Dodici ore
Serie: A piedi controcorrente - Cronache semiserie di un fuggitivo pandemico -
- Episodio 1: Il primo passo è il più scemo
- Episodio 2: Animali in gabbia e pellegrini smarriti
- Episodio 3: Il cielo dietro gli abeti
- Episodio 4: Venti Centimetri di Cielo
- Episodio 5: Il portone socchiuso
- Episodio 6: Risveglio e nuove luci
- Episodio 7: Gli Dei contro di me (spoiler: ho vinto io)
- Episodio 8: Il cancello che non porta a niente
- Episodio 9: L’incrocio Nero
- Episodio 10: La Città nella Bolla
- Episodio 1: Il Cavaliere Zoppicante
- Episodio 2: Il Pazzo nel Corridoio
- Episodio 3: Dodici ore
- Episodio 4: Stallo
STAGIONE 1
STAGIONE 2
“Dai Daniele, alzati da quel letto! Ti ricordi chi arriva stasera?”
La voce di mia madre?
Mi stropiccio gli occhi, mi guardo intorno e improvvisamente mi ritrovo nella mia vecchia cameretta di quando ero piccolo.
“Dai, ti vuoi muovere? Stasera arriva papà, sveglia tua sorella, dai su.”
Mia sorella?
Mi giro ed effettivamente, accanto al mio letto, diviso da un comodino, c’era un altro letto con mia sorella piccolissima che dormiva.
Mi ero quasi dimenticato di quella camera. Armadi bianchi con le cornici e i pomelli dei cassetti e delle ante rossi, e i letti incassati, uno a destra e l’altro a sinistra.
Stessa storia per il letto: bianco, con la testata fatta come una ruota di una bicicletta tagliata a metà. Con i raggi rossi e l’arco sempre bianco.
Che spettacolo!
Mi alzo, mi avvicino verso mia sorella e la scena che mi ritrovo davanti è quella di una bambina che non so con chi avesse lottato nel sonno, forse con il letto stesso, visto che era pancia all’aria, gambe divaricate – una dritta, l’altra incrociata – braccia aperte, con il sinistro incastrato dietro la schiena. Ancora oggi mi domando come sia possibile. Il collo e metà busto inclinati verso un lato. Una plastichina spiaccicata al muro.
La scuoto un po’ e le dico:
“Cri, alzati. Dai forza. Arriva papà.”
Mia sorella spalanca gli occhi e schizza via dal letto come una molla. Io la seguo a corsa.
Usciamo dalla camera e ci ritroviamo a scendere per la scala a chiocciola che portava giù in salotto. La percorriamo correndo e urlando, non so perché, e facciamo un’altra rampa di scale che portava giù in cucina. Anche quella urlando e correndo.
“Fate piano. Vi volete spaccare la testa per caso? Ve l’ho detto: le scale si scendono piano!”
Ci aveva bloccato all’ingresso della cucina. Da lì in poi, le nostre urla e la nostra corsa si erano trasformate in una marcia lentissima, fatta a testa bassa, dicendo:
“Scusa, mamma.”
Poi lo scatto improvviso verso il divano del salottino che c’era in cucina.
Mentre accendo la televisione, mia sorella chiede a mia madre:
“Io voglio un panino con la mortadella di Michè.”
Io nel frattempo avevo messo i cartoni animati in TV. Dragon Ball.
“Non lo so se Michè è aperto. È domenica. Daniele, vuoi andare a vedere tu?”
La notizia mi era arrivata proprio durante la sigla iniziale della puntata. Appoggio il telecomando sul divano, sbuffo un po’ e dico:
“Va bene, però prendo anche io un panino e un ovetto Kinder.”
Mi ritrovo improvvisamente vestito e fuori casa. Ai tempi abitavo in un paesino ai piedi di una montagna. La strada era stretta e costeggiata da case a destra e a sinistra, con cortili intervallati tra una casa e l’altra che portavano a corti interne, con la piazza centrale e altre case. La mia era proprio all’ingresso di uno di quei cortili.
Mi avvio a corsa verso Michè, un alimentari che era a cinquecento metri da casa mia e da quella dei miei nonni. Infatti non feci in tempo ad avviarmi per strada che mi sento fischiare.
Mi fermo, alzo la testa e vedo mio nonno affacciato al terrazzo. Il suo sorriso sotto i baffi, il cappello schiacciato anni Trenta e la sigaretta tenuta tra le dita.
“Nonno, vado da Michè a prendere un panino per Cristina. E io mi sono guadagnato un ovetto Kinder.”
Il suo sguardo si illumina e le sue labbra iniziano a muoversi sotto i baffi, come se volesse dirmi qualcosa, ma nessun suono esce dalla sua bocca. C’era però una voce nell’aria, quasi sussurrata. Mi guardo intorno per capire da dove venisse e cosa volesse dirmi.
E a un certo punto sento:
“Sveglia, strano pellegrino di cui non so ancora il nome. Sveglia.”
Mi giro e dal niente, davanti ai miei occhi, appare il volto di Maria.
“Hai dormito per più di dodici ore. Di solito, dopo così tanto tempo nel passato, nel bel mondo dei sogni, si ha fame, vero?”
Era seduta accanto a me sul letto, con le braccia conserte.
Ancora stordito, mi tirai su dal letto. Mi guardai intorno per capire dove fossi e, una volta capito che non ero più nel mio vecchio paese, guardo Maria e le dico:
“Che ore sono?”
Lei mi guarda sorridendo e dice:
“Sono le dieci. È una giornata stupenda.”
“Le dieci?” le dico. “Cazzo, io devo partire.”
Scosto la coperta e provo ad alzarmi, ma il ginocchio tornò a parlare.
Maria si alzò dal letto, mi rimise le coperte, mi guardò e disse:
“Ti ho preparato la colazione. L’ho appoggiata qui sul comodino.”
Poi si avviò verso la porta della camera e aggiunse:
“Non mi hai ancora detto il tuo nome, ma chiunque tu sia oggi non vai da nessuna parte. Quindi mangia e non pensare a niente. Tra poco ripasso e guardiamo cosa fare, ok?”
Ed esce dalla stanza.
Io rimasi solo, con accanto una tazza di latte che fumava e una ciotola di biscotti, e penso:
“Non le ho detto come mi chiamo.”
Mi giro verso la finestra. Gli uccelli volavano sopra i tetti delle case, con un cielo azzurro a fare da sfondo.
Appoggiai la testa, presi la tazza di latte e un biscotto, lo inzuppai, lo misi in bocca e rimasi sul letto, in quella stanza, a masticarlo.
Serie: A piedi controcorrente - Cronache semiserie di un fuggitivo pandemico -
- Episodio 1: Il Cavaliere Zoppicante
- Episodio 2: Il Pazzo nel Corridoio
- Episodio 3: Dodici ore
- Episodio 4: Stallo
Esprime la nostalgia del protagonista del primigenio e rassicurante focolare domestico nel contesto di un’esistenza evidentemente fluida e privi di punti di riferimento certi.
Mi è piaciuta.
Bravo davvero
Grazie, davvero.
Grazie a te Daniele.
Attendo altre tue storie
👍
Bene, mi è piaciuto 🙂 Continuo ad apprezzarti
Grazie davvero. Detto così, vale molto 🙂