Distrazione in metro

Ed ecco che mi risaliva il conato. Chiusi gli occhi nella speranza di ricacciarlo giù, nelle profondità del mio essere, insieme a quella tremenda giornata. La metro dondolava leggermente e attraverso le palpebre riuscivo a vedere le luci scorrere rapide al di fuori del finestrino. Mi ero diagnosticato la claustrofobia all’età di dieci anni, anche se all’epoca non ne conoscevo la vera e propria definizione. Ogni volta che mi toccava entrare in uno spazio ristretto sentivo un nodo caldo stringersi all’altezza del diaframma che lentamente si scioglieva facendo risalire verso la gola qualcosa di caldo e denso. A quel punto chiudevo gli occhi e m’immaginavo nel mio “posto felice”. Steso, in mezzo all’erba alta, così soffice e viva, mi sentivo rinascere. Dopo un po’ riaprii gli occhi e mi ritrovavo, di nuovo, in quell’assurda trappola di metallo. Sopra di essa una nuda volta di roccia, pesante chissà quanto, sarebbe potuta franare da un momento all’altro. L’aria viziata, mi avvelenava i polmoni neanche avessi fumato tre sigari aspirando fino al loro ultimo, aspro, tiro. Mancavano ancora due fermate e poi sarei stato di nuovo fuori. Richiusi gli occhi, finalmente libero da quel peso. Cercai di fare il punto della situazione per distrarmi. La mattina mi ero svegliato prima del solito poiché l’auto era rotta e, anziché prendere i mezzi, avevo deciso di andare a piedi. Per prima cosa bevvi la mia solita tazza di caffè, accompagnata da un cornetto semplice, poi una doccia per lavare i pensieri negativi e via, di corsa a lavoro. La “passeggiata” fu più lunga di quanto avessi previsto. Arrivai in ritardo. Fui sgridato dal capo per l’ennesima volta. Alla fine però mi lasciò andare lavorare, i moduli non si compilavano da soli. All’ora di pranzo mi accorsi che, per la fretta, avevo dimenticato di portarmi qualcosa da mangiare, quindi, dovetti scendere a prendere qualcosa al bar, ma lì… Aspè che succede? Aprii gli occhi di soprassalto. La metro si era fermata, ma le porte restavano chiuse e al di là la nuda roccia mi lasciava intendere che non eravamo ancora in stazione. Mi accostai al vetro cercando di capire, ma niente. Mi alzai innervosito. Oltre a me c’erano poche persone, una di esse, un uomo di mezz’età, disse alla figlia che era normale e che andava tutto bene, che doveva esserci solo un piccolo problema ma nulla di grave e che presto avremmo ricominciato il nostro viaggio. Non volendo rassicurò anche me. Mi risedetti e chiusi gli occhi. Cercai di assumere un’aria tranquilla, in fondo andava tutto bene, no? Sì, andava tutto bene, non c’era bisogno di preoccuparsi, non saremmo morti là dentro per un crollo o cose così… Con la mente, tornai nel mio posto felice. Quasi mi sembrava di sentire la soffice erba sotto i polpastrelli. Feci un profondo respiro. Allora, dove ero rimasto… ah sì, ero andato al bar, ma era rimasta solo una pizzetta, la mangiai in fretta e furia e tornai subito a lavoro. Rientrai in ritardo e il capo mi fece nuovamente la ramanzina. Compilai altri moduli, schede e tabelle varie. Quando uscii, ero così stanco che, all’inizio, non mi accorsi della leggera pioggia che mi stava inzuppando i vestiti. Solo quando un ambulante mi porse un ombrello a cinque euro, mi risvegliai dal mio torpore. Rifiutai gentilmente e mi avviai, rassegnato, alla metro. Preferivo soffrire piuttosto che camminare in quel momento, ma mi stavo pentendo della mia scelta. Alla fine iniziai a sentire un leggero dondolio e mi risalì il mal di stomaco. Socchiusi un occhio. Eravamo ripartiti. Lo richiusi. Sentii la bambina sussurrare qualcosa al padre e sorrisi d’istinto. Dopo poco, la metro si fermò di nuovo, ma questa volta alla stazione. Mi alzai e scesi alla fermata. Quando uscii all’aria aperta, mi sentii rinascere. Ormai era scesa la notte e la pioggia creava una leggera cortina nell’aria. Forse era meglio farsi l’ultima tratta a piedi.

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Discussioni

  1. Ciao Francesco, ho letto la tua storia tutto di un fiato, Sei riuscito a farmi entrare nella pelle del tuo protagonista e a sentire addosso tutto il peso di quella terra e roccia. Una bara da cui ha fatto bene a sfuggire per tornare a bagnarsi di viva pioggia.

  2. Ciao Francesco.
    La sensazione di claustrofobia si percepisce e, prendendo la metro tutti i giorni, ti assicuro che quando non stai bene, fai di tutto per pesare al posto felice.
    Mi associo al consiglio di Cristina.
    Per il resto, bella storia!
    Bravo

  3. Ciao Francesco,
    veramente una storia claustrofobica, dove il malessere proviene da stimoli diversi all’interno della roccia. L’apnea creata dal tuo racconto svanisce appena in tempo all’ultima riga. Bravo!

  4. Ciao Francesco. Una bella idea, la tua. Per facilitare la lettura, ti consiglierei di dividere la storia in paragrafi. Così i vari argomenti si distinguerebbero e i concetti apparirebbero più chiari. Nonché il lettore avrebbe la sensazione di leggere con più respiro. Spero di esserti stata utile.
    Un saluto.

  5. Ciao Francesco, al di là della giornata vissuta dal protagonista, mi è piaciuto il modo con cui hai saputo descrivere il senso di malessere psicologico e fisico che potrebbe vivere un soggetto affetto da claustrofobia e il suo tentativo di immaginarsi in un altro luogo chiudendo gli occhi pur di superare il momento! Alla prossima!