Disperazione

Serie: Confessioni al telefono.

“Massimo, ma che ti sei fumato? Non posso credere che mi stai dicendo queste cose. La discussione finisce qua. La riprenderemo quando sarai tornato in te. Io me ne torno a casa.”

“Tu non vai da nessuna parte perché stasera mi riprendo tutto. Ho avuto tre settimane di tempo per pianificare ogni cosa.”

Massimo tirò fuori un’enorme coltello da cucina e mi si avventò contro. Feci appena in tempo a evitare il colpo diretto alla mia gola; e pensandoci a mente fredda non so come abbia fatto. Nella mia mente tutto è confuso; ricordo solo il suo corpo riverso per terra in un lago di sangue e di essere fuggito con le mani insanguinate. Rammento di aver girovagato senza meta per tutta la notte, e quando mi sono fermato davanti a una fontana per bere, mi sono accorto del sangue raffermo fra le dita. Ho lavato le mani nevroticamente come se togliere quel sangue potesse cancellare quello che era successo. Sta albeggiando, ma per me non sta nascendo un nuovo giorno, ma un’eterna oscurità. Frugo nella tasca dei pantaloni come un automa e trovo il cellulare: è spento. Lo accendo e vedo che ci sono otto chiamate di mia moglie. So che avrà già allertato i carabinieri per denunciare la mia scomparsa. Ormai è questione di ore, presto troveranno il corpo di Massimo, e collegheranno la sua morte a me. Come posso dimostrare che è stata legittima difesa? Un forte spasmo mi fa vomitare un liquido giallastro. Sento un freddo che mi fa tremare come una foglia e siamo a luglio. Mi guardo attorno, e vedo, a un centinaio di metri, l’insegna di un albergo. Apro il borsello a tracolla e trovo il portafogli. Non ho la forza di reggermi in piedi, mi sento debole. Rientro in macchina, e meccanicamente mi dirigo verso l’hotel parcheggiando nel cortile interno. Entro; alla reception un uomo calvo sulla sessantina mi guarda stupito. Forse non ha mai visto nessuno a quell’ora del mattino prendere una camera d’albergo. Gli chiedo una stanza e lui mi chiede i documenti. Gli faccio vedere una banconota da cinquanta euro facendogli intendere che sono per lui. L’arraffa senza battere ciglio e mi porge le chiavi, dicendomi che la camera si trova al terzo piano e che l’ascensore è alla mia sinistra.

E adesso sono qui, a osservare il soffitto senza vedere null’altro che il viso di mia moglie e di mia figlia. Piango disperato soffocando la mia disperazione in un guanciale che sa di candeggina. Ho la nausea e sono nel panico più totale. L’unica soluzione è quella di farla finita; non posso reggere all’orrore di aver ucciso il mio migliore amico. Mi alzo dal letto e sollevo la serranda dell’avvolgibile. Come sospettavo; un piccolo balcone. Guardo in basso, saranno almeno nove metri. Basterebbe scavalcare la ringhiera per porre fine a tutto. Non voglio finire i miei giorni in galera, meglio chiuderla qui e risparmiarmi un mare di sofferenze. Ma non voglio nemmeno che mia moglie e mia figlia mi credano colpevole. La devo chiamare, le devo almeno una spiegazione. Prendo il cellulare dalla tasca e compongo il suo numero. Dopo pochi squilli risponde:

“Pronto ma dove sei? E tutta la notte che aspetto tue notizie.”

“Amore ascoltami, qualunque cosa diranno contro di me, sappi che è stato una disgrazia, che io sono innocente. Sappi che ho amato te e Giorgia con tutto me stesso, e che mai avrei voluto darvi le sofferenze che dovrete affrontare per causa mia. Mi devi promettere che farai di tutto per stare vicina a nostra figlia.”

“Claudio ma cosa stai dicendo? Mi stai spaventando, per favore dimmi dove sei che ti vengo a prendere.”

“Ricorda di stare vicino a nostra figlia e che io vi ho amato tanto. Addio”

“Claudio aspetta dimmi dov…”

“Addio amore” chiudo la telefonata osservando il telefono per un breve attimo prima di lasciarlo scivolare dalla mano.

Scavalco la ringhiera tenendomi con entrambi le mani, un ultimo sguardo in basso; noto una tenda da sole verde che prima non avevo visto. Non fa nulla, basterà darsi uno slancio maggiore; spero solo di morire sul colpo. Chiudo gli occhi e mi lancio nel vuoto. Sento una brezza calda sul volto, percepisco un primo impatto e poi un secondo. Dopo, il buio.

Una luce intensa mi costringe a stringere le palpebre, mentre sento una voce vicino a me. Il mio respiro è affannoso, breve. Sbatto le palpebre ripetutamente. Le apro con lentezza e un po’ alla volta comincio a mettere a fuoco. Una luce al neon sopra di me, illumina un soffitto bianco. Sento una carezza sulla mano destra; mi volto, e vedo una bella donna dagli occhi azzurri e lunghi capelli biondi. La osservo attentamente; il suo viso mi è familiare.

“Dove sono nel limbo?” La donna sorride:

“Sei in ospedale.”

“E cosa ci faccio qui?”

“Ti hanno dovuto operare al cervello, avevi un’ emorragia celebrale, più alcune costole lussate dovute a una … caduta. Non ricordi nulla di quello che è successo?”

“No, che cosa dovrei ricordare?”

“Nulla, non ti preoccupare.”

“Da quanto sono qui ?

“Da più di un mese”

“Un mese … è tanto?”

“No, per chi è riuscito a tornare indietro.”

“Indietro da dove?” la guardo senza capire che cosa intende.

“Tutto a suo tempo.”

“Ci rivediamo ancora?”

“Puoi scommetterci, finché morte non ci separi. E affronteremo insieme tutte le difficoltà che incontreremo. Ma adesso riposa” mi dice dandomi un bacio sulla fronte prima di allontanarsi.

Chiudo gli occhi con in mente l’immagine di questa donna. Chissà chi è? Non so spiegarmi la sensazione che provo; sento che tra me e lei c’è un qualche legame, e ho come la certezza che mi starà accanto. Un senso di leggerezza prende possesso di me prima di scivolare nel sonno.

Serie: Confessioni al telefono.
  • Episodio 1: Il coraggio delle scelte primo episodio. 
  • Episodio 2: Il baratro
  • Episodio 3: Disperazione
  • Episodio 4: La rinascita
  • Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

    Commenti

    1. Raffaele Di Poma

      Anche qui un risvolto inaspettato. Questa volta c’è la tematica del suicidio costruita su una trama ben architettata. Veramente una bella lettura ed anche questa volta sono curioso nel proseguire.