Domande

Serie: I Cavalieri del Caos

Otto e venti del mattino, il freddo vento soffia tra le fronde degli alberi del parco, quasi impossibile pensare di essere ancora a Milano.

Appena Roberto arrivò davanti al cadavere ringraziò mentalmente Ciro per il consiglio di saltare la colazione. La vittima era una donna di origini africane, alta più o meno un metro e mezzo, dall’abbigliamento si poteva supporre facesse l’infermiera. Per quanto riguarda la causa della morte, Roberto poté facilmente intuire che c’entrasse qualcosa con le condizioni del suo volto.

Rivolto verso destra mostrava lo scempio che era il lato sinistro, lì non cera molto che potesse servire alla successiva identificazione, ogni tratto era stato distrutto, sembrava di vedere una torta di mirtilli maciullata dalla quale fosse stata rubata una fetta cosicché, nello spazio vuoto, fossero visibili i pochi denti sopravvissuti a qualsiasi cosa avesse ucciso la donna. Nel resto del corpo vi erano alcuni graffi e segni di morsi che Roberto valutò riconducibili ai topi. Alle mani erano state amputate le dita.

“Ciao Robé!”

Il saluto lo sorprese alle spalle strappandolo dalle sue riflessioni e riportandolo nella strana atmosfera che aleggia attorno al ritrovamento di un corpo, uno strano mix tra l’emergenza e delle noiose pratiche da ufficio.

“Ciao Ciro”

Poliziotto della squadra mobile, ben più alto di Roberto, spalle larghe ereditate da una lunga carriera nel Judo, una fitta barba corvina ben tenuta, forte accento Napoletano e un’amicizia con Roberto nata nel bar di Mario ormai troppo tempo addietro per riuscire ancora a datarla.

“Utile il mio consiglio?” chiese a Roberto con un tono che chiunque avrebbe considerato inadatto davanti ad un cadavere.

“Direi di sì. Sappiamo già chi è?”

“No, niente documenti”

“Deve essere un’infermiera, dov’è il tesserino?”

“Lo stiamo cercando, come stiamo cercando le dita, le scarpe e qualsiasi cosa una persona normale porterebbe con se”

“Una rapina finita male?”

“E le ha staccato le dita?”

Roberto incassò l’ovvia obiezione mentre il suo sguardo si soffermava sui palmi tronchi della vittima.

“Roby, capisco che sia mattina, ma svegliati. Siamo in inverno e non ci sono ospedali vicini. Cosa diavolo ci fa vestita così?” Ciro scosse la testa “Santa madre, non ha nemmeno le calze questa poveraccia” detto questo si accucciò al fianco del braccio sinistro della vittima “E guarda” indicò un piccolo punto più scuro sulla parte più interna del gomito “Si è bucata, è per questo che ti ho chiamato”

Ilhaam salutò Nadia appena fuori dall’androne della scuola e la osservò mentre correva verso le sue amichette trascinandosi dietro se la cartella come un trolley, Chiara era tra loro.

Diana non c’era.

Un vento gelido spazzava la via.

Il secco suono del chiavistello avvertì Diana che la porta era stata sbloccata. La superò ritrovandosi in una piccola corte con al centro un pozzo in pietra, i cinque piani del palazzo che la circondava si lanciavano verso l’alto in un’austera eleganza di un’epoca ormai passata, lasciando intravvedere solo un piccolo pezzo di cielo di un grigio uniforme.

“Venga”

La voce proveniva dall’angolo dietro di lei e sulla sinistra dove, a tenere aperta una piccola porta in cima a tre scalini in pietra, vi era un tozzo ometto con occhiali fuori moda dagli anni ottanta e i capelli tirati all’indietro. Diana lo raggiunse e lui la invitò ad entrare. Si ritrovarono in un stanza quadrata di un verde pisello quasi fastidioso e con il pavimento in linoleum, sette sedie erano poste in linea sul lato opposto all’ingresso, al centro delle due pareti laterali vi era un’anonima porta bianca. Nel complesso a Diana ricordava molto la sala d’attesa di uno studio dentistico. Annusò con attenzione, sì, ne aveva anche l’odore.

“Benvenuta, io sono Alberto, diciamo il portinaio di questo posto”

“Piacere Diana”

Si strinsero la mano e, dopo qualche secondo di imbarazzante silenzio, Alberto la invitò ad oltrepassare la porta alla loro destra. Si ritrovarono in un corridoio con gli stessi colori della stanza precedente, sulla loro destra le finestre che davano sulla corte centrale e sulla sinistra una fila di anonime porte che si ripetevano ad intervalli regolari.

“Questo è il piano terra” iniziò a spiegare Alberto “Vari archivi ed uffici. Questo è il mio” disse indicando goffamente la porta dietro di lui “Se vuoi un caffè decente non hai che da chiedere”

Diana non si scompose, non rispose e non si mosse.

Alberto forzò un colpo di tosse e continuò.

“Come vede non è come lo si immagina dal cortile, tutte le vecchie pareti sono state coperte da pannelli in cartongesso lavabile, anche le finestre dentro sono più piccole, così si risparmia un po’ sul riscaldamento. Ora mi segua”

Alberto la condusse lungo il corridoio illuminato da un’ordinata fila di lampade al neon. Diana ebbe modo nel tragitto di notare la sua zoppia e di come questa lo obbligasse a trascinare il piede destro. Giunti dove il corridoio voltava a destra, si trovarono davanti le porte scorrevoli di un ascensore simile a quello degli ospedali. Vi salirono. Alberto selezionò il secondo piano ed iniziò la lenta ascesa, durante la quale Diana non poté fare a meno di notare come al fianco della T non vi fosse un tasto, ma bensì una piccola serratura.

