Do. Do. Do.
Serie: I bambini ridono
- Episodio 1: Lampioni, tombini, passi
- Episodio 2: Risate e stelline
- Episodio 3: I bambini sono qui (prima parte)
- Episodio 4: I bambini sono qui (seconda parte)
- Episodio 5: Simboli incandescenti dell’infinito
- Episodio 6: La notte e la fuga
- Episodio 7: Il sottile diaframma tra realtà e incubo
- Episodio 8: Come un fotogramma sospeso
- Episodio 9: Do. Do. Do.
STAGIONE 1
Una volta dentro aprì tutte le finestre in modo che il calore e la luce del sole potessero inondare ogni stanza. Le ombre svanirono come se non fossero mai esistite, così come la sensazione di freddo, umido e odori stantii tipici degli ambienti chiusi alla fine dell’inverno. Per un attimo anche la voglia di fuggire sembrò soccombere alle proprietà taumaturgiche dei raggi solari.
Si affacciò a una finestra. Qualche metro sotto di lui il traffico di automobili e il vociare delle persone con le mani occupate da sacchetti e sporte. Ogni tanto un rumore più forte, lo strepito sgraziato di uno scooter modificato perché emettesse qualche decibel di troppo, il suono squillante di un clacson che si sostituiva alla voce umana per inveire contro un pedone distratto dallo schermo dello smartphone o contro un altro automobilista incapace. In un periodo di normalità avrebbe bestemmiato contro tutto questo, ma in quel momento erano segnali che gli infondevano conforto e che gli permettevano di sentirsi circondato dal mondo in cui aveva vissuto negli ultimi anni.
«Anni…» disse a voce alta.
Il suo pensiero corse indietro nel tempo fino al periodo in cui non occupava da solo tutto quello spazio.
«Grande. Troppo per me.»
Aveva pensato più volte di trasferirsi in un’abitazione più piccola.
«A misura di singletudine» disse ridendo.
Il sorriso gli si bloccò sul viso. Il ricordo di un periodo spensierato, quando il futuro doveva ancora prendere forma. La nuova casa, grande e luminosa come l’avevano desiderata, le camere per i bambini che sarebbero arrivati presto. E il suo rifugio segreto che nessuno in famiglia avrebbe mai dovuto violare. Per nessun motivo.
Una piccola stanza, una finestra, il vecchio pianoforte verticale Steinberg, appoggiato su una base di gomma per evitare di trasmettere le vibrazioni della tavola armonica al pavimento. L’isolamento delle pareti, del pavimento e del soffitto. I ripiani con i suoi libri preferiti, la scrivania con il Mac. E gli archivi: tonnellate di immagini, se i byte avessero un peso, fotografie di ogni genere, brevi clip video e filmati completi.
Senza sapere come si ritrovò seduto sulla panchetta davanti al pianoforte. Sollevò il coperchio della tastiera e pigiò più volte, lentamente, sul do centrale. Era un suono che lo rassicurava, la frequenza che divideva idealmente in due parti le note, di qua quelle gravi, di là quelle acute. Il suono si diffuse nella piccola stanza per ottantotto volte, una per ogni tasto.
«Perché non ti sei fatta gli affari tuoi. Ecco perché.» Il suono ripetuto del martelletto che colpiva la corda accompagnava ogni sillaba pronunciata da Mirco. La sua voce era un sussurro. Non serviva urlare: lei avrebbe comunque udito la sua risposta.
«Avevi tutto ciò che volevi, no?» La voce era un bisbiglio, rafforzata dal battito insistente sul do centrale. «Il tuo negozio, la casa, i bambini.»
Pausa. Solo il do.
«Vi (do) avevo (do) chiesto (do) solo (do) di (do) non (do) entrare (do) qui (do). Nient’altro. (Do)»
– – –
«Papà?» La voce di una delle piccole creature fu la prima cosa che notò appena entrò in casa. Non era strano sentire quegli squittii acuti provenire da ogni angolo della casa, ma il tono era diverso, preoccupato forse, come può esserlo un bambino di sette anni.
