
Cupressacee
Un cipresso, quello più appresso alla mia finestra, mi parla.
Ha le pignette piccole ed è abbastanza ‘giovane’, per così dire, per la sua età, anche se nacque probabilmente quando io ero ancora un infante.
Cupressus sempervirens.
En passant ho scoperto che è l’albero tipico dei cimiteri perché le sue radici, scendendo a fuso nella terra in profondità invece che svilupparsi in orizzontale (come per le querce e gli altri alberi a chioma larga), non danno luogo a interferenze con le sepolture circostanti.
È praticamente uno spilungone. Così in alto come in basso.
Le pignette sono dette strobili.
Piccole e segmentate in tanti settori, come una minuscola bocca semiaperta, legnosa.
Per i Greci – muovendo dal mito di Ciparisso, un giovane che per errore uccise il suo cervo molto amato e che, per liberare dal dolore, Apollo, muovendosi a pietà, trasformò in un cipresso – l’albero era legato al lutto (cioè al dolore che si prova a causa della morte di qualcuno particolarmente amato). I Romani e gli Etruschi riprenderanno l’eredità greca del cipresso come albero sacro, riferito al lutto e al funerale, oltre che a motivi ornamentali.
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– Stai bene stamane, mio caro?
– Abbastanza, ma mi gira ancora la testa. Saranno gli sbalzi di pressione ed i postumi dell’intervento.
– Eh! Lo so. Tu non mi parli, ma io ti vedo di là dalla finestra.
– Tu mi vedi?
– Certo. Io percepisco tutti gli umani intorno a me in un raggio di distanza abbastanza vicino e poi noi piante ci parliamo…con il nostro linguaggio che voi non comprendete.
– Mi sembra difficile concepire che voi parliate, in tutta onestà.
– Non siamo umani, certo. Ma la nostra natura è quella di essere vicini a voi, in ispecie quando più avete bisogno di una presenza silenziosa ed accogliente.
– Una presenza?
– Sicuro. Fin dalla più remota antichità vi fummo vicini e solleciti. Le nostre radici si allungavano rispettosamente a non tangere i sepolcri. E fummo posti apposta fra coloro che non ci sono più.
– Io fui ciò che tu sei. Io sono ciò che tu sarai. Lo lessi tempo fa inciso su una stele antica. Adesso non ci voglio certo pensare, amico mio.
– Sbagli. La nostra presenza silente è come un sigillo, una garanzia che non sarete mai soli anche nell’oltrevita. Vi accompagneremo sempre.
– Su questo non nutro dubbi e, se la devo dire tutta, i tuoi discorsi stamane mi appaiono lugubri, e, se permetti, un tantino inappropriati. Non sei un umano, mio caro sempreverde, ma, lasciatelo dire, porti un po’ sfiga. Senza offesa, s’intende.
Il cipressino ondeggio’ la chioma, allora, come se si fosse agitato.
– Lo so. Non mi offendi. Non siamo amati. Neppure odiati, se è per questo. Esistiamo e basta.
– Che vuoi che ti dica. Mi piace parlar chiaro. Ti ammiro per le tue forme affusolate, sei snello e ben piantato. E tuttavia non mi stai simpatico.
– Tu cambierai idea un giorno. Ma io ti auguro che sia in un tempo assai lontano. Non ti inquietare per ora, amico mio.
A quelle parole stetti allora in silenzio. Era l’unica risposta possibile.
Il cipressino volteggio’ un po’ la cima come per un saluto.
Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Umoristico / Grottesco
“non sarete mai soli”
Questo passaggio mi è piaciuto , racconto interessante👏
Grazie, Martina!
Penso davvero che gli alberi possano parlare, basta rimanere in silenzio e sedere ai loro piedi. Questo, comunque, è davvero un menagramo!
“ma, lasciatelo dire, porti un po’ sfiga. Senza offesa, s’intende.”
😂
😂😂
“En passant ho scoperto che è l’albero tipico dei cimiteri perché le sue radici, scendendo a fuso nella terra in profondità invece che svilupparsi in orizzontale (“
non lo sapevo, mi sono sempre chiesta il perchè di questa scelta
😊👍❤️