Deserto di ferite

Discutiamo.

Ogni giorno le persone discutono. 

Non ti senti mai pienamente soddisfatto alla fine di una discussione. L’hai dominata? L’hai subita?

Non importa. Un minuto dopo, un’ora dopo, un giorno dopo, ti verrà sicuramente in mente quella frase, quel ragionamento, quella parola che avresti potuto dire. Che avresti dovuto dire. Che non hai detto.

Pazienza. Te lo ricorderai per la volta successiva. 

E invece no.

Quando devi spiegarti, far valere la tua opinione, nella testa hai un’esplosione di pensieri, talmente spettacolare che pare un mondo fantastico, con il cielo cangiante dal viola all’azzurro all’arancio e il prato di un verde così lucente che sembra finto. La miccia della bomba è adagiata vicino alle tue orecchie, senti la frase del tuo interlocutore, la scintilla, e nella testa tutto esplode, in una frazione di secondo.

Nella frazione successiva, quella nella quale dovresti cominciare a parlare, ti accorgi che in tutto questo mondo luminoso e affascinante non c’è un ordine. Troppe cose e niente ordine. Ti sovraccarichi. Non riesci a capire da dove cominciare, o meglio, non riesci a ricordare come ha avuto origine quella bellissima esplosione, che nella frazione di secondo precedente aveva un perfetto filo logico.

Niente, è sfuggito, il discorso perfetto non riesci più a cominciarlo. Ricordi spizzichi e bocconi. Ne dici qualcuno. La discussione finisce. Però poi passa un po’ di tempo e cominci a ricordare il resto.

Ancora una volta? Avevi giurato che avresti imparato.

Ma sì. Anche stavolta.

A volte capita che la discussione non si concluda neanche. 

Sì, finite di parlare, ognuno se ne va per la propria strada, ma entrambi sapete che non si è concluso nulla.

Aprire una discussione è come creare un crepaccio, una ferita. Tu stai da un lato, l’altra persona dall’altro. 

Partite dall’inizio e cominciate a camminare, cominciate a parlare. Dietro di voi le vostre parole si scontrano, si incendiano, si dissolvono, ma poi si fondono, si intrecciano, si aggrovigliano, formano un ponticello, una rete. Questa si adagia al suolo, copre la distanza che separa i due lati del crepaccio e quando raggiungete la fine di questo e vi girate, l’apertura sul nulla si è rimarginata, come una ferita.

Se però quella che avete aperto è una di quelle discussioni destinate a non finire, a metà del vostro cammino vi allontanate via via sempre di più dal bordo del crepaccio. Le parole che avete detto fino a quel momento provano a tendersi, a stirarsi, ad allontanarsi quanto più possibile ma alla fine cedono, la rete si rompe. Non parlate più, perché ognuno ha preso la propria tangente, due direzioni completamente diverse, tanto che neanche i pensieri si raggiungono.

Il crepaccio non si chiude. La ferita rimane lì.

Abbiamo una pelle che condividiamo con ogni persona con cui interagiamo. Ogni pelle è costellata di crepacci, di ferite che si sono richiuse perfettamente, ferite mezze aperte, ferite che stanno guarendo e ferite disastrosamente aperte che non guariranno mai.

E se per caso si ritorna con il discorso a gironzolare vicino ad uno di quei crepacci? Ci giri alla larga, stai sulla terra ferma, non ti vuoi avvicinare.

A volte ti scordi dell’esistenza di uno di quelli particolarmente profondi. Stavi camminando talmente spensierato su un’ampia zona piana, sereno, ammirando l’azzurro del cielo, quando con il piede, tutto d’un tratto, non senti più il terreno. 

Ti sbilanci, stai per perdere l’equilibrio, e l’altro se ne accorge, puoi starne certo. Se ne accorge e in un secondo si ritrova anche lui nei pressi del crepaccio, dall’altro lato, e ti guarda. Aspetta di vedere come si evolverà la situazione, come un gatto che aspetta che la preda si muova. Cadrai?

Cerchi l’equilibrio, il cuore accelera, per un momento è panico. Ma spesso riesci a stabilizzarti. Dopodiché puoi allontanarti di corsa, che sarebbe la cosa più semplice da fare. 

Oppure puoi invitare l’altro a cercare di tessere una rete di parole che faccia guarire quella ferita sulla pelle che condividete. Ma questa è la scelta più difficile da compiere, perché implica uno sforzo notevole. 

E tu non ne hai voglia.

Altre volte, recuperata la stabilità, passeggi attorno al crepaccio, lo misuri a falcate, tocchi il bordo con la mano, lanci un sasso per sentire dopo quanto tempo atterrerà, ci giri intorno. 

Tutto questo senza neanche degnare di uno sguardo l’altro che è lì fermo dal lato opposto a osservarti. Perché fai così? 

Perché fai finta di avere una pelle diversa dalla sua, fai finta che sulla tua quella ferita si sia rimarginata, che non ti faccia paura, o  che non ci sia mai stata. Fai finta di essere superiore, pensi, con questo atteggiamento non curante, di distrarre l’altro, di fargli dimenticare che per un secondo hai vacillato sul bordo del crepaccio.

Per solo un secondo è vero. Ma se hai vacillato vuol dire che quel crepaccio effettivamente esiste anche per te.

Più passa il tempo più collezioniamo crepacci.

All’inizio sono piccole crepe in mezzo a ettari di prato, poi pian piano diventano sempre più fitti e si formano autostrade d’erba, piazze e strade. Poi sentieri.

In certe zone ci sono istmi di terra così sottili che devi mettere i piedi l’uno perfettamente davanti all’altro per non cadere. 

In quelle zone l’erba non c’è quasi più, i ponticelli di terra si sgretolano, i crepacci tendono ad unirsi e ti rendono praticamente impossibile raggiungere quelle zone.

E così ci stai alla larga.

Mentre passeggi su un sentiero abbastanza fiorito ti capita di buttare l’occhio su una di quelle zone deserte e desolate e ti sorge una domanda.

E quando non ci sarà più spazio? Quando le ferite saranno così tante da aver occupato tutta la pelle che condividiamo? Cosa farai? Cosa farò?

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