Dipingere l’incolore

Serie: Tempo; affreschi

Il signor Duilio ascoltava ipnotizzato, seduto sulla panchina a ridosso del lago, lo sciabordio delle onde che si rincorrevano tra di loro, che si susseguivano l’un l’altra senza soluzione di continuità, placide, ineffabili. Come eco di voci lontane, divenute ormai inintelligibili, l’impronta sonora che producevano guizzava in ogni in ogni direzione, disperdendosi, perpetrando l’inesauribile dinamismo che si era innescato eoni addietro, molto prima che anche solo esistesse il concetto stesso di suono. Fin dalla notte dei tempi l’acqua, sospinta dal bacio del vento e dal silenzio della notte, lambiva il pietrisco grigiastro, rosso, color mattone, che componeva la spiaggia; piccole sfere rotondeggianti, dischi piatti e porosi, oppure lisci, ricoperti di viscidume, oppure lucidi e piacevoli al tatto. Eterogeneità di forma, misura e materiale, che la capacità di catalogare propria dell’essere umano restituiva, semplificando e astraendo, come un concetto unico ed olistico rispondente al nome di “spiaggia”.

Il signor Duilio non era un conoscitore esperto di dottrine orientali; non era neppure un poeta, e nemmeno un visionario. La sua vita era stata, anzi, decisamente ordinaria e semplice: aveva iniziato a lavorare fin da bambino, nato e cresciuto com’era in una famiglia contadina e poverissima. Si era sposato molto giovane, trovando poi lavoro presso una piccola officina. Anche lui, come molti dei suoi coetanei, aveva sfruttato la favorevole congiuntura economica degli anni Sessanta per consolidare la sua posizione lavorativa, avere dei figli, concedersi qualche piccolo lusso: una vita soddisfacente, seppur priva di grandi pretese. Cosa poteva saperne lui, ottantenne com’era, sempliciotto di paese, di Vacuità e Nirvana? Il signor Duilio, che non aveva neppure portato a termine le scuole elementari, non si sarebbe certo sentito a proprio agio, dissertando di metafisica, di “Vacuità” e di “non-agire”. Anzi: più realisticamente non avrebbe capito; oppure: avrebbe frainteso, distorto quei concetti, perché essi sono niente di più e niente di meno che mere etichette, catene fonetiche e grafemiche che si agglutinano in un significante; configurazioni degli organi fonatori, movimenti fini di abili mani e di penne, dita che pigiano sui tasti, e che la convenzione e l’abitudine associano arbitrariamente ad un territorio di senso. Il genio umano che si sforza di circoscrivere, raggruppare, identificare e definire ciò che è come le onde, ovvero fluido, multiforme, mutevole, non perdurante e non sussistente di per sé: la vita è un sussurro disperato, soffocato dall’uragano dell’insignificante.

