Definiscimi!

«Ah sì, poi ieri parlavo con Fatima… le ho raccontato di te e sì, ecco, mi ha detto che secondo lei devo smetterla, dobbiamo smetterla, ma più io che te, ovviamente… dice che, facendo queste cose, insomma dice che risveglio la parte lesbica che è in te.»

Lo chalet profumava di legno, primavera e incenso. E bile. Ma la contrazione allo stomaco di Anna fu rapida a passare perché, di sicuro, lei non aveva nessuna parte lesbica in sé.

«Che cagata.» rispose spostando un po’ di polvere dal bancone della cucina «Ma glielo hai detto a Fatima che mi stai insegnando queste cose proprio per saperci fare meglio con i ragazzi?» che poi, pensò, perché è andata a raccontare a Fatima i fatti nostri? Lesbica, ma figurati! Le lesbiche sono una cosa disgustosa, riprovevole, una cosa da fare schifo, quello che facciamo noi non è nulla di schifoso, anzi, è la cosa più bella del mondo. «Io dico ’fanculo a Fatima, non farti intortare da lei che è tutta religione e gelosia. Attraverso la sua fissa per le preghiere trova peccato in tutto quello che facciamo.»

Manu la osservava, cercava risposte nei gesti impacciati della sua allieva, amica. «Sei sicura? Voglio dire, sì insomma, sono la tua prof, forse hai, come dire, hai delle fantasie di cui non ti rendi conto. Capita sai, non sarebbe sbagliato, ma di sicuro non sarebbe nemmeno giusto.» fece una pausa e poi aggiunse: «Voglio dire, non sarebbe giusto che fossi io a farti venire in mente certe cose, a risvegliare qualcosa di dormiente. Sarebbe il contrario di quello che cerco di fare. Capisci cosa intendo?»

Il sangue infuocò le guance di Anna e la cosa le diede fastidio, la fece sentire in pericolo, insicura. «Non ho idea di cosa stai dicendo» si accorse di essere improvvisamente sull’orlo della balbuzie, del panico. «Che cavolo, io non ho parti lesbiche, lo saprei, non credi? Voglio dire, vorrei sapere perché tutti pensano che faccio le cose lesbiche.» cercava una via d’uscita, parole furbe, adulte «È stata tua l’idea di mostrarmi come si bacia con la lingua, come accarezzare il palato e… quelle cose lì e…»

«Ehi» Manu le mise una mano sul braccio «lo so, tranquilla, non hai fatto nulla di male. È solo che… non so, quello che ha detto mi ha fatto pensare, ti voglio bene, ma non voglio fare qualcosa che ti faccia soffrire. Proprio perché ti voglio bene!»

«Sono questi discorsi del cavolo che mi fanno soffrire, non li capisco, non hanno nessun senso.»

«Tranquilla» sempre dolce il tono di Manuela, la mano ancora a tenere Anna «mi dici che non è così, basta, mettiamo via il discorso e non ne parliamo più, bon?» L’accento veneto mise in grassetto l’ultima parola: bene; o forse furono i suoi dolcissimi occhi nocciola a farlo, Anna non ne era sicura. Ma fintanto che Manu sorrideva andava tutto bene. Tutto era al posto giusto. E, come detto, ’fanculo a Fatima.

Ma era dificile mandare al diavolo parole tanto pesanti e una volta tornata nella sua stanza, passato il controllo luci spente, e atteso che la compagna di stanza iniziasse a respirare in modo profondo e regolare – ci metteva meno di un minuto – diede libero sfogo alla paranoia.

Si chiese perché fosse perseguitata da persone che la accusavano di fare cose lesbiche. Prima i suoi vicini di casa, quando a cinque anni avevano vietato alle figlie di frequentarla perché, dicevano, faceva cose lesbiche con loro. Così almeno le aveva detto sua madre chiedendole se fosse vero. «Non lo so» aveva risposto Anna, «cosa sono le cose lesbiche?» Sua madre non aveva risposto e Anna aveva dovuto aspettare altri cinque anni per conoscere la risposta. Lo scoprì quando suo padre dette in escandescenza vedendola massaggiare le spalle di una vicina, una ragazza della sua età con cui stava stringendo amicizia. L’amica le aveva detto di avere mal di testa.

