Demone

Demone

Serie: Not a Hero

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Le gambe di Machi iniziarono a tremare come se un terremoto invisibile la stesse smuovendo dall’interno provocandole dei turbamenti a lei sconosciuti ma che somigliavano molto alla paura, tutta quella vita nel mondo esterno le stava facendo provare cose di cui non conosceva nemmeno il nome ma che scatenavano in lei una perdita di controllo difficile da fermare. La mano destra ancora puntata contro Elyn si trasformò in un’arma scoccata senza ne pietà ne volontà, e di colpo la giovane donna dai capelli rosso fuoco fu scaraventata, a mezz’aria, contro l’enorme colonna di cemento dalla quale era saltata fuori.

“Lasciami!”

La sconosciuta iniziò ad urlare con una voce gracchiante, acida e allo stesso tempo fredda e robotica mentre i suoi occhi fissavano il pavimento e il suo corpo tentava di liberarsi da una presa invisibile, Machi però aveva gli occhi inchiodati ancora sul nome di suo padre come se ci fosse un qualcosa di magnetico in quelle parole, ma forse era solo un odio indecifrabile quello che provava, tanto potente da far risvegliare in lei quei bagliori blu e rossi che ora le contornavano le pupille.

Di nuovo da ragazzina indifesa, stupida e debole si era trasformata in quella che suo padre, Peter, definiva demone, mostro.

“Lasciami!!!”

Questa volta Elyn urlò con tutte le sue forze prima di sparire con un tonfo all’interno della colonna di cemento contro la quale era imprigionata, il rumore fu talmente sordo da far destare la demoniaca ragazzina che di scatto si voltò contro il punto d’impatto senza notare assolutamente nulla, lo sgomento durò giusto il tempo di un battito di ciglia perché qualcosa le cadde addosso afferrandola, buttandola con la schiena contro il pavimento.

La rossa era lì, a cavalcioni sopra di lei, con una mano la teneva ferma mentre l’altra era serrata in un pugno pronto a scagliare contro il viso di colei che aveva imprigionato.

“Sei stupida secondo me, una stupida ed inutile bambina.”

Chiuse gli occhi attendendo solo lo schioccare del pugno sul suo viso, non sarebbe stata la prima volta e probabilmente nemmeno l’ultima, ma quel colpo non arrivò anche se rimase ad attenderlo alcuni secondi stringendo le palpebre e preparandosi al dolore, ad assorbirlo, ad assaporarlo ma nulla accade e tutto rimase sospeso a mezz’aria.

Machi riaprì gli occhi e la prima cosa che vide fu il lungo cappotto dell’uomo che l’aveva rapita, ne distinse piano piano i contorni, il viso, i lineamenti e ne osservò gli occhi privi di quegli strani occhiali.

Non faceva poi così paura.

“Scusale, Elyn è irascibile e a volte violenta, è stato un mio errore darle il compito di spiegarti tutto, di farti sentire a casa ma non credo che ne sia in grado.”

L’ uomo squadrò la rossa dall’alto in basso mentre le due ragazze si rialzavano da quella zuffa infantile e Machi provò uno strano senso di vertigine mista a nausea, come se ogni cosa dentro di lei si fosse distorta. Si premette le mani sullo stomaco nel tentativo di tenerlo fermo, nel tentativo di non vomitare.

“Elyn che hai fatto?” l’ ammonì il ragazzo con fare interrogativo ma la giovane alzò semplicemente le mani in segno di resa, era solito farlo spesso quando per dispetto si divertiva a deformare la realtà intorno a lei, era una sorta di autoconservazione o delirio di onnipotenza.

“Machi, andiamo..”

***

Incredibilmente incostante fu il sentore acre delle lame che puntavano al cuore

Relativamente puro fu l’ odore del sangue sotto le unghie

Stranamente nefasto fu la percezione della vita che non se ne andò più

“Chi sei?”

Peter udì quelle parole quando oramai sua figlia era abbastanza grande da distinguere il bene dal male, il giusto dallo sbagliato e il dolore dall’amore, era estremamente certo che quello che stava facendo era giusto seppur non conforme alle doti di un vero padre ma, in fondo, quale era il problema? Quell’inutile esserino dai capelli color cenere era solo una semplice cavia geneticamente uguale a lui, quale poteva essere il problema?

La soluzione sarebbe stata di sicuro una vita agiata all’insegna di qualcosa di più grande, più vero.

“Tuo padre biologico, hai i miei geni, ma non sei mia figlia. E’ un concetto buffo non credi? Quello di padre e figlia… in fondo non proviamo niente l’ uno per l’ altro!”

Machi aveva sei anni e un’immagine impressa di suo Padre talmente precisa che non si cancellò mai, come un tatuaggio scolpito sulle pieghe di un cuore malato ed infranto. Sepolto da mille sbagli.

 

 

 

Nota:

La prossima volta, finalmente, ci saranno tutte le spiegazioni del caso. Promesso!

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