“Tutti noi abbiamo armadietti e spogliatoi nel piano dove lavoriamo, lei li ha al secondo dove c’è la mensa” la informò Alberto un secondo prima che un suono acuto li avvisasse che erano giunti a destinazione.

Le porte si aprirono, davanti a Diana comparve una grande sala con innumerevoli tavoli già apparecchiati con tovaglioli e posate usa e getta.

“Non si preoccupi, la sala viene preparata durante la notte mentre i ragazzi dormono”

“Dove sono adesso?”

Alberto estrasse il cellulare dalla tasca e controllò l’ora “Al piano superiore, quello con bagni e docce. Sopra di esso c’è il dormitorio, sotto di noi la scuola e le palestre. È tutto fatto in modo che i ragazzi non debbano mai fare più di un piano durante la giornata e che non possano scappare, è per questo che per il piano terra c’è la chiave”

“Sembra una prigione”

“Non lo è, serve a plasmarli in modo che entrino nel nostro tessuto sociale, o almeno così mi hanno detto. In tutta onestà non credo che funzionerà, insomma, se a casa loro stanno come stanno ci sarà un motivo, magari è la loro natura. Comunque non mi importa, mi pagano, a me va bene così. Poi io non li vedo neanche mai questi negretti” fece spallucce “Ora mi segua, le faccio vedere dove sono gli spogliatoi”

I due ripresero a camminare, Alberto guidava sempre con il suo andamento zoppicante.

Lo spogliatoio odorava di pulizia recente, i muri erano coperti da armadietti bianchi sui quali c’era una targhetta con il nome corrispondente al proprietario, ovviamente tranne che sul suo, Alberto aveva comunque precisato che avrebbe provveduto entro l’indomani mattina.

Diana aprì l’ armadietto e ne osservò il contenuto: due croc bianche, pantaloni e camicia verdino.

Mi vestono come un’infermiera per lavorare in cucina.

Sullo scomparto più alto dell’armadietto vi era una scatoletta di guanti in lattice usa e getta, Diana la prese e la mise in borsa, poi la sostituì con la sua.

Si accarezzò la coscia all’altezza della tasca dei pantaloni, sentì la lettera scricchiolarle sotto le dita.

Perché io?Perché ora?

La radio partì automaticamente alle nove del mattino. Marco aprì lentamente gli occhi, le parole dello speaker gli rimbalzavano in testa procurandogli un forte dolore. Aveva la vista annebbiata, sbatté un paio di volte le palpebre, la situazione migliorò a sinistra ma a destra rimase pressoché invariata. Si passò la lingua sulle labbra, sentì distintamente i segni della lotta.

“Maledetta negra. Come ho fatto ad essere così stupido?”

Provò a mettersi seduto. Non ci riuscì e ricadde pesantemente sul materasso. Gli ci vollero altri dieci minuti e dolori diffusi per riuscire a sedersi sul bordo del letto. La vista non era migliorata. Si accarezzò il viso, la pelle era irregolare a causa delle numerose abrasioni ed era ancora gonfio attorno all’occhio sinistro.

Stupido!

Portò lo sguardo sul comodino, non gli piaceva, l’aveva lasciato scegliere a Diana quando si trasferirono dopo il matrimonio. Il suo scopo recondito era ottenere in cambio carta bianca sul letto. Il letto deve essere funzionale, meglio che lo scelga io

Purtroppo con gli anni si rese conto di quanto anche lui possedesse un suo gusto estetico riguardo ai comodini, li preferiva semplici e dalle linee definite, si rese conto anche di avere una particolare predilezione per i modelli color legno, magari provvisti di un paio di cassetti per calze e mutande. Insomma tutto ciò che non era quello scelto da Diana, una specie di tavolino bianco dalle gambe arcuate sulle quali erano incise delle spire che ogni tanto si perdevano in degli incomprensibili riccioli. Ovviamente senza cassetti. Se il primo periodo tentò di farselo piacere consolandosi con la comodità del suo letto, ormai vi aveva rinunciato, arrivando ad avere l’assoluta certezza che l’unico posto degno di quell’inutile spreco di legname fosse un bel falò.

Questo era ciò che pensava ogni mattina osservando quell’affronto al buon gusto, ma quella mattina tutta la sua attenzione era rivolta a ciò che vi era appoggiato sopra. Un piccolo auricolare bluetooth, uno solo.

Serie: I Cavalieri del Caos
  • Episodio 1: Il Fattore Debole
  • Episodio 2: 4
  • Episodio 3: Imprevisti
  • Episodio 4: Finalmente Un Sorriso
  • Episodio 5: Domande
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    Commenti

    1. Alice Corradini

      Ho appena scoperto questa serie e devo dire che mi sta incuriosendo, mi piace questo genere, e sono curiosa di leggere il seguito per vedere a cosa porta. Apprezzo che non sia sceso in dettagli minuziosi nella scena del ritrovamento del cadavere, come molti fanno per fare scena. Molto bravo!