Dietro il binocolo

Sbuffò mentre si allontanava dal binocolo che aveva usato fino a quel momento. Si stropicciò con poca grazia gli occhi e si lasciò cadere pesantemente su una vecchia poltrona che gli inquilini precedenti avevano dimenticato in soffitta. Aveva un compito e si era preparato a lungo per portarlo a termine in maniera impeccabile; era arrivato perfino a studiare la piantina della casa così da scegliere quella palazzina ormai abbandonata come luogo perfetto per spiarli. Eppure quei due ancora non si decidevano.

Monica Isardi e Benedetto Fatti; lei architetto, lui ingegnere di una nota concessionaria. Lei trentadue anni, lui trentasei. Lei non aveva mai avuto una storia seria prima di Benedetto, lui un divorzio alle spalle. Aveva spulciato velocemente anche la cartella della sua ex e, se fosse stato tutto vero quello che c’era scritto, lasciarla era stata la mossa vincente. Soprattutto se dopo aveva trovato Monica. In quei giorni di appostamento aveva imparato le loro abitudini e ciò che li rendeva felici. Lei amava in modo quasi viscerale il sushi, lui era un uomo molto pigro.

Gli stavano quasi simpatici, in fondo se il suo capo gli aveva fornito quell’incarico c’era un motivo ben preciso. Tornò a spiarli dal suo binocolo e li vide ancora stesi nel letto, abbracciati mentre ridevano di qualche sciocca battuta appena fatta. Quella mattina nessuno dei due doveva lavorare e aveva quindi pensato che fosse il giorno adatto per la sua missione. Eppure quei due si limitavano a stare distesi nel letto a parlare senza il minimo accenno a voler far altro. Si passò una mano tra i corti capelli e pensò che, certe volte, le persone proprio non le capiva. Eppure c’era stato un periodo in cui si era sentito perfettamente in sintonia con loro, in cui era persino stato felice. E poi si era ricreduto arrivando alla perfetta indifferenza. Forse era per quel suo caratteraccio che era stato scelto. Posò il binocolo sulla poltrona e aprì appena un po’ di più rispetto a prima la finestra per permettere all’aria fresca di entrare. Si appoggiò al davanzale e guardò il porcile che era riuscito a creare in pochi giorni. Ovunque l’occhio si posasse c’erano carte di panini di una nota catena di fast-food, bottiglie vuote di birre, cicche di sigarette. Era un vizio, quello del cibo, che gli era rimasto nonostante fossero trascorsi anni dall’ultima volta che avesse sentito i sapori. Per lui, ora, era tutto uguale, tutto aveva il sapore del polistirolo, ma quei gesti gli ricordavano una quotidianità che ancora stentava a svanire. Come i ricordi. Alcuni suoi colleghi gli avevano riferito che, più fossero trascorsi gli anni, e più il passato sarebbe equivalso a una specie di sogno in cui si sarebbe addirittura faticato a distinguere i contorni dei visi. Invece, lui ancora rivedeva determinate scene, situazioni che lo avevano segnato e portato a fare quella scelta.

Tornò a guardare, attraverso le lenti, le due persone. Monica ora rideva forte e si teneva il lenzuolo intorno al corpo come se provasse pudore nel mostrarsi nuda, mentre Benedetto, braccia incrociata dietro la testa, parlava. E quanto parlava. Raramente aveva visto o conosciuto un uomo con una tale parlantina, pareva che più fosse in difficoltà, più parlasse. In quei giorni, aveva resistito stoicamente al desiderio di metterlo a tacere. Perfino nel sonno parlava. E Monica, invece di zittirlo con un calcio, gli sorrideva osservandolo. Come se fosse divertente. Come se non ci fosse niente di più interessante. Come se fosse innamorata. Sbuffò ancora e si tastò il grosso e logoro giaccone che indossava alla ricerca del pacchetto delle sigarette. Nonostante non sentisse nemmeno il sapore del tabacco, quel gesto in più di una circostanza aveva avuto l’effetto di tranquillizzarlo. Trovò il pacchetto e, nell’aprirlo, notò che fosse vuoto. Con un moto di stizza lo accartocciò scaraventandolo in un angolo della stanza quasi vuota e lo seguì, quasi subito, anche lo zippo che aveva nell’altra mano nonostante la benzina al suo interno non fosse terminata.

-Che palle- sbottò pensando subito dopo che ogni parola detta sarebbe potuta essere ascoltata dal suo capo.

Ma poco se ne importava. Erano giorni che era lì senza ancora alcun risultato. Un paio di parolacce non avrebbero scandalizzato nessuno. Per lo meno, era quello che si ripeteva ogni volta che ne diceva una.

-Non hai ancora terminato?

La voce alle sue spalle lo sorprese, ma subito dopo un sorrisetto beffardo gli increspò le labbra. Si voltò notando come, impeccabilmente silenzioso come suo solito, fosse apparso un suo collega di lavoro.

