
Diverso
Ho paura del riflesso incondizionato – amplesso di mezzogiorno la luce nelle case – amico di un tempo trascorso al sole di sabato accesi – tappati di sera – finiti chissà dove.
La luce mi fa male e cade dai balconi rossi al sugo domenicale e la voce sale per le scale per andare – poche risate e tanti i silenzi in attesa di ciò che ha detto il meteo e che si avvera.
“Andare dove” poi lo sa soltanto l’ultimo capriccio del tempo – diverso da quello che si consumava attento – tra parole bianche senza sapere la verità nascosta dalla musica estiva perenne ho sezionato parole che da sole sono rimaste intatte nelle fessure di me – oggi è solo un altro oggi e continua sbarbato a correre per le strade che percorro con le mie scarpe sudate che trattengono il respiro e il sapore di piazze viste e facce perse di anni – guardo a terra per concentrarmi sui boati dei tuoni di un temporale appena nato, lontano sì, e presagio di novità di carta – passa una ragazza – pantaloni ariosi a strisce e maglia – guarda in giro come seguendo il volo di una mosca sorridendo a tratti ma ha gli occhi nascosti un paio di occhiali coi bordi rossi – se penso che mancano gli occhi a completare la sua immagine provo come un rimpianto nell’accettarla così com’è.
Manca qualcosa – mi manca qualcosa – tutto intorno è monco – come il viso della ragazza – la casa allegra nel suo vestito verde nasconde nelle sue carie voglie di scappare – la piazza specchio cosparsa di macchine ma un gatto resiste al sole nella sua pelliccia fuori stagione – la mia giornata che manca di un pretesto per arrivare a sera e cercare un sano elmo da indossare fatto di ombra.
E la signora ottantenne che sente la messa in replica a tutto volume forse la trova quella cosa nella cantilena che la riporta chissà a quando – nelle frasi del prete un seme – su cui ripiantare un messaggio.
Non riesco proprio a immaginare senza sole – accecante come un torto appena subíto – lampante come la verità.
Mi disturba – mi lascia senza spazio in cui muovere i miei pensieri.
Non abito qui da vent’anni – penso – e non ricordo la pesantezza del sole, il torpore pomeridiano che sa di morte lenta, la vita che sgocciola nella stessa pentola.
Perché prima era tutto diverso se il posto è lo stesso? – mondo nel mondo popolato da regole tutte mie – penso che vent’anni siano un’illusione – che riguarda solo me – e non il mondo.
Bambino che corro tra i vicoli infiniti – labirinto che cambiava colore e che nelle sere d’estate si stringevano in ghigni malefici- dietro l’ultima casa era proibito andare – abitata da una vecchia strega. La colonnina dell’Enel ammaccata dalle pallonate – la finestra con i giornali ingialliti appiccicati su cui si leggevano i risultati di partite con squadre mai sentite. È tutto ancora lì.
Sono grande e il posto è di conseguenza piccolo – fossile di cui si sono persi dei passaggi e che interpreto con la mia maturata coscienza. E il lampione sempre spento messo a spiare noi dai nostri genitori è solo un morto – non guarda più.
Ogni singolo pezzo di quel gioco è in scala e dall’alto perde qualsiasi ingrediente magico. Come un giocattolo in mani adulte – strappa un sorriso ma niente di piu.
I miei passi – non la mia corsa – il mio respiro – non il fiatone dopo aver corso – ci impiego un minuto a percorrere la stradina per tornare alla macchina infuocata nella radura cittadina del parcheggio.
Non è il posto ad essere cambiato, sono io che non so più giocare.
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Leggendo questo racconto di qualche tempo fa, ho trovato una musicalità bellissima nel rigo e un uso centratissimo delle parole. Tutto prende un senso, quasi giocoso e melanconico al contempo, proprio come quel lato bambinesco che qui descrivi nei luoghi e nel paesaggio, anni avanti diverso, perché vissuto con altri occhi. Bravo, l’ho letto volentieri.
Sono tornata negli anni 80, quando da bambini giocavano dietro al palazzo e ci sbucciavamo le ginocchia cadendo sulla ghiaia. Una lacrima e un cerotto e la nonna che dalla finestra aperta al quinto piano, ci richiamava per la cena. Grazie per questi ricordi.
Trovo una cadenza che sfocia quasi praticamente nella poesia, una ricerca di parole raffinatezza in una sintassi che getta in apnea e poi sparge piccoli fiati qua e là, decisamente una prosa interessante racchiusa in un dentro- un’Io- molto sfaccettato. Bravo!
Un viaggio interiore davvero suggestivo che scaturisce nella mente di chi legge..molto bravo!
“E la signora ottantenne che sente la messa in replica a tutto volume forse la trova quella cosa nella cantilena che la riporta chissà a quando – nelle frasi del prete un seme – su cui ripiantare un messaggio.”
Trovo che l’essenza di questo racconto sia in questa frase, che sottolinea ancor di più l’interrogarsi del protagonista sul grande perché della vita, a cui apparteneva da bambino e che adesso improvvisamente sente mancare.
Forse la signora ottantenne possiede la chiave, ha rimpiantato il seme, ma forse no, se questa è solo una “cantilena”, una colonna sonora per riempire il vuoto. Ecco, questo contrasto di parole le ho ammirate qui e le ho ritrovate in tutto il brano, le hai scelte tutte in modo mirato, oltre che di piacevole suono, lettura.
Non è facile descrivere questa sensazione, questa mancanza, ma tu ci sei riuscito andando a scavare nel più piccolo dei dettagli, nelle persone forse monche o diventate monche, e lo hai fatto in così bel modo. Mi è piaciuto molto leggerti. Davvero, complimenti!
Stefano il tuo “racconto interiore” se così lo posso definire, mi ha colpito molto. È struggente come la nostalgia, graffiante come il disincanto; scientifico come un vetrino osservato al microscopio. Non è facile descrivere le sensazioni dei ritorni, i luoghi che ci attendono per anni e poi si vendicano accogliendoci con l’interruttore spento, come una funzione non più cliccabile in un menù a tendina. Manca qualcosa nel luogo o manca qualcosa in noi. Ho trovato questo brano “…accecante come un torto appena subíto – lampante come la verità.” Bravissimo