DISPERSIONE
Il caffè è bruciato. La moka suda sul fornello spento. In cucina l’odore di detersivo al limone e naftalina non passa. Pulito e vecchio nello stesso respiro.
Guido apre la finestra di due dita. L’aria entra, tocca i piatti nel gocciolatoio e torna indietro. In quella casa il silenzio non è un vuoto: è un’abitudine che fa le scale da sola.
Ada ha i capelli serrati nel fermaglio di plastica, sempre quello. Lucia porta la maglia di lana anche a giugno. Si muovono piano, non per delicatezza: per risparmio. Di gesti, di voce, di vita. Il campanello non suona quasi mai; quando suona è un tecnico o uno sbaglio. Il resto arriva per posta, scadenze in carta bianca.
Sul tavolo c’è la busta paga piegata in quattro. Guido la guarda senza aprirla. I numeri li conosce. Conosce soprattutto la riga mancante: quella che non si timbra e non si versa, la stanchezza.
«Hai dormito?» chiede Ada.
«Un poco.» Bugia piccola.
Lucia gira il cucchiaino nella tazza vuota. «Oggi patronato?»
Guido annuisce.
Non hanno figli. I parenti sono nomi lontani: compaiono solo quando serve una firma. La rubrica del telefono è un elenco di emergenze: lavoro, medico, farmacia. La domenica non arriva con un invito; arriva con la posta e con l’idea del lunedì.
Al patronato Guido prende il numero 68. Il display segna 41. Si siede su plastica fredda. Accanto, una donna fissa le scarpe finché gli occhi diventano opachi. Guido tiene i documenti contro il petto. Carta come pelle di riserva.
Quando entra, la consulente non alza quasi lo sguardo. «Mi dica.»
Guido usa parole contate. «Mancano mesi?»
Nella domanda c’è il peso di tre corpi. Tastiera. Schermo. Un ronzio di dati che decide la fame.
«Mancano. Dipende. Intanto continui a versare.»
Versare. Come fosse acqua. Come se il tempo fosse infinito e il corpo un pozzo che non si riempie.
Guido esce con una cartellina di plastica: fogli sbiaditi, promesse leggere. Si tocca la fronte, come per controllare se c’è febbre o solo età.
Sulla strada compra pane, latte e biscotti: Ada li vuole quando ha paura, perché il dolce occupa la bocca e non lascia spazio al pensiero.
Torna a casa con i sacchetti che segnano i polsi.
In cucina la televisione è accesa senza volume. Solo luce. Ada e Lucia siedono come due sedie in più.
«Allora?» chiede Ada.
Guido appoggia i fogli accanto alla busta paga. Carta su carta. «Ancora mesi.»
Lucia sospira. «Quanti?»
«Dipende.»
Ada si strofina le nocche secche.
«Tu però devi tenere.»
In quel “devi” Guido sente la stanchezza farsi sasso. Va in camera. Tra le pagine di un libro lasciato a metà tiene la ricevuta della cremazione. In calce, stampata, una parola che non consola: DISPERSIONE. L’aveva scelta per pudore, per non diventare un compito da domenica. Ma ora capisce che in quella casa anche il nulla è una faccenda.
Torna al tavolo. Ada ha davanti un geranio che non fiorisce. Lo gira verso la finestra, come un malato verso la luce.
«Ho pensato,» dice Ada, «quando sarà… una tomba. Per te, per noi. Così portiamo due fiori.»
Guido guarda le foglie cariche di polvere. «Non voglio una tomba.»
Lucia si irrigidisce nella lana. «E noi dove andiamo?»
«Non andate.»
«E allora a chi parliamo?»
Un luogo autorizza il dolore. Il vento no.
Ada stringe il vaso. «Tu dici così adesso. Poi cambierai.»
«Poi non c’è.» La parola gli esce dura, un taglio netto.
Silenzio. Nel vuoto tra i respiri ci sono i conti che non tornano: se Guido cede prima della soglia, loro cadono. Se loro cedono, lui resta in un guscio muto. Nessun nipote porterà fiori, nessun genero farà le carte. Solo la porta che non suona e i vicini che, dopo una settimana, smetteranno di bussare.
«Sai qual è la cosa peggiore?» dice Guido piano. «Che mi viene da pensare che sarebbe comodo. Adesso.»
Ada alza la testa. «Comodo?»
«Sì.» La gola brucia.
«Finché sono fresco qualcuno si ricorda. Un collega. Un vicino. Due parole una volta, per abitudine. Poi basta. Dopo siamo tre nomi su un atto. E nessuno che li pronunci senza inciampare.»
Lucia si copre la bocca con la mano. «Non dire.»
«Lo penso lo stesso.»
Ada prende la busta paga e la spinge verso di lui come una prova. «Tu sei questo.»
