Domani compreremo del miele selvatico

Se le cose andassero come vorremmo, potremmo scriverci un destino su misura, sebbene il verso sbagliato sia il verso preferito da tanti.

Il paradiso ci ha già chiuso le porte in faccia una volta; ma è giusto così: molti di noi meritano soltanto le briciole, molti di noi sono attori mediocri che recitano in un capolavoro assoluto come la vita.

Così ridiamo nel vedere stelle scomparire per sempre o proviamo invidia nel vederle nascere. No! Non siamo noi gli apostoli, ma vetrine abbaglianti e manichini sorridenti vestiti da sposa. Per strada camminiamo innocenti. I vincenti non ritornano che per pochi istanti. Barattiamo l’età dell’oro con metallo di scarso valore, come i trenta denari, un compenso da pezzenti per avere eliminato il Figlio del Boss, ma per un miserabile è già qualcosa. Scritte di vernice sopra una lastra di cemento recitano: “mi dispiace ma non c’è nulla che io possa fare per te e …” esistono la luce e le tenebre; tutto dipende da noi.

Questa è una città come tante. Le persone si fanno i fatti loro. Puoi dire cose interessanti che nessuno ascolterà. Io sono uno di quelli che ascolta, ma che poi dimentica facilmente. I volti, i nomi, gli anniversari le vecchie glorie. Molti di me sono dentro di me proprio per questo. Per aiutarmi. Alcuni di loro li detesto; sono quelli che hanno sempre ragione. Altri, invece, parlo di quelli che mi fanno sprofondare sempre più in basso. Sono quelli di me a cui sono più legato. Alcuni hanno sempre il coltello a portata di mano, spesso si ribellano, tagliandomi a fette.

La pioggia conferma le previsioni del meteo. Alcuni non stanno con nessuno, altri scaricano il seme nelle fogne di periferia…

Quel giorno passeggiai più del solito. Il tramonto era in strade mai viste. Sfumature cobalto scivolavano sui vetri delle finestre. Quante finestre! Io, a volte, guardo gli edifici col naso all’insù, dal basso verso l’alto, come un traditore condannato al girone più infimo dell’inferno. Il vento autunnale è un brivido.

Un uomo in un vicolo manipola plastica con la carne lunga della sue mani. Continua, ininterrottamente ad intrecciare fascette colorate, mentre il suo respiro diventa pesante. “Dobbiamo andare”. Settembre è iniziato come settembre l’altro e le prime foglie abbandonano gli alberi. Forse due di loro raggiungeranno il mare.

All’angolo di una strada sempre poco illuminata c’è un barbone. Dice a tutti i passanti che lui è figlio di … ma nessuno gli crede. E’ cieco, dice che i suoi occhi, un tempo, erano verdi come l’acqua del fiume che scorre tra le gole profonde della faccia nascosta della luna. “Quando le api spariranno, tutto finirà …”. Questa volta lo superai senza lasciargli niente. Discutevo animatamente, in silenzio, con tutti i miei me stesso, attraversando schiere di persone. Parlavamo del futuro. Ridevo di me e mi disperavo. Gli altri me ridevano di me e si disperavano allo stesso modo.

Mi fermai a guardare un adolescente che cercava di farsi passare il cane tra le gambe. Una donna si fece il segno e svoltò. Comprai la bambola che Psiche desiderava tanto e continuai a camminare, costeggiando i muri del centro. La piazza aveva tante gole e in ognuna avveniva la deglutizione del mondo. Comprai il giornale. La stampa è orchestrata in modo geniale: convincere il lettore ad accettare i nuovi conflitti per disciplinare il caos. La confusione aumenta le vendite ed il gioco è fatto. Mi ero riproposto di salutare un vecchio pazzo che conosceva cose antiche di questo mondo. Questi abitava in una di quelle strade dove le schiere di emarginati vengono ammassate come in una riserva di abiurati. Le loro case ricordano tempi migliori, di quando c’erano le carrozze con finiture d’oro tirate da pariglie di cavalli bardati a festa. Entrai in un portone basso e ferroso. Attraversai l’androne. Lo trovai seduto davanti al suo abitacolo. Mi sedetti accanto a lui. Guardava in su pregando, a volte sussurrando versi poetici. Gli chiesi cosa sarebbe stato di me. “Essere se stessi, non vuol dire migliore. Essere se stessi può significare farsi dei nemici. Ascolta tutti coloro che dentro di te hanno qualcosa di veramente importante da dire e poi decidi”. Tacque e continuò a parlare dentro di sé; poi mi disse di lanciare tre monete uguali in aria, per tre volte di seguito, disegnò su carta gialla un simbolo fatto di sei linee intere e spezzate e disse: “Questo è il Pi. Il suo segno nucleare è costituito da Kenn sopra e Khunn sotto. Rappresenta l’unione. Significa: Unificare reca salute. Se possiedi costanza e perseveranza, allora non c’è macchia. Colui che tarda troppo arreca sciagura. Unificare significa aiuto reciproco. Coloro che stanno sotto sono devoti ed obbedienti al padrone”. Non aggiunse altro e non mi aiutò a decifrare le parole strambe che aveva recitato. Gli lasciai alcune monete e andai a casa.

La vita è un sali e scendi.