-Non ho bisogno del tuo aiuto- rispose continuando a non guardarlo.

-Sei proprio sicuro?- ribatté prontamente l’altro avanzando e facendo bene attenzione a non pestare niente –Perché sei in questa topaia decisamente da troppo, Arthur. Gli altri non parlano d’altro che del tuo fallimento.

L’altro allora si voltò arricciando il naso per il modo in cui il suo collega vestisse. Decisamente troppo appariscente per i suoi gusti.

-Sei sicuro, invece- iniziò Arthur –Che le tue frecce non abbiano fatto cilecca, Valentino?

Il volto del nuovo arrivato divenne paonazzo mentre si sistemava gli occhiali sul naso. Non che ne avesse veramente bisogno, solo s’intonavano perfettamente con i suoi abiti.

-Come… come osi…- mormorò incapace di terminare la frase.

Lo vide scoppiare a ridere di gusto e afferrò quasi con rabbia il suo binocolo mentre si sporgeva.

-Beh- disse mentre osservava Monica e Benedetto –Non dovrebbe essere difficile. Come puoi vedere il mio lavoro è, come sempre, impeccabile.

Lasciò l’oggetto sul tavolino facendo bene attenzione a non toccarlo. Era sudicio e non era sicuro di voler sapere per cosa lo avesse usato Arthur. Rabbrividì cercando, come meglio poteva, di non calpestare l’innumerevole spazzatura che l’altro era riuscito a creare.

-Ed è per questo che quei due non hanno ancora fatto sesso?

La domanda così diretta fece strabuzzare gli occhi a Valentino. Solitamente, una volta scoccata la sua freccia, la coppia impiegava pochissimo prima di darsi agli atti carnali. Si girò quasi di scatto e si sporse nonostante rischiasse di essere visto.

-Ma che dici?!

-Dico- continuò Arthur –Che non hanno ancora consumato.

-E perché?

Il suo collega sollevò un sopracciglio e incrociò le braccia sul petto evitando di rispondere.

-Oh- fece Valentino sistemandosi la giacca e pulendola da una polvere invisibile –Beh, allora divertiti.

-Cosa? Ma non eri venuto qui per darmi una mano?

-Ero venuto qui per controllare che non ci fossero problemi- rispose prontamente l’altro. Indicò la finestra della casa di fronte –E a quanto pare non ce ne sono. Dovrai solo pazientare per benedirli.

-E le tue frecce?

-Perfette, guardali come sono innamorati!

-Perché allora non fanno del sano sesso?! Sono snervanti.

Valentino si strinse nelle spalle.

-Per alcune persone il sesso è un elemento secondario. Si concentrano molto di più su aspetti della loro vita quotidiana. Almeno, così mi hanno detto.

Arthur scosse il capo. Valentino non era mai stato un umano, per lui era quasi tutto un concetto astratto. Al contrario suo.

-Se non hanno rapporti, non potrò benedire il grembo di Monica per farle avere figli! È così che funziona, lo sai. Per quanto tempo dovrò restare qui?!

L’altro gli sorrise beffardamente. Quel problema non era sicuramente il suo. A lui era stato dato l’incarico di far innamorare, non di far procreare. Il loro capo gli dava una lista di nomi e lui si limitava a scoccare frecce. Arthur, invece, aveva un altro compito. Del resto, ognuno di loro aveva un ruolo diverso e non meno importante. Tuttavia, tra colleghi, spesso si divertivano a prendersi in giro e a lanciarsi frecciatine. Come era appena accaduto.

-Non lo so, dovresti chiedere a Rey di dare una girata alla sua clessidra. Ma è contro le regole- si affrettò ad aggiungere guardando l’altro severamente.

Arthur alzò le mani in segno di resa e afferrò il binocolo.

-Guarda!- esclamò –Si stanno vestendo! Ma io dico, una mattinata intera a letto insieme e niente? Davvero?

Valentino scoppiò a ridere. Un Arthur frustrato era decisamente una cosa che non si verificava tutti i giorni. Non vedeva l’ora di dirlo agli altri. Spalancò le enormi ali in un gesto così plateale da spazzare in un angolo tutti i rifiuti che erano sul pavimento. Le sbatté leggermente prima di parlare al suo collega.

-Riferirò che è solo una questione di pazienza- disse semplicemente prima di sparire.

L’altro, rimasto solo, si gettò sulla poltrona. Diede un’ulteriore e inutile occhiata alla coppia e sbuffò ancora e ancora. Li sentì parlare di cinema o di un aperitivo con gli amici al solito bar. In entrambe le situazioni sarebbe stata la loro ombra.

Sperò solo che non scegliessero una commedia italiana.

Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Ciao Federica, bella questa disquisizione sulla differenza sesso/amore. Mi trovo perfettamente d’accordo con Valentino. Rimango nella curiosità di sapere quale angelo incarni Arthur, chissà… forse avremo la possibilità di conoscerlo in un altro racconto 😉