Guido sente il peso delle ore. «Sono stanco,» dice. «Stanco di essere la vostra pensione provvisoria. Stanco di essere il vostro domani.»
Lucia abbassa il mento sul petto. «Noi abbiamo solo te.»
Appunto, pensa. Contabilità. Ore date, ore rubate.
Apre la cartellina del patronato. Il foglio trema. Strappa un angolo. Non serve a niente, ma fa rumore.
«Non mi seppellite,» dice. «Non fate il giro dei fiori per dovere. Io voglio sparire dove non si misura.»
«Dove?» chiede Lucia, come se “dove” potesse salvarla.
Guido pensa al mare che non vede. A un ponte. A una finestra aperta.
«Nel vento,» dice, e si vergogna perché suona poetico. «In un posto che non chiede manutenzione.»
Ada scuote la testa. «Noi non sappiamo fare il vento.»
E Guido capisce. Non chiedono una tomba per lui. La chiedono per sé. Per non restare senza gesto. Il gesto è l’ultima forma di compagnia.
Si alza. Va alla finestra. Appoggia la busta paga sul davanzale, accanto al geranio. Il vento entra e muove una briciola. Il geranio resta fermo. Sul marmo c’è cenere di sigaretta: residuo di un giorno in cui Guido ha fumato di nascosto come un ragazzo.
Dietro di lui, Ada e Lucia tacciono. Non è pace: è tenuta.
Guido chiude gli occhi e sente la casa respirare: un respiro corto, domestico, fatto di tre persone che si tengono in piedi come stampelle. Nel vano scale un passo sale e poi scende, senza fermarsi.
Qualcuno che non è per loro.
Quando li riapre, la busta paga è ancora lì. Il vento l’ha sollevata di mezzo dito e poi l’ha lasciata ricadere nello stesso punto.
Come se anche il vento, stasera, sapesse che non c’è nessuno a raccogliere quello che vola via.
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Non so, ma queste tre persone (o “stampelle” , come tu scrivi) mi hanno dato la sensazione di essere già morte. È anche un effetto del tuo modo di scrivere, al presente e con una ricercata e, direi, ostinata freddezza.
Ah, ok: “già morte” + “ostinata freddezza”. Segnato. Grazie: hai descritto esattamente l’effetto che volevo. E pensa che dubitavo persino di esserci riuscito.
Mi è andata bene che tu spiccassi come unica altra presenza oltre a me, altrimenti non ti avrei mai notato nè letto questo racconto.
Un testo che colpisce per misura e intensità. I sentimenti sono universali ma mai scontati, le atmosfere arrivano con discrezione e restano addosso a lungo, come quella cenere sul marmo che descrivi. Complimenti.
Grazie per la lettura precisa. Ho cercato proprio un’emozione universale senza scorciatoie, lavorando per sottrazione e per immagini residue. Se la cenere resta, allora la scelta ha tenuto.
Dura questa storia, ti colpisce come un pugno allo stomaco che blocca il respiro per un istante. 👏
Grazie per la tua lettura. Sì, qui volevo proprio quel colpo secco che ti toglie fiato per un attimo, senza spiegarsi troppo.
“Versare. Come fosse acqua. Come se il tempo fosse infinito e il corpo un pozzo che non si riempie. “
La farei leggere al mio dirigente👏 👏
“tre persone che si tengono in piedi come stampelle. “
questa frase è bellissima, e mi ha fatto pensare. Guido mi è apparso, tra i tre, quello che ha il ruolo vero di sorreggere, come se le altre due fossero una sorta di appendici. A lui è sempre toccato il compito del sostentamento, non si è mai potuto permettere di venire meno, di mancare. Forse per questo dopo la vita immagina di scomparire, per potersi levare tutto il peso e la responsabilità che la vita gli ha dato. O forse anche perchè, a parte il lato economico e concreto, non si è mai sentito “stampella” di nessuno. Vivere è sempre stato questione di contingenza, burocrazia, necessità. Ada e Lucia si ostinano a restare attaccate a una vita che sembra non aver dato nulla, progettano una tomba dove forse arriveranno i gesti che non hanno mai ricevuto da vive. Guido invece sembra aver capito tutto, è vissuto da scomparso e così vuole morire.
Grazie davvero per questa lettura così lucida. L’idea di Guido come “vissuto da scomparso” mi ha colpito molto: è una definizione che sento vicina al cuore del racconto. La sua fatica è sempre stata più funzionale che affettiva, e forse per questo la dispersione diventa un alleggerimento, mentre Ada e Lucia cercano in un luogo futuro quei gesti che la vita non ha concesso. Il tuo commento, come quello di altri, mi sta facendo pensare che questa storia abbia bisogno di più spazio e di più tempo per essere esplorata. Diventerà un racconto?…
Ciao, Lino. Ho trovato il tuo scritto molto ben riuscito, intriso di sentimenti universali, riconoscibili, ma intrisi di una loro unicità. La tua costruzione è originale, ben congegnata, mai compiaciuta. Le atmosfere che hai creato arrivano al cuore con discrezione, senza gridare, proprio come la cenere sul marmo che descrivi; e vi rimangono a lungo. Un saluto e complimenti.