«Mi fai schifo!» le aveva urlato addosso quella sera il padre «Non posso credere che sei mia figlia, che disonore, che vergogna!» Poi altre urla e altri pianti ma il succo della situazione fu che suo padre non le parlò per mesi, e sua madre le spiegò, finalmente, cosa significava essere lesbica, il disgusto che comportava, il peccato, e, soprattutto, la vergogna che veniva con tale devianza. Anna era sicura di non averla, quella devianza. Non aveva mai provato disgusto. E non si era mai vergognata dei suoi gesti, ne era certa. Lo disse a sua madre.

«Allora cosa è successo, anni fa, con Monica e Sara? Cosa avete fatto che ha preoccupato tanto la loro mamma?» Anna non lo sapeva, ma quella sera le tornò in mente il ricordo di quando, in tenda, si erano tolti tutti le mutandine per vedere l’uno il sesso dell’altra. Una curiosità. Ma scartò l’idea che fosse quella la ragione perché c’erano anche due ragazzi e sua madre aveva detto che essere lesbiche significava fare schifezze immonde e disgustose con altre ragazze. Le venne anche da chiedersi perché una ragazza dovrebbe avere voglia di fare cose disgustose con un’altra ragazza. Se creano disgusto, voglio dire, perché farle?

Ma lei aveva le idee chiare, era una ragazza, e alle ragazze piacevano i ragazzi. Quello che non capiva, dei ragazzi, era come volevano essere toccati, o come farsi piacere i loro baci e i loro tocchi. Ne aveva baciati parecchi nell’ultimo anno e mezzo, e, appena le infilavano la lingua in bocca le venivano i conati di vomito. Per questo Manu si era offerta di insegnarle, mostrarle, e sì, lo sapeva che un’insegnante non dovrebbe fare amicizia con un’allieva, ma erano le uniche, in tutto il collegio, a parlare italiano. E poi Manu aveva solo otto anni più di lei, come sua sorella. E passare il tempo libero a studiare nel suo piccolo chalet, fingendo di essere andata a Zurigo da sua sorella, era la cosa più bella che le fosse mai capitata: niente serate in cui dire di no ai ragazzi che insistevano, niente spiegazioni da dare, nessuno che cercava di rimorchiarti se andavi a leggere in un bar, o in riva al lago. Solo lei, i suoi libri, e i Queen che Manu le aveva appena fatto conoscere. E Manu che faceva le faccende di casa, cucinava, e poi si metteva a leggere sul balcone, di fianco a lei.

La gente vuole sempre rovinare le cose più belle, son tutti gelosi della felicità altrui, ecco cos’è, Fatima è gelosa perché Manu passa più tempo con me che con lei. Non c’entra nulla l’essere lesbica, è solo gelosia.

Riprese il ricordo di qualche giorno prima, quando, stese sul letto, Manu le aveva mostrato come accarezzare un capezzolo. Aveva appoggiato la punta delle sue dita a un centimetro dall’aureola e le aveva mosse lentamente, in circolo, e le aveva detto «Ecco, così, un tocco leggero e lento. Devi sentire, conoscere la pelle, l’anima che la abita attraverso le sue porte più sensibili.» E Anna l’aveva capito, sentito nel ventre, e non voleva smettere. Manu era un’insegnante incredibile, non aveva mai provato nulla di simile a toccare i capezzoli di un ragazzo.

Poi, Manu le aveva chiesto se volesse provare un bacio con la lingua, vedere se riusciva a provare qualcosa di diverso, e Anna aveva risposto di sì, in quel momento avrebbe baciato anche uno scarafaggio se Manu gliel’avesse chiesto. Allora Manu l’avvicinò, la tirò sopra di lei e aprì un poco la bocca, una fessura, poi disse: «Baciami.» E Anna la baciò, e Manu, svelta ma leggera, le mise la lingua in bocca. Anna, troppo a corto di respiro per stupirsi, non provò repulsione, tutt’altro, aprì la sua bocca senza nemmeno rendersene conto e permise alla lingua della sua insegnante di entrare. Questa le accarezzò i denti, poi le cercò la lingua e accarezzò anche quella e poi, cambiando leggermente la posizione della testa, le sfiorò il palato e ad Anna sfuggì un gemito.

«Funziona, così?» Manu usò la domanda per staccarsi dalla bocca di Anna. Ardeva, ma si disse che era solo didattica, amicizia. Aiutava un’amica. Tutto lì. Anna era sola, e spesso miserabilmente nascosta in sé stessa, lei la stava solo aiutando ad andare nel mondo con più confidenza. Più pratica.

