Cuore a mille

Corro, il contachilometri segna 260 km orari, voglio osare di più. Mi crederete pazza, non lo sono. Questo è l’unico modo per sentirmi viva da quando lui non c’è più. Avevo attraversato un periodo buio quando avevamo perso i contatti, mi sentivo una persona vuota, spenta, come se tutta la felicità che avessi in corpo si fosse prosciugata.

Mentre guardo l’asfalto mi domando: può mai una persona essere causa della sofferenza di un altro individuo? Lui era il mio veleno e il mio antidoto, ho provato a dimenticarlo, ma come un cancro ha fatto bene il suo lavoro, si è preso un posto importante del mio cervello.

E non c’è cura, né rimedio. Ho fatto cinque giri di pista, penso che per oggi possa bastare. Sosto l’auto, scendo da questa e mi dirigo dentro. A quest’ora i tecnici non ci sono, il mio allenatore nemmeno, quindi non dovrebbe esserci nessuno. a volte spero che ci sia lui ad aspettarmi, con quel suo dolce sorriso.

Peccato che ogni volta ne rimango delusa. Tolgo il casco, apro la porta di quello che io chiamo centro di controllo, dove vi sono telecamere e alto parlanti per collegarsi ai veicoli. Una volta varcata la soglia della stanza rimango quasi senza fiato, per la prima volta l’ufficio non è vuoto!

-Devi migliorare i tuoi tempi cara! Le curve più strette!- Esordisce l’allenatore.

-Beh il tempo non mi sembrava male- a quelle parole sento come se qualcuno mi avesse dato un pugno nello stomaco, il mio cuore parte a battere all’impazzata, lo sento quasi esplodere nel petto. Lui. È proprio lui. Me l’ha fatto apposta, è venuto qui apposta per farmi dispetto. Lui si alza improvvisamente. No, non sapevo che io fossi la pilota, non se lo immaginava nemmeno, la sua espressione è troppo stupito.

-Allora ragazzi, vi aspetto fuori, prendete i caschi, gareggiate qui ed ora- che buffo ‘’hic et nunc’’ quello che ci ripetevamo sempre e quello che ognuno di noi due porta tatuato sul proprio avambraccio destro. Mentre il coach esce, noi rimaniamo a fissarci.

-Ciao- dice lui, che coglione, sembra totalmente patetico.

-Prendi uno di quei caschi dall’armadietto dietro di te, andiamo a gareggiare, ti voglio fare il culo in pista- dico con non chalance.

Lui quasi non riesce a credere che io abbia pronunciato esattamente quelle parole, mi guarda infatti con sguardo sbigottito.

-Cos’è? Sei diventato sordo?- lo aggredisco, voglio vendicarmi, non deve vedere la mia sofferenza. Anzi quasi che ci penso non soffro più, adesso ho solo voglia di vendetta, nient’altro. Prima di uscire lo guardo e lui dice: -Scusa- deglutisco, ma non mi giro, mi dirigo alla macchina, non mi servono le sue scuse, voglio batterlo, voglio metterlo in difficoltà, deve perdere.

-Allora- dice il coach appena lo raggiungiamo entrambi.

-Ragazzo- si rivolge a lui -Se tu arrivi prima del mio piccolo prodigio- si ferma per indicare me -Puoi entrare in squadra al posto suo-

Sono senza parole, non posso perdere, devo tenermi il posto in squadra, non posso cederlo a quello stronzo, non se lo merita.

Saliamo entrambi in macchina, il coach si sistema nel centro di controllo, noi ci posizioniamo sulla linea di partenza, attendiamo che la tromba di inizio suoni. Il cielo è cupo, la mia anima lo stesso, il mio cuore batte sempre più forte, amo gareggiare, è la mia vita e io non posso cederla a quel cretino, già mi ha rubato troppo. Inizio a dare gas, la prima luce si accende, guardo lui, la seconda luce ‘’prende vita’’ , guardo l’asfalto, davanti a me la tremola suona, la bandiera danza al vento, la terza luce appare, io do gas alla massima potenza.

Entrambi partiamo, noto che io sono in testa, accelero, la prima curva la prendo stretta, guadagno spazio tra me e lui. Adesso c’è un tratto rettilineo, io slitto a destra e a sinistra per non farmi sorpassare, il cielo si incupisce sempre di più , poi qualche gocciolina si infrange sul mio parabrezza, segue subito una pioggia torrenziale, non vedo la strada davanti a me.

Ma non mi interessa, accelero. Mi piace correre con la pioggia, mi piace rischiare. Cosa che a lui non garba, infatti rallenta. Noto che tra a me e lui c’è molta distanza.

-Rallenta- sento la voce del coach dall’alto parlante.

-Scordatelo- rispondo e intanto accelero ancor di più.

-Fermati, così ti schianti cazzo! Stammi a sentire cocciuta che non sei altro!- la sua voce freme di ira, ma si sente anche una sfumatura di preoccupazione.

Non mi interessa, non lo ascolto, continuo la mia corsa. Ormai vedo la linea di traguardo, non so dove sia lui ma finalmente a me mance l’ultimo giro. Sotto il casco sudo, la pioggia si è fatta sempre più fitta, mi concentro.

Dopo una decina di minuti concludo il giro e rallento stazionando la macchina nell’officina.

Subito lui mi si avvicina e io dico: Ah! Hai perso!-

-Sei stata imprudente! Come te lo devo dire? Ci rimetti le penne così! Cazzo ma cosa hai in mente?!- sentiamo il coach gridare dal centro di controllo, dopo un po’ vediamo anche la sua figura avvicinarsi.

-Scusi- dico

-Ehi! Non le urli così contro!- mi difende lui.

-stai zitto ragazzino! Mia figlia poteva lasciarci le penne!- io guardo lui con sguardo che dice ‘’ sì mio padre è il coach’’.

Mio padre se ne va via irato, ma prima mi dice:- Io me ne vado a casa imprudente che non sei altro, anzi no ti aspetto in macchina, non tardare-

Adesso restiamo solo io e lui, siamo soli dopo tantissimo tempo.

-Hai…ehm, sei diversa, cosa ti è successo?- chiede lui in imbarazzo. Come se non lo sapesse, dopo quella brusca fine come potevo stare? Era normale che ero cambiata. Ridacchio, la cosa è ironica, la causa del mio cambiamento è proprio qui dinnanzi a me, almeno so per certo che in futuro non mi innamorerò di altri coglioni come questo qui.

Mi dispiace ma quella che conoscevi è andata via per sempre- faccio la voce roca e profonda.

-Mi manchi- ah? solo adesso se ne accorge?

-A me tu no- rispondo secca e forse a questa cosa ci credo davvero. Forse averlo qui davanti a me mi ha fatto ragionare, era solo un capriccio, volevo solo rivederlo, niente di più, ma io per lui non provo più niente.

-Non ci siamo mai detti addio- dicendo questo mi prende una mano e mi tira fuori sotto la pioggia.

-Ci diamo addio?- grida, la pioggia che ci bagna i capelli, i vestiti che diventano fradici.

-Si- dico. Mi avvicino al suo orecchio e dico -Fottiti stronzo- lui rimane lì sotto la pioggia, io mi allontano e penso ‘’ non solo è un coglione, ma mi farà prendere anche una cazzo di bronchite’’.

Ti piace0 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Letture correlate

Discussioni