Danni collaterali
Gli occhi gli bruciavano, ormai erano quasi trentasei ore senza sonno. Si passò la mano sul mento e sentì la barba ruvida che graffiava. Aveva mandato i ragazzi nella loro tenda, non senza un bel fiasco di vino rosso, se l’erano meritato. Lui era rimasto ad attendere.
Il telo mimetico che faceva da porta si alzò e una faccia apparve. Un viso giovane, glabro, da attendente.
«Venga Tenente, il comandante la aspetta».
Marco entrò nell’ampia tenda. Era fiocamente illuminata. Il colonnello era seduto a un’improvvisata scrivania ricavata da casse di munizioni. Indossava solo la maglietta verde oliva e sembrava essersi appena svegliato.
«Tutti rientrati Tenente?»
«Comandi signor Colonnello, sì tutti dentro. Li ho già mandati a dormire».
«Molto bene. Ho bisogno delle informazioni alla svelta, dalla Divisione stanno premendo» disse il comandante guardandolo negli occhi, «mi dica le cose essenziali e poi la lascio redigere il rapporto dettagliato».
Le cose essenziali, e quali erano le cose essenziali?
«Comandi, hanno spostato le trincee a nord di un centinaio di metri. Non ne posso essere sicuro ma ha l’aria di un campo minato».
«Sì, probabile. Altro?»
«Una cosa, adesso le trincee sono vicinissime a un villaggio. Poche anime mi sembra».
Il colonnello lo fissò per un lungo momento.
«Va bene Tenente, questo magari non mettiamolo nel rapporto. Vada pure a scriverlo, e poi si riposi anche lei».
Marco fece un passo indietro e salutò militarmente. La mano salì esitante alla fronte.
Tornò alla sua baracca. Appoggiò l’elmetto a terra e appese il fucile sulla rastrelliera sopra la sua branda. Per fortuna le casse di munizioni vuote abbondavano e aveva anche lui un piccolo tavolo. Gli girava la testa, non sapeva se era la stanchezza, i pensieri o la fame. Forse un po’ di tutte e tre.
Tolse la giacca e si sedette. Prese un foglio dalla risma di carta che teneva accanto allo zaino. La penna era vecchia e secca, la inumidì sulla lingua e fissò il foglio bianco davanti a sé.
Per un attimo pensò di scrivere a Vittoria. Quant’era che non la vedeva? Da ieri sera. In mezzo a quei cespugli, mentre con il binocolo osservava le case di quel villaggio senza nome, per un attimo l’aveva vista. A una finestra, la stanza illuminata. Una cascata di capelli biondi, come la sua Vittoria. Anche adesso se chiudeva gli occhi credeva di sentirne il profumo.
Li riaprì e si ritrovò il foglio bianco. Immobile e minaccioso. Sentiva un gusto spiacevole in bocca, una nota stonata che continuava a stridere.
Iniziò a scrivere. Orario di partenza, i componenti della pattuglia, itinerario. Come gli avevano insegnato. Prese la giacca della mimetica e dal taschino tirò fuori un foglietto sgualcito e mezzo strappato. Lo distese sul ripiano dell’improbabile scrittoio e ricopiò le coordinate che si era appuntato al buio. Speriamo siano corrette. Pensò per un attimo che quelle lettere e numeri senza significato sarebbero stati presto trasformati in bersagli dagli artiglieri. Non era il suo mestiere ma lo sapeva fare anche lui. Alla Scuola Ufficiali gliel’avevano insegnato.
Passò alla parte descrittiva. Le trincee, lunghe e strette. Come le facevano i crucchi. Le avevano spostate durante l’inverno, chissà che lavoraccio. Chiuse gli occhi e con le dita si massaggiò le tempie, tentava di ricordare la disposizione. Ma qualcosa glielo impediva. Cercava di visualizzare nella mente la grande area scoperta. Lì c’erano sicuramente mine. Non poteva giurarlo ma nonostante il buio aveva visto i mucchietti di terra smossa tipici della semina degli ordigni. Anche l’artificiere gliel’aveva confermato. Però, più si sforzava di ricordare i punti esatti, più vedeva quella finestra illuminata e i capelli biondi dentro quella che sembrava essere una cucina.
Descrisse alla meno peggio l’andamento del probabile campo minato. Disegnò anche una sorta di mappa. Non era il suo forte il disegno.
Arrivò infine al villaggio. Questo magari non mettiamolo nel rapporto. Si fermò. Scrisse un paio di parole. Poi le cancellò. Aveva le coordinate del villaggio, le aveva prese con cura. Troppo vicino alle trincee.
Posò la penna e si guardò le mani. Tremavano leggermente. Era un ordine.
Tornò qualche riga più in alto, controllò le coordinate delle trincee, aggiunse dei dettagli sul terreno, sulla vegetazione. Il rapporto di pattuglia dev’essere dettagliato, gliel’avevano sempre detto. Da quello potevano dipendere vite umane. Appunto.
Si trovò ancora di fronte al villaggio. Saltò il paragrafo. Andò sotto e iniziò a scrivere le conclusioni. Aveva lasciato uno spazio. Ci penserò dopo.
Arrivò in fondo. Scrisse il suo grado, nome e cognome. Era completo, esaustivo. O no?
Piegò il foglio, lo mise in una piccola busta e lasciò tutto sul tavolino. Si alzò e uscì all’aperto. Il cielo stava lentamente diventando rosa e le ombre grigie intorno a lui iniziavano a prendere forma. La temperatura era salita, la primavera stava avanzando. E con lei la guerra.
Marco tornò nella baracca. Si sedette sulla branda e tolse gli anfibi che aveva addosso da un’eternità. Scosse la testa e con un sospirò si sedette nuovamente al tavolino. Prese la busta e estrasse il foglio. Lo spiegò davanti a sé. Individuò lo spazio che aveva lasciato nelle righe del rapporto. Chiuse gli occhi e gli apparvero ancora quei capelli biondi. Prese la penna e iniziò a riempire lo spazio.
Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
La perfezione dei tuoi racconti è impressionante! Stiamo con loro nel campo. Bravo 👏
@evadaniello Grazie Eva, troppo buona 🙏
Bel racconto e bello anche lo stile: in bianco e nero, per usare il linguaggio del cinema. Il tormento interiore del tenente Marco -di cui opportunamente non ci dai lo scioglimento- è terribile e sarebbe troppo facile cavarsela con un pacifismo di circostanza o con giudizi affrettati. Gli “uomini contro” hanno attraversato un inferno fisico e morale di cui credo Lussu ci abbia lasciato una delle testimonianze più sconcertanti.
@kushenka Grazie delle belle parole 🙏
Bene, mi è piaciuto!
@kenjialbani Grazie 🙏