Anna deglutì e fece un respiro. Ritrovò la parola dopo essersi schiarita la voce un paio di volte e rispose che sì, così era tutto diverso, le disse, e perché i ragazzi non sanno baciare così? Posso portarti il mio prossimo ragazzo così gli insegni? La risata abbassò la temperatura.

No, pensò rigirandosi nel letto, non poteva esserci nulla di lesbico in quello che stavano facendo, era troppo bello, pulito e giusto per essere quella cosa disgustosa di cui le aveva detto sua madre. Gli adulti sono proprio tutti scemi.

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Discussioni

  1. Ciao Simona, sono arrivato solo oggi alla lettura di questo racconto e trovo che sia, al di là delle tue indubbie capacità tecniche, un lavoro di un’intelligenza fuori dal comune, che, mentre lo leggo, lì per lì mi confonde, in quanto per arrivare nel punto in cui ti trovi tu devo sempre fare quel’ulteriore passo, che una volta compiuto non fa che confermarmi che tu sei già e di nuovo un passo più avanti.

  2. Mi è piaciuto molto questo racconto, e non sono d’accordo con chi dice che servirebbero più dettagli circa l’ambientazione ed il contesto. Purtroppo l’omofobia, sia interiorizzata che non, esiste ancora oggi, anche nei paesi più progressisti.
    Per fortuna l’attrazione è così forte da andare oltre a questa e portare queste ragazze a baciarsi, ancora e ancora. Non una cosa che gli insegneranno certo i genitori, ma che impareranno lo stesso.

  3. Attraverso questo racconto cerchi di far passare un concetto che io condivido in pieno, ma permettimi di dire che in una società dove qualcuno la pensa come il padre di questa ragazza, qualcuno tollera e qualcun altro difende le diversità è un concetto difficile da far passare in automatico; ci vorrebbe quanto meno un bel dibattito in coda al testo. Io cerco di spiegare a chi mi sta vicino che Cassius Clay non era negro, che Einstein non era ebreo, che Freddy Mercury non era gay… tu vai ancora oltre e, spersonalizzando, ci dici che una lesbica non è lesbica. La strada è parecchio, ma parecchio in salita, non credi?
    Per me nei contenuti è un ottimo lavoro.

  4. L’argomento potrebbe essere interessante ma la gestione confusa del punto di vista rende poco scorrevole la comprensione.Se smettessi i panni del narratore e ci facessi solo vivere la scena attraverso Anna,con descrizioni vivide di azioni e dettagli concreti invece di dirci si sente così o pensa questo, credo che potrebbe essere molto coinvolgente 😊 Ho fatto una piccola analisi”da editor”del tuo testo,come esercizio nell’ambito della mia formazione personale,spero non offendere e fornire anzi qualche spunto utile,con umiltà e spirito costruttivo,ad maiora!Se ti interessa un’analisi più approfondita( in maniera disinteressata ovviamente) scrivimi in pvt,tanto x me,come detto,é un esercizio!🙏🙏🙏

  5. Testo godibile! Però mi chiedo quanti anni ha Anna, dove ha vissuto, non legge, non s’informa.? Le due protagoniste sembrano lesbiche velate degli anni sessanta.

  6. Basterebbe il titolo per “non definire” questo delicato e bellissimo racconto. Alla protagonista vengono messe addosso etichette e maschere sociali fin da piccolissima, e finisce con il convincersi di essere quello che gli altri pensano di lei. Hai reso molto bene le sensazioni di panico e di confusione, come se aleggiassero in quella stanza. Si sente la difficoltà di entrambe. A mio parere nessuna delle due sa ancora cosa vuole o comunque come muoversi per ottenerlo. I dialoghi sono magistrali. Il tema è affrontato in modo tale da spingere a pensare e riflettere, a porsi mille domande. Spiace sapere che ancora c’è bisogno di soffermarsi su questioni che questioni non dovrebbero più essere. È bene però che se ne parli, perlomeno fino a quando ogni forma di pregiudizio non venga accantonata.

    1. Grazie Cristiana, vorrei dire che sono felice del tuo commento ma le circostanze lo rendono dolce-amaro. Come scrittrice mi fa piacere, per l’argomento concordo e mi dispiace che serva ancora parlarne per incrementare consapevolezza.