quando un popolo smette di cercare la verità e desidera soltanto essere consolato, allora l’Überfrau appare.

Non come una sciagura, non come una punizione, ma come il compimento dei suoi desideri più segreti.

Perciò guardate dentro di voi, popolo del Bel Paese.

L’Überfrau che temete non sta arrivando.

È già qui.

Sorride attraverso i vostri sorrisi, mente attraverso le vostre menzogne, si nutre della vostra stessa fame.

Abita nel desiderio di essere guidati anziché diventare liberi.

Abita nella speranza di ricevere invece che nella volontà di creare.

Abita in ogni uomo che preferisce una promessa a una responsabilità.

Per questo non dovete temere l’Überfrau, dovete temere ciò che la nutre, e siete ancora in tempo.

Non a distruggerla, ma cessate di crearla.»

Così parlò Cé.

E il popolo applaudì, credendo che scherzasse.

Poi lo invitarono a esibirsi l’anno successivo alla Festa dell’Uva, sul palco insieme a due comici di Zelig.

Torna Cé che ci hai fatto tanto ridere!

Ti piace0 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Purtroppo non c’è proprio niente da ridere… Karl Kraus diceva “Il potere dell’agitatore è di rendersi stupido quanto i suoi ascoltatori, in modo che questi credano di essere intelligenti come lui”. I popoli cercano esattamente questo: qualcouno che faccia il lavoro sporco per loro.
    Credono di delegare il potere, invece delegano le proprie vite.

    1. Grazie Sisu, la tua citazione di Kraus si sposa perfettamente con il senso del racconto. Cé cerca di spiegare che il problema non è l’agitatore in sé, ma il bisogno di averne uno. L’Überfrau non conquista i popoli: sono i popoli a invocarla e a nutrirla ciecamente come fosse una fede calcistica.

  2. Ho molto apprezzato questo tuo racconto filosofico, a tratti fiabesco e surreale, con chiari riferimenti al potere politico passato e presente.
    Mi ha ricordato un libro che ho letto e riletto tante volte: Il Profeta di Kahlil Gibran, nonostante il tono del C’é sia diverso; direi satirico.
    Triste la conclusione del “popolo bue” che dimostra di non aver capito niente, confermando le teorie dell’ uomo che, dopo aver trascorso tanti anni da eremita, é divenuto un saggio.

    1. Grazie Luisa, ti ringrazio molto. Il riferimento a Gibran mi lusinga davvero molto, sono felice che tu abbia colto sia la dimensione fiabesca e satirica del racconto sia l’amarezza del finale, che nasce proprio dall’incomprensione del messaggio di Cé.