Don Josè
Serie: Una rete
- Episodio 1: Don Josè
STAGIONE 1
«La porta» disse Don Josè «è un posto molto piccolo che ha una importanza troppo grande. Non può essere tutto lì.»
«Tutto lì cosa?» gli domandai.
«Il calcio» rispose. «Uno manda un pallone in porta e succede un pandemonio. Non può essere. Non può bastare.»
Non lo capivo, dico la verità, ma la sconfinata ammirazione che avevo per lui mi spingeva a non sottovalutare mai le sue parole, anche le più strane.
«Però» dissi «se la porta fosse troppo larga, chiunque riuscirebbe a fare rete. Non ci sarebbe più gusto. Non servirebbe diventare bravi.»
Don Josè si alzò in piedi. Sistemò il pallone come un punto fermo sul disco del rigore, fece un passo indietro e, con tutta intenzione, lo spedì vigorosamente tre metri sopra la traversa. Il suono grave dell’impatto fra la scarpa e la gomma mi diede lo stesso brivido di ogni volta.
«Ecco» disse «secondo te , dov’è ora il pallone?»
Era una domanda oziosa. La sfera stava rimbalzando nello spazio fra la porta e gli spalti, dove finiscono tutti i palloni che non vanno a rete.
Corsi a riprenderlo e glielo riportai palleggiando alla grande, senza mai fargli toccare terra. Con l’ultimo calcio lo spedii verso di lui proprio all’altezza giusta perché lo prendesse al volo, stringendolo al petto.
Beh, sì, ero forte, e mi aspettavo qualche complimento.
Don Josè, invece, mi guardò senza cambiare espressione. Stava pensando ad altro.
«Dov’era ?» mi chiese col pallone sotto al braccio, nella posa classica dei portieri.
«Cosa?»
«Il pallone. Dov’era?»
«Dove vuoi che fosse? Era fuori. Era lì dove l’hai mandato.»
Don Josè abbassò più volte la testa come se avessi scoperto una grande verità.
«Esatto» disse «era fuori. E’ proprio lì che finiscono la maggior parte dei palloni. Fuori.»
Su questo aveva ragione, certo. Solo una piccola parte dei tiri in porta, rigori compresi, vanno a segno. Gli altri finiscono fuori. E’ lo spirito del gioco, in fondo.
«È lo spirito del gioco» dissi.
«È di più« disse Don Josè. «E’ il destino dei palloni. Su dieci tiri, almeno sei finiscono fuori. Sembra che è proprio lì che i palloni vogliono andare. Forse è questo il loro desiderio più profondo».
«E sarebbe?»
«Andarsene liberi per il mondo. Evitare di farsi catturare dalla rete.»
***
Don Josè – voglio chiarire – non era un prete. Don era il nome e Josè il cognome. I suoi genitori erano stati benedetti dal genio della brevità. Io lo invidiavo. I miei non avevano avuto la stessa sorte, né la stessa fortuna. Mi chiamavo Antongiulio Lo Cascio Berardinetti, un nome forse adatto per un telecronista, ma del tutto fuori scala per quel fuoriclasse del pallone che volevo diventare.
Ai suoi tempi, Don Josè era stato un portiere famoso e aveva militato in squadre leggendarie delle quali, per rispetto, non voglio dire i nomi. Insomma, roba grossa.
Poi, durante un allenamento, era atterrato su ginocchio e gli si erano rotti tutti gli elastici interni. Questo era successo quasi trentacinque anni prima, quando Don Josè di anni ne aveva venticinque e i miei si dovevano ancora conoscere. Mi aveva raccontato questa storia una sola volta. Io ero andato a cercarmi vecchi giornali e riviste sportive, ma di lui non c’era traccia da nessuna parte. Dimenticato, sparito, fuori per sempre.
Adesso allenava per divertimento piccole squadre di quartiere come la nostra, la Dinamo Cosmos, fatta di ragazzini che avevano in testa solo il pallone. Oltre al cervello, è chiaro. Eravamo terzi in classifica a metà del torneo e Don Josè, quell’anno, sperava per il meglio.