La mezza giornata trascorsa in ufficio era stata infernale: il freddo, forse il fatto di lavorare a stretto contatto con molti colleghi in un ambiente chiuso. Questo o quello o altro ancora. In ogni caso aveva dovuto mollare tutti e rientrare a casa nel primo pomeriggio, in preda a brividi e succube di un fortissimo mal di testa. Il suo pensiero era rivolto alle imminenti festività. Era convinto che avrebbe trascorso il Natale e gli altri giorni di vacanza a letto.
«Papà?» Il bambino era fermo davanti a lui. Sulle prima Mirco non capì cosa gli stesse mostrando, ma l’immagine che gli si impresse nella mente fu quella di un gatto che aveva appena catturato un topolino e che teneva, ancora vivo, stretto tra le fauci. Un piccolo oggetto nero, un po’ più grande di un pacchetto di sigarette, con un cavetto, nero anche questo, che pendeva da un’estremità.
«Fuori di qui, bambini!» Dal fondo del corridoio la voce di sua moglie. Un tono incredulo, quasi rassegnato. «E spegnete quelle cose. Dobbiamo andare adesso.»
Andare dove? Pensò Mirco.
Dal fondo del corridoio, oltre alla voce, due luci tremolanti simili ai lampi che si generano durante un lavoro di saldatura, anche se molto meno intensi, fuoriuscivano da una porta socchiusa. L’ultima porta sulla destra. Mirco era incredulo, ma dopo aver chiuso e riaperto gli occhi più volte non aveva dubbi. Due piccole figure animate erano sgattaiolate veloci spalancandola. Mirco si sentì sollevato e si diede dello stupido per aver pensato che qualcuno stesse utilizzando una saldatrice dento il suo rifugio. Erano semplicemente le scintille prodotte dalle stelline di Natale che suoi bambini tenevano in mano.
È pericoloso, pensò. Perché glielo ha permesso? Era furioso con sua moglie per il mancato controllo dei bambini.
«Tu hai quasi dieci anni!» urlò rivolto alla figlia. «Anche tu dovresti controllare i tuoi fratelli. Tu sei più grande!»
«Papà?» Mirco spostò lo sguardo in basso. «Io ho sette anni, non sono piccolo.»
«Io otto, sono più grande di te e posso giocare con queste!» La voce eccitata del bambino era talmente acuta da risultare fastidiosa.
«Papa? Nel computer della tua stanza ci sono tanti bimbi. C’è la mamma di là. Perché piange?»
Mirco si chinò verso il bambino e gli tolse dalle mani il disco di memoria da cui pendeva ancora il cavetto usb.
Come cazzo ci è riuscita? Pensò mentre si dirigeva con calma verso il suo rifugio.
– – –
«Quanti anni?» sussurrò Mirco più volte. «Due, dieci, quindici… Che importanza ha, ormai.»
Do. Do. Do.
Poi si alzò di scatto dalla panchetta, sbattendo con forza il coperchio della tastiera.
Serie: I bambini ridono
- Episodio 1: Lampioni, tombini, passi
- Episodio 2: Risate e stelline
- Episodio 3: I bambini sono qui (prima parte)
- Episodio 4: I bambini sono qui (seconda parte)
- Episodio 5: Simboli incandescenti dell’infinito
- Episodio 6: La notte e la fuga
- Episodio 7: Il sottile diaframma tra realtà e incubo
- Episodio 8: Come un fotogramma sospeso
- Episodio 9: Do. Do. Do.
Il finale a sorpresa con la rivelazione del bambino è molto impattante, è stata una bella trovata. Interessante anche l’uso della nota a scandire i pensieri di Mirco. Complimenti Antonio!!!
“Sollevò il coperchio della tastiera e pigiò più volte, lentamente, sul do centrale. Era un suono che lo rassicurava, la frequenza che divideva idealmente in due parti le note, di qua quelle gravi, di là quelle acute.”
Bella questa frase👏 👏