Dopo il ritorno (terza parte)
Serie: Morti
- Episodio 1: Le mandava segnali
- Episodio 2: Dopo il ritorno (prima parte)
- Episodio 3: Dopo il ritorno (seconda parte)
- Episodio 4: Dopo il ritorno (terza parte)
STAGIONE 1
Penni voleva fare il cambio di stagione e Cori si era messo ad aiutarla. Non aveva bevuto niente, perché il sabato Penni non andava al lavoro Lei tirava fuori uno alla volta gli abiti invernali e lui, in piedi sulla scala, li appendeva alla sbarra d’ottone al secondo piano dell’armadio. Penni aveva steso sul letto i vestiti più leggeri, per la primavera e l’estate, e accanto c’era la scatola con gli abiti estivi di Giobbi. Giobbi non aveva abiti invernali, perché era cresciuto e quelli dell’anno prima gli andavano corti ed erano rimasti nell’altra casa. Avevano quasi finito quando Cori si accorse, guardando in basso, che Penni non era più nella stanza. Scese dalla scala.
«Penni» chiamò.
Lei si fece sentire dalla cucina. Aveva tirato giù il piano del tavolo e stava impastando qualcosa. Quattro uova ancora intere oscillavano appena accanto al mucchietto di farina.
«Ma non finiamo di là ?» le chiese.
«Abbiamo tempo, non è mica così urgente» disse Penni guardando nella farina. «Ho pensato che era meglio se prima facevo la torta.»
Cori si mise seduto dietro la tavola a guardarla mentre lavorava. Accese una sigaretta e sospirò, col fumo che si spandeva nella cucina. Erano quindici giorni che non scriveva. Aveva passato quasi tutto il tempo a fumare dietro la macchina da scrivere, imperterrito e sterile. E si sentiva stanco come se avesse spalato carbone dalla mattina alla sera per tutto l’inverno. Ma in quel momento gli sembrava futile la stessa idea di voler scrivere, quasi fosse la vita di un altro e non la sua ad essere in gioco.
«Penni» le disse «e se mi trovassi un lavoro?»
«Ce l’hai già un lavoro» rispose lei sorridendogli con gli occhi sul viso «sei uno scrittore.»
«Certo, come no» fece Cori «uno scrittore di pagine bianche.»
Ma poi sentì chiaro che non era di quello che voleva parlare. Lo scrivere era stupido, era una cosa lontana, come una specie di sbronza dura a passare durante la quale hai fatto cose di cui poi ti vergogni. Adesso è sobrio e non prova, almeno in questo momento, né freddo né troppo dolore. Lei stava preparando la torta di compleanno.
«Bene» Cori si alza in piedi «con questa intanto la piantiamo subito.»
Prende la farina e le uova, tutto quanto, e le butta nel secchio. La farina cade sul pavimento e un bel po’ ne rimane sulla tavola, ma il più è andato.
«Ma perché?» si mette a strillare Penni con le mani nel grembiule. «Lo sapevi che volevo fare le torta, te l’avevo detto il mese scorso» e si mette a piangere» oggi è il suo compleanno» e si mette a piangere lì in piedi dietro al tavolo.
«Penni» dice Cori «non è il suo compleanno. Era il suo compleanno. Sarebbe stato il suo compleanno. Poteva essere il suo compleanno. Giobbi è morto.»
E subito dopo si sente un infame perché ha provato sollievo nel dire quelle parole.
Gli viene voglia di bere ma pensa che è meglio di no, ormai ha cominciato e vuole andare fino in fondo, fino a un possibile fondo, poi andò in soggiorno e tirò un sorso direttamente dalla bottiglia.
Penni era corsa via si era chiusa nel bagno. Lui lascia la bottiglia sopra il mobile e la segue quasi correndo.
«Penni» dice ad alta voce scuotendo la maniglia «Penni apri.»
Dall’interno viene il suono di qualcosa che va in