Dietro le quinte

Serie: Agenzia Sullivan & Soci


Puoi ascoltare questa puntata su: https://www.spreaker.com/show/agenzia-sullivan-soci

https://open.spotify.com/show/0eJWzpcEV57oIRC8RwbFWP

https://podcasts.apple.com/us/podcast/agenzia-sullivan-soci/id1554884685?uo=4

L’auto sfrecciava sull’asfalto, ogni tanto schizzi d’acqua bagnavano i muri della città deserta, un poliziotto era stato così gentile da regalarmi le ultime tre sigarette rimaste nel pacchetto, avevo deciso di farne fuori una in quel momento. Sullivan guidava con gli occhi fissi sull’asfalto, nemmeno il colletto della camicia si muoveva, pareva di condividere il tragitto con una statua. Mentre i miei occhi puntavano il paesaggio urbano intorno a noi senza vederlo davvero, la mia testa cercava di rimettere insieme i pezzi del puzzle: qualcosa non tornava.

“Ricostruiamo gli ultimi istanti di Mary, ti va? Così evitiamo di farci esplodere i coglioni in questo silenzio assordante che ci circonda” dissi senza girare il cranio verso il mio collega.

“Se hai proprio voglia di ammorbarmi lo scroto con questa storia, puoi farlo. Sai come la penso” sputò dal finestrino aperto mentre rallentavamo in prossimità di un semaforo.

“La ragazza se ne torna a casa dopo lo spettacolo, come al solito, ha un mal di testa del diavolo, forse dovuto a ciò che usa per tenersi in piedi, forse dovuto ad altro. Prima di dormire decide di mandare giù un paio di pasticche per l’emicrania e pensa bene di allungarle con una bella birra frizzante, questo, visto il suo peso, la renderà meno reattiva di come sarebbe di solito. Si sveste e si corica, a quel punto, il nostro amico ammiratore scassina la porta.”

“Come diavolo è arrivato senza farsi sentire? E nessuno l’ha visto?”

“Li intorno non ci sono molti palazzi, come hai notato, e le luci dei lampioni sono in gran parte rotte, è possibile che sia riuscito ad intrufolarsi nel condominio di Liam senza essere visto. Poi sai come vanno le cose da queste parti: chi ha visto qualcosa non lo dirà mai alla polizia, nemmeno a noi.”

“Sì, è vero. Okay, ammettiamo che il ragazzo si faccia strada nel palazzo, la porta non mi pare essere molto nuova, la serratura forse si trova anche in rete.”

“Entra nell’appartamento della Garrett, forse fa cadere qualcosa e quella si sveglia, si alza ma la testa è troppo incasinata per pensare di prendere la pistola nell’armadio e difendersi come si deve. Quello l’aggredisce e la strozza con la borsetta che si trovava sul tavolo accanto a poca distanza dal letto.”

“E Liam?”

“Non abita nell’appartamento di sotto il monolocale ma in quello subito accanto alla porta, potrebbe non essersi svegliato nemmeno. Quando servivo nell’esercito nemmeno i cannoni erano in grado di interrompere il mio sonno, quindi credo che possa succedere” ricordi di turni di guardia e assalti riaffiorarono nella mia mente, li seppellii con la vanga, come meritavano.

“Dovremmo controllare l’alibi del padrone di casa, non mi convince quel grassoccio del cazzo. In ogni caso: la ricostruzione ha senso, del tutto senso. L’unico piccolo dettaglio che non mi convince è quella dannata spilla del cazzo, insomma, non ti pare troppo bello per essere vero?”

“Pensi che il pianista l’abbia presa in qualche modo e abbia deciso di depistarci in questo modo?”

“Potrebbe, lo scopriremo a breve, è sempre così vuoto questo posto del cazzo?” la testa di Frank puntava al marciapiede accanto al “Rising Star”, dall’altro lato della strada il camion degli hamburger se ne stava placido al proprio posto.

“Hanno un parcheggio sul retro, e comunque dubito che ci sia troppa folla nel primo pomeriggio. L’altra sera ha iniziato a riempirsi più o meno verso le sette” uscii dalla macchina senza nemmeno guardare la strada, avevo voglia di una seconda sigaretta ma scelsi di tenere duro.

“Forza.”

“Patrick?” domandai all’uomo intento a suonare il pianoforte, gli occhi chiusi e le mani che danzavano con dolcezza sul tappeto bianco.

“Sì, chi siete voi?” aggrottò la fronte, la musica si interruppe bruscamente.

“Detective privati, lui è Frank Sullivan e io sono Colt Davies” scostai un poco il giaccone, come qualche ora prima, era un gesto che avevo imparato a ripetere in momenti strategici, poteva portare qualche beneficio.

“Che cosa vi porta in questo umile club?” il mio collega lo osservava in cerca di indizi, quando ci si metteva era peggio di un cane da caccia.

“Vorremmo parlare di Mary Garrett, la ballerina che si esibisce tutte le sere, forse sarebbe meglio trovare un luogo più appartato della sala principale” il tono di voce di Sully si era abbassato fino a farlo sembrare una gigantesca cassa di risonanza, gli occhi ridotti ad una fessura.

“Certo: potete seguirmi nel mio camerino, se volete.”

Il ragazzo si alzò senza attendere risposta e noi ci accodammo a lui, salimmo sul palco e lo percorremmo tutto fino in fondo, poi voltammo a destra e subito a sinistra, attraversammo l’uscio coperto da una tenda rossa. La puzza di fumo era rimasta attaccata al tessuto come una cicatrice impossibile da nascondere. Un piccolo corridoio male illuminato ci accolse cupo.

“Prego” il ragazzo aveva aperto la prima porta a destra e ci faceva segno di entrare.

La stanza era molto piccola, forse due metri per due, subito a destra un divanetto permetteva di sedersi, seppur un po’ stretti, di fronte il banco per il trucco con lo specchio ben illuminato. Patrick prese posto sulla sedia foderata di pelle rossa sgualcita.

“Che cosa volete sapere di Mary?”

“Ci ha ingaggiato lei, perché qualcuno le stava spedendo lettere minatorie, almeno negli ultimi tempi” dissi secco mentre cercavo di trovare una posizione comoda.

“Beh, se adesso è passato non capisco che cosa dobbiate domandarmi” una smorfia gli deformava gli angoli della bocca, gli occhi puntavano il soffitto.

“La ragazza è stata assassinata stamattina, quindi abbiamo deciso di dare una controllata nel posto nel quale lavorava. Abbiamo trovato una lettera e un anello, crediamo siano suoi” mi sarei atteso una reazione stupita, invece gli occhi dell’uomo si velarono di lacrime.

“Sì, sono mie e, in tutta onestà, tutto avrei creduto meno che avesse conservato quelle cose. Penso sia passato almeno un anno e mezzo da quella sera.”

“Lei è stato rifiutato?”

“Sì, abbiamo conservato un buon rapporto ma non c’era nulla da fare.”

“Qualcuno le ha mai dato fastidio in questi anni?” intervenì Sullivan che non aveva smesso di tenere gli occhi incollati sull’interrogato.

“No, almeno non platealmente. Nadia, la padrona del locale, ci tiene ad avere una clientela discreta, quando qualcuno alza la testa viene sbattuto fuori.”

Serie: Agenzia Sullivan & Soci


Ti piace0 apprezzamentiPubblicato in Sci-Fi

Letture correlate

Discussioni