Il signor Duilio era del tutto digiuno di qualsiasi speculazione filosofica; ne aveva sentito parlare, di filosofia, ma quell’argomento non aveva mai catturato la sua attenzione. Sua moglie era morta un paio di anni prima, di cancro; la perdita aveva lasciato un vuoto incolmabile nel suo cuore. Dapprima il dolore era intollerabile, fortissimo, tale da impedirgli di dormire la notte e di trovare anche un singolo attimo di quiete. Col passare del tempo, il signor Duilio era riuscito a trovare una sorta di rassegnata tranquillità, che gli consentiva quantomeno di pensare a sua moglie senza scoppiare a piangere, senza sentire il cuore che cessava di battere, come straziato da spietati artigli inumani. I figli gli volevano bene, certo: eppure non erano molto presenti, e si limitavano ad andare a trovarlo il sabato, per aiutarlo a fare la spesa, e a telefonargli con cadenza quasi giornaliera. Perciò, il signor Duilio aveva preso l’abitudine di recarsi, ogni mattina, in riva al lago; questo, fortunatamente, si trovava poco lontano da casa sua, ed era comodamente raggiungibile grazie ad una navetta che collegava il centro del paese alla piccola spiaggetta di sassi, che egli aveva eletto come sicuro e tranquillo rifugio dove dimenticare, anche solo per qualche istante, le angosce e la solitudine che sembravano pervadere gli ultimi anni della sua vita. Seduto su una graziosa panchina di legno, posizionata a ridosso del bagnasciuga, il signor Duilio godeva dei profumi e del calore della natura, dei suoni che lo avvolgevano gentilmente, accarezzandogli i capelli radi e bianchi. Gli occhi trasognati fissavano un punto lontano, sull’orizzonte, trapassando la riva opposta, le montagne sullo sfondo, le montagne dietro le montagne, la Svizzera e la Germania. Molte volte, questo è vero, si immergeva in qualche pensiero non troppo coerente, ottantenne com’era, stanco e sempre più vicino alla fine del viaggio. Altre volte, però, era come se tutto il mondo, il lago, le montagne, la Germania, si sovrapponessero al ricordo dell’amata moglie scomparsa, e realtà e ricordi si ingarbugliassero irrimediabilmente tra loro, diventando omogenei, indistricabili, sfumando in un bianco accecante che, affascinante e tremendo, implodeva infine in sé stesso; de-saturandosi, l’intero universo scompariva, sintetizzato in un unico punto adimensionale: incolore poiché composto da tutti i colori; inodore, poiché contenente entro di sé ogni profumo, ogni effluvio, ogni percezione olfattiva; inudibile, poiché puro silenzio, silenzio logicamente anteriore ad ogni forma di musica, rumore e parola.

In quei momenti, il signor Duilio restava immobile, gli occhi trasognati si perdevano lontano, oltre l’orizzonte, scavalcando senza fatica la riva opposta del lago. I ragazzi che gli passavano a fianco, telefono in mano e musica ad alto volume, lo indicavano ridendo: era un vecchio strano, che non meritava altro al di fuori della loro ilarità. Le onde si susseguivano ininterrottamente, formando una maglia sonora sulla quale si dipanava lo sviluppo del tempo e dello spazio. Gli uccelli si posavano lievi sui rami dei pini marittimi, il sole scaldava le molecole d’aria che liberavano un profumo quasi impercettibile di ozono. Mentre il signor Duilio era ovunque e in nessun luogo, seduto sulla panchina con gli occhi trasognati, le api agitavano freneticamente le minuscole ali trasparenti, per poi posarsi delicatamente sui fiori. Nel fare ciò, disperdevano piccole stille di polline impalpabile, che andava a depositarsi sui fiori, sulla terra, sulla spiaggia e sulle montagne, empiendo di sé gli interstizi tra le innumerevoli eternità che si aprivano al di là della parola e dei concetti, là dove solo il signor Duilio, arrivato ormai alla fine del suo viaggio terreno, era riuscito almeno una volta a sbirciare: da quel punto senza dimensione, senza spazio e senza tempo, egli non sentiva più la nostalgia del passato, né l’angoscia del futuro; senza ricordi, senza prospettive né desideri, senza sentire né costrizioni né libertà. Questo è ciò che si chiama “dipingere l’incolore”.

Serie: Tempo; affreschi
  • Episodio 1: Luci e tremolio
  • Episodio 2: Dipingere l’incolore
  • Episodio 3: Aprile
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    Discussioni

    1. E così il signor Duilio, a digiuno di qualsiasi formazione filosofica, riesce a trascendere il tangibile.
      Mi ha colpito davvero molto la tua descrizione del “dipingere l’incolore”

    2. “Eterogeneità di forma, misura e materiale, che la capacità di catalogare propria dell’essere umano restituiva, semplificando e astraendo, come un concetto unico ed olistico rispondente al nome di “spiaggi”
      Questa descrizione, e la sua conclusione, la rileggerei 10 volte. Mi piace davvero molto sia com’è dettagliata, quasi con stile pittorico, sia la scelta di parole con cui la concludi.