La vita è un salto nel vuoto.

Di certo ci capita di andare a mille all’ora anche con il freno tirato. E capita anche di prendere alla leggera le cose che contano davvero ed, invece, ci scanniamo per una goccia di profumo che evapora per errore. “Voglio dirvi una sola cosa” disse uno di me “noi non possiamo cadere in un burrone senza fare nulla per evitarlo”. Quelli più vicini al precipizio, parlo di quelli che volevano farla finita subito, si fermarono di colpo ad ascoltare e, dopo essersi consultati, lasciarono perdere. Per il momento. Per una volta, eravamo tutti d’accordo.

Il mio lavoro riempiva una 24-ore e le mie aspirazioni.

Cercavo me stesso, vendevo me stesso(e tutti quelli come me), compravo gli altri con un sorriso, una stretta di mano, l’inganno o l’attitudine: “Questo è un omaggio che diamo soltanto ai nostri clienti migliori e lei è tra questi …”. Mi sentivo affascinante, empatico ed in perfetta forma. Le cose accadevano così come dovevano e per quanto riguarda le occasioni bastava cercarle o crearle, non era difficile, almeno per me. Nessun problema se il clima era impietoso: caldo, freddo, pioggia; ci si adatta a tutto. La pioggia bagna, lava, disseta; ti fa desiderare finestre chiuse da attraversare coi pensieri, sperando di indovinare il futuro prossimo. C’è sempre un filo di tensione che lega tutte le note e, per dirla tutta, c’è che sei vecchio, andato, fuori moda, avanti un altro. “Facciamo spazio al nuovo”. Messo da parte come un oggetto di nessun valore. Il mondo si aggiorna, rimanendo lo stesso. A 17 anni avevo i capelli ricci che andavano all’insù… mi svegliavo e credevo che la vita fosse eterna. Amici, ragazze, promesse, rituali giovanili. Nessun rimorso e pochi rimpianti. Mia nonna mi diceva che la vita è una grande avventura. Quante volte me lo ha ripetuto! Un giorno mi disse: “la vita è stata una grande avventura”. Quel giorno capii che non ci saremo più rivisti. La mia prima grande perdita. Poi venne il turno di mio padre, cui seguì quello di mia madre. Anche gli Dei muoiono.

“Ciao, da quanto tempo! Anche tu qui”? Era un vecchio amico, se così si possono definire due che, nella vita, avevano sempre cercato di annientarsi vicendevolmente, in più di una occasione. Ma faceva parte del nostro passato di venditori, colpa della concorrenza e di regole non scritte. Mi si sedette accanto. Ordinò anche per me un bicchiere del migliore. Aveva la pelle fresca, senza segni di lotte recenti. Armò un sorriso ed iniziò a parlarmi di lui. Ascoltai attentamente: la carriera rovinata dalle chiacchiere malevoli dei colleghi, il matrimonio finito chissà dove e debiti da pagare.

Poi la svolta. Un nuovo lavoro, ben pagato, facile: “Ho comprato una sportiva decappottabile e tu”? Gli parlai di me, francamente. Non avevo cose di cui vantarmi, non mi andava di inventare, le mie ultime vittorie erano datate, così caddi nel patetico. Mentre mi prostravo, leggevo nei suoi occhi una sadica soddisfazione, ma anche un senso di miserevole compassione. Mi lasciò finire. Restammo in silenzio. Bevemmo. Infine disse: “Ho qualcosa per te, non subito, però … se si incastrano alcune situazioni … lasciami il tuo numero … più si che no … diciamo 60 su cento … forse qualcosa in più … lascia fare a me”. Mi strinse la mano. Andò via stretto ad una che ci sapeva fare.

Dunque, tutti nasciamo con un “vengo” e con un “parto”. Il mio riparo è stato sempre un ombrello intessuto di sogni. Ultimamente mi è capitato di sognare tutti quei sogni che non sono mai riuscito a realizzare. Cammino per strada tra l’indifferenza. Eppure siamo animali che parlano, pensano, piangono. Ci sono esseri umani che venderebbero ciò che hanno di più caro per una breve vacanza da sogno, spiagge dorate, pelle dorata, palme con frutti dorati. Questa è l’epoca dei cercherò e troverò. Ho cercato nei posti già razziati da altri e nel mezzo del cammino ho sbagliato strada… continua

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Discussioni

  1. L’ho letto con molta attenzione senza desiderare di arrivare presto al fondo. Questo racconto ha un retrogusto filosofico pessimista di quelli che ti spingono a dire: ” cavolo quante volte ho sognato quello che sognavo di avere” 🤔 molto interessante. Aspetto il seguito

  2. L’ho letto con molta attenzione senza desiderare di arrivare presto al fondo. Questo racconto ha un retrogusto filosofico pessimista di quelli che ti spingono a dire: ” cavolo quante volte ho sognato quello che sognavo di avere” 🤔 molto interessante.

  3. Questa sorta di manifesto mi ha ricordato l’ardore e la rivalsa spirituale proclamate dai Beat, Gregory Corso in testa, il quale sosteneva di essere l’unica prova vivente del fatto che l’uomo sia dotato di anima. Preso a sè ha una sua energia, che secondo me potrebbe incidere maggiormente con qualche taglio qua e la