devo lavare delle cose

Quando mi hanno chiesto se volevo andare con loro avrei voluto dire di si, d’altronde perché mai avrei dovuto dire di no? Eppure ho cercato la prima scusa che mi venisse in mente per non andare, mi è uscita una cosa del tipo “devo lavare delle cose”. Mi hanno salutato sorridendo ma so benissimo che è tutta una parte che stanno recitando, appena girerò l’angolo non faranno che parlare di me, di quanto sia incapace, goffo, chiuso, e di cattiva compagnia in generale.

Mentre vado verso la fermata del tram continuo a ripetermi in testa quelle quattro parole “devo lavare delle cose”, non mi è davvero venuto in mente niente di meglio? Lavare cosa? Perché dovrei preferire lavare delle cose a uscire con qualcuno?

C’è una donna alla fermata di fianco a me che aspetta, mi guarda come se sapesse tutto di me, ha come minimo 25 kg in più di quanto un medico considererebbe normale e porta dei pantaloni sportivi elastici neri, “sportivi”, come se sapesse cos’è lo sport. Ha delle infradito rosa dalla suola decisamente troppo piccola, completamente soffocata dal piede su tutti i lati. Canottiera bianca, un tatuaggio tribale sulla spalla decisamente invecchiato male, un altro lungo il collo; una scritta, dice “Tyler”.

Sento il suo sguardo giudicante addosso e trattengo a fatica il disgusto, cerco di guardarla con la coda dell’occhio senza farmi mai notare, ho l’impressione che mi stia studiando e che da un momento all’altro mi rivolgerà la parola, senz’altro per insultarmi e umiliarmi davanti ai pochi passanti. Arriva il tram. Lascio entrare prima la signora, non per cortesia ma per vedere dova va a sedersi e poter quindi andare dall’altra parte, senza rischiare di trovarmela ancora vicina.

Non trovo un posto, devo stare in piedi, o meglio, dei posti ci sarebbero ma solo direttamente vicino a qualcuno, e non mi va di sedermi accanto ad uno sconosciuto.

La signora non si fa questi problemi e si siede di fianco ad un anziano nonostante il posto sia estremamente stretto per le sue misure, praticamente è seduta in braccio al povero signore.

Fa caldo, sento una goccia di sudore freddo scendermi lungo le costole, la signora mi guarda e l’ha senz’altro notato, deforma il suo volto in un’espressione di puro disgusto.

Scendo alla mia fermata e cammino per un tratto accanto al tram che intanto riparte, la signora non poteva di certo farsi sfuggire quest’ultima occasione di giudicarmi con gli occhi, attraverso il finestrino. Attraverso la strada con il semaforo verde, ma ho come l’impressione che gli automobilisti fermi mi stiano maledicendo per il tempo che gli sto facendo perdere, in effetti avranno di sicuro degli impegni più importanti dei miei, che devo solo “lavare delle cose”. Passando per il parco non riesco a smettere di guardare la coppia seduta su un telo disteso sul prato a mangiare, probabilmente lo che chiamano “picnic”, passano tuttavia gran parte del tempo a scacciare le vespe e le formiche, lui è visibilmente scomodo seduto per terra con quei pantaloni stretti e lei continua a tirare indietro le spalle e drizzare la schiena, lamentandosi implicitamente del fatto che quella posizione la porti a stare storta. Non riesco a capire quale insulsa pubblicità abbiano visto per farsi convincere ad andare a mangiare su un prato.

Arrivo al palazzo e non posso nemmeno tirare subito fuori le chiavi e infilarle nella toppa poiché c’è il postino davanti alla porta che come sempre non capisce dove trovare le buchette e i nomi, sono fermo dietro di lui e lo fisso, sperando che risolva in fretta e si levi dai piedi, invece mi vede dal riflesso del vetro del portone e si gira gira già in procinto di camminare verso di me, con in mano tre buste da consegnare, mi mostra i nomi e poi mi guarda perplesso, non si degna nemmeno di chiedermi aiuto, pensa che gli sia dovuto, mi catapulta direttamente nel suo lavoro costringendomi a dargli una mano, gli faccio notare che c’è un altro portone con altri nomi salendo le scale dietro l’angolo, non solo non mi ringrazia, ma appena vede la soluzione al suo problema pare cambiare atteggiamento e si disinteressa completamente a me, raccoglie la sua sporca borsa e sale le scale, lo saluto cordialmente e non mi risponde. Entrando finalmente nel palazzo mi maledico per essere stato così gentile con quell’uomo, il punto è che mi sono reso conto solo dopo di quanto sia stato sgarbato, o forse me ne ero accorto anche prima ma non sono riuscito a reagire propriamente, perché sono sempre così passivo? È come se entrassi in modalità pilota automatico quando ho a che fare con le persone per rendermi conto di quanto avvenuto poi quando sono solo, per puntualmente ritrovarmi a rimpiangere di non aver invece detto questo o essermi comportato in questo modo.

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Discussioni

  1. La tua scrittura mi ha ricordato molto quella di Chuck Pahalaniuk e Bret Easton Ellis, tra i miei autori preferiti. Ottima la tecnica e l’orbitare intorno alla nevrosi del personaggio, che mi ha ricordato Edward Northon in “Fight Club”. Fico. Da oggi ti seguo.