***
«Allora» dissi «secondo te il calcio è tutto sbagliato.»
«Ma no» rispose Don Josè «non tutto. Quello che voglio dire è che bisognerebbe smetterla di disprezzare i palloni che non vanno in porta.»
Il cielo era chiuso fin dalla mattina e cominciò a piovere sull’erba a grosse gocce staccate.
«E cosa si dovrebbe fare?» gli chiesi.
Don Josè si tirò sulla testa il cappuccio della giacca a vento.
«Seguirli» rispose.
***
Quel pomeriggio tornai a casa con le idee confuse. Io giocavo in attacco e lo specchio della porta era il centro del mondo e l’oggetto del mio più intenso desiderio. Non potevo pensare a una cosa diversa. Il calcio era quello o niente.
Mio padre era davanti al televisore a guardare Juve-Milan in differita. Finì sullo zero a zero e mio padre si alzò scontento. Se non c’erano reti si annoiava.
«Con quello che li pagano» bofonchiò «potrebbero anche sprecarsi un po’ di più.»
«Senti» gli dissi «oggi Don Josè mi ha fatto un discorso strano.
E gli raccontai della faccenda della porta e dei palloni che volevano andarsene in giro per conto loro e che bisognava seguirli.
«Bella roba» commentò mio padre alla fine. «Mi sa che Don Josè sta diventando troppo vecchio. Sarebbe come se io ti dicessi che i brutti voti sono una bella cosa.»
«Cioè?» domandai.
«Cioè cioè» disse mio padre spazientito. «Antongiulio, se uno imbrocca la rete è come se prende dieci al compito in classe. Se sbaglia, ha preso cinque, o meno. E’ uguale, secondo te?»
Non era uguale, certo. Vista in quel modo, non c’era nulla da replicare. E poi, era meglio tenersi alla larga dall’argomento voti.
Eppure, quello che mi aveva detto Don Josè continuava a girarmi in testa. Era assurdo, sì, dal punto di vista calcistico era assurdo. Però…ecco, solo però.
Andai in camera mia a cambiarmi. Dalla finestra si vedeva il campo deserto, con l’erba che diventava scura sotto la pioggia. Guardai verso la porta, quella dove aveva tirato, mancandola, Don Josè. La rete pendeva afflosciata e i pali e la traversa sembravano tristi e stanchi. Dietro c’erano le cinque fila dei posti a sedere della curva. Ancora più dietro, ricominciava il quartiere, poi la città, poi il mondo. Era tutto grigio.
Mi venne in mente di colpo che il giorno dopo c’era geografia e che dovevo ancora finire di ripetere l’Europa del nord.
Serie: Una rete
- Episodio 1: Don Josè
Mi è piaciuto molto il modo in cui, partendo da qualcosa di semplice e concreto come un pallone che finisce fuori, il racconto apre quasi senza accorgersene una riflessione molto più ampia sul successo, sul fallimento e soprattutto sulla libertà.
Sei riuscito a creare con Don Josè un personaggio bellissimo. Lui dice cose apparentemente assurde che però continuano a lavorare nella testa di Antongiulio e, ammetto, anche di chi legge.
La tua scrittura è limpida e molto ben dosata. I dialoghi scorrono, l’ironia alleggerisce senza togliere profondità e le immagini non sono mai forzate.
Bello il finale, con il mondo che ricomincia dietro la porta, come se il pallone “fuori” avesse appena iniziato il suo viaggio. Sono curiosa di leggere il seguito 🙂
“«Andarsene liberi per il mondo. Evitare di farsi catturare dalla rete.»”
Interessante il discorso di Don José. Guarda, se riesci a farmi leggere una storia sul calcio…
Grazie, Marco. Io stesso non mi intendo affatto di calcio, Quando scrissi questo racconto- ormai molti anni fa – mi fu necessario documentarmi. In ogni caso, se avrai la pazienza di seguire il resto (un paio di puntate, credo) vedrai che non si parla propriamente di calcio. Grazie ancora.