Di principi e Fabbri 

C’era una volta, tanto tempo fa, in un paese lontano, un principe infelice. Era un ragazzo bello e valoroso ma non riusciva a trovare l’amore, perché era nato senza un cuore e custodiva questo segreto gelosamente. Molte pretendenti si erano presentate a corte per cercare di conquistarlo: ricche regine, graziose principesse e semplici contadine. Purtroppo, nessuna vi era riuscita. Un giorno, tuttavia, al castello si presentò una bellissima ragazza, dai lunghi capelli biondi e gli occhi azzurri. Aveva una ricca veste azzurra come il cielo e un mantello blu come la notte. Chiese di vedere il principe e di trascorrere con lui un’intera giornata, per farlo innamorare. La ragazza in realtà era una potente fata e sapeva che il principe non sarebbe riuscito a resistere ai suoi incantesimi. Così i due trascorsero insieme una splendida giornata, ma il principe appariva sempre distaccato e malinconico. Ben presto la fata si rese conto che tutti i suoi incantesimi erano inutili e decise di scoprire perché. Quando si rese conto che non funzionavano, perché non avendo un cuore a cui aggrapparsi, scivolavano sempre via dal principe, si sentì presa in giro e rifiutata e si infuriò moltissimo. “Per avermi mentito, io ora ti condanno. Evocherò un antichissimo drago che distrugga le tue terre e uccida i tuoi sudditi. E tu, oltre che ad essere un principe senza cuore, sarai anche senza regno.” E sparì in una densa nuvola di fumo.

Il giorno dopo, un’ombra scura calò sul reame. Dalla coltre di nubi, apparve un immenso drago nero, con grandi ali e una lunga coda piena di spine. Aveva gli occhi rossi, il muso feroce e grandi zanne appuntite. E dalla bocca sputava un vermiglio fuoco incandescente. Volava di città in città, distruggendo tutto, uccidendo chiunque incontrasse sul suo cammino e saccheggiando tutti i tesori preziosi che trovava. Il drago costruì la sua tana su una collina non lontana dal castello e da lì continuò a diffondere il suo regno di terrore.

Il principe, rispondendo alla chiamata d’aiuto del popolo, decise di affrontare il drago, per tentare di ucciderlo. Quando la notizia si sparse per il regno, un uomo arrivò alla corte. Era un giovane ragazzo, figlio di un famoso fabbro. Si diceva che suo padre potesse creare meraviglie e che suo figlio fosse ancora più bravo. “Mio principe, non puoi andare vicino alla tana del drago! Il mostro ha trasformato la terra in un inferno di fuoco e fiamme, con pozze di lava e geyser di zolfo che si alzavano dal terreno. Nessuno si potrebbe avvicinare. Eppure, ecco, metto a tua disposizione l’arte di mio padre. Forgerò per te un’armatura speciale, fatta di mercurio magico, un metallo molto raro. Con questa potrai camminare tra le fiamme e anche il potente alito del drago non potrà ferirti.”

Il secondo giorno, il principe con la sua nuova armatura, si avvicinò alla tana del drago. Il paesaggio era proprio come gli era stato descritto, simile all’inferno in terra. L’armatura tuttavia fu all’altezza della situazione e lo protesse dal caldo e dalle fiamme. Il drago, però, che era vecchio e astuto, aveva visto il principe arrivare da lontano ed era volato via, volendosi prendere gioco di lui. Il principe, sconsolato, tornò al castello, perdente ancora una volta. Arrivato al castello raccontò la storia al giovane fabbro e gli chiese cosa si potesse fare. “Non disperate, mio buon principe, non tutto è perduto. Mio padre mi ha lasciato in eredità un diamante magico, che ha avuto da una fata buona. Può rendere chi lo possiede invisibile. Lo incastonerò in un elmo, forgiato apposta per te. Ti potrai avvicinare al drago senza essere visto e così lo ucciderai.” Grato, il principe non poté far altro che sorridere al ragazzo.

Il terzo giorno, con l’elmo lucente, non visto dal drago, il principe finalmente riuscì ad avvicinarsi. Vide da vicino il muso del drago, addormentato sopra una pila d’oro e di gioielli, vide il ventre gonfio di fuoco e le ali membranose ripiegate lungo il corpo, vide la lunga cosa spinata. Infine, vide le squame nere come la notte e grandi come scudi e la pelle dura come il granito. La sua spada non avrebbe potuto ferirlo e nessun’altra arma di sua conoscenza. Sconfitto ancora una volta, tornò al castello. Vedendolo in lacrime, disperato, il fabbro ebbe compassione e si fece raccontare cosa fosse successo. “Non ti preoccupare, mio bel principe, non tutto è perduto. Molti anni fa forgiai un’arma per uno stregone di una terra lontana. Lui la incantò con un incantesimo potente, per renderla la più affilata del mondo, così da poter tagliare ogni cosa. Dopo che la ebbe usata, tuttavia, me la regalò, perché aveva riportato la pace nel suo regno e non ne aveva più bisogno. Ora la dono a te, perché tu possa fare la stessa cosa.” Il principe, grato oltre ogni dire, sorrise ancora una volta.

Il giorno successivo, infine, il principe era pronto ad uccidere il drago. Con la sua armatura scintillante oltrepassò l’inferno intorno alla tana del drago. Con il suo prezioso elmo, sgattaiolò invisibile fino al fianco del drago dormiente. Infine, quando l’occasione fu propizia, piantò la sua spada affilata nel cuore del drago, uccidendolo. Con un grido straziante, che scosse tutto il reame, il drago morì e diventò polvere. Trionfante, tornò al castello. Vittorioso. Abbracciò a lungo il giovane fabbro che lo aveva salvato e insieme diedero il via ai festeggiamenti. Essi purtroppo durarono poco. Con un lampo di luce, al centro della grande sala dei banchetti, proprio davanti al principe, comparve una vecchia donna vestita di nero, tranne per dei guanti rossi. Aveva in mano una lunga falce dalla lama curva. “Io sono la Morte, principe stolto. Nessuno era mai sopravvissuto a mio figlio, il grande drago nero. Sono qui per reclamare la tua vita che mi appartiene di diritto!”. Prima che potesse trascinare il principe senza cuore nell’aldilà, però, la voce del fabbro risuonò per tutta la sala. “Fermati Morte!” Incredula, per la prima volta nella storia, Morte guardò il ragazzo che la aveva fermata. “Non ti preoccupare, mio amato principe, non tutto è perduto. Ti dono la metà del mio cuore che già ti appartiene. Consideralo l’ultimo mio dono, sperando che ti porti felicità.” E con un bacio gli donò metà del suo cuore. La morte, non potendo reclamare un cuore innocente e così pieno di amore, anche solo metà, svanì. E tutti vissero felici e contenti. 

Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in LibriCK

Commenti

  1. Isabella Bignozzi

    Che dolcezza e ingenuità nel tuo racconto. Grazie, a volte c’è bisogno di qualcuno che racconti fiabe. Il tuo racconto si presta sicuramente a più letture ma termina con un umile e autoironico “e tutti vissero felici e contenti” come a schernirti dal desiderare altro che non sia il sorriso di un bambino 🙂