Ciao, grazie davvero. Le tue parole mi fanno molto piacere, soprattutto per come hai colto la misura e la discrezione del testo. L’idea che resti, senza gridare, come la cenere sul marmo, è un’immagine che porto via con me. Un saluto e grazie ancora per la lettura.
Un condensato di struggente malinconia senza prospettive di cambiamento, cupo e terrificante come un cielo infinito senza stelle
Grazie. È un’immagine che coglie bene il senso del racconto: niente redenzione, solo vastità e assenza.
Grazie a te
“Si muovono piano, non per delicatezza: per risparmio. Di gesti, di voce, di vita.”
È molto bella questa frase 👏
Grazie!!!
Tra le cose tue più belle. Una poetica struggente supportata da un minimalismo intriso di abitudini, rassegnazione e vita faticosa, quasi priva di rimpianti come se la felicità fosse straniera… nemmeno un ricordo per consolarsi per dire: “la gioia esiste, un tempo l’ho provata”. Dire che mi è piaciuto è riduttivo, vorrei vederlo pubblicato sulla rivista EO.
Quello che dici sulla felicità “straniera” mi ha colpito più dei complimenti. È vero: qui non c’è un prima da rimpiangere, solo una vita portata avanti per inerzia. L’idea che possa trovare spazio in EO mi lusinga, ma soprattutto mi sorprende. È un racconto che non nasceva per piacere, solo per stare in piedi. Se regge anche per altri, è già molto. Grazie davvero per il tuo bellissimo commento.
Questo racconto mi ha colpito per la sua profondità e intensità.
Un uomo che si sente intrappolato in una vita senza speranza e la sua famiglia che si aggrappa a lui, come un’ancora di salvezza.
Ancora una volta non mi deludi e hai sempre la capacità di farmi entrare un moscerino nell’occhio. ❤️❤️
L’idea dell’ancora mi sembra molto giusta: qui non c’è salvezza, solo tenuta. Se poi scappa il moscerino nell’occhio, vuol dire che il testo è arrivato dove doveva, senza fare rumore.
🙂
Ciao Lino, il tuo testo mi colpisce per la sua precisione silenziosa. Ogni gesto, ogni oggetto domestico racconta la fatica e la stanchezza di vivere. Guido, Ada e Lucia non sono protagonisti eroici, ma persone che si reggono a vicenda in un equilibrio fragile, tra dovere, abitudine e affetto.
Mi ha toccato soprattutto il modo in cui mostri il peso invisibile del tempo e del “tenere”, e quell’ultimo gesto del vento, che solleva appena la busta paga e la lascia cadere, è di una poesia amara e perfetta.
Grazie. “Precisione silenziosa” è un’espressione che sento molto vicina a come questo testo è nato: per accumulo di piccoli gesti più che per scene forti. Mi interessa proprio quel tenersi in piedi senza eroismo, per dovere e abitudine prima ancora che per scelta. E il vento finale, sì: non salva nulla, non porta via nulla, ma passa.
Un racconto che contiene tanta poesia e trasmette altrettanta malinconia. Si vorrebbe sapere di piú. Tante cose di questo trio restano sconosciute, ma le sensazioni che lasciano sono tante: dolci e amare.
Sì, molto resta fuori campo. Ma se le sensazioni arrivano, dolci e amare insieme, allora il racconto ha già parlato abbastanza.
Chissà perché molti, più la vita non gli dà niente e più pensano alla morte; ma non per farla finita, bensì come a qualcosa che offra l’unica condizione dignitosa negata. Di situazioni così ne ho viste tante: fratelli e sorelle costretti a convivere per abitudine e necessità. Grazie per la lettura, Lino.
Quello che dici è molto vero: non è desiderio di fine, ma bisogno di una forma, di una dignità che la vita quotidiana ha smesso di concedere. Anche per me lì non c’è attrazione per la morte, ma stanchezza di una sopravvivenza senza alternative.
“è un’abitudine che fa le scale da sola.”
Bellissima ❤️
“Ada ha davanti un geranio che non fiorisce. Lo gira verso la finestra, come un malato verso la luce.”
Un piccolo gesto, semplice e naturale, racchiuso in una frase breve che dà l’ idea di una persona sensibile.👏 👏 👏
“Sulla strada compra pane, latte e biscotti: Ada li vuole quando ha paura, perché il dolce occupa la bocca e non lascia spazio al pensiero.”
Un pensiero gentile che sembra il verso di una poesia o di una canzone d’ autore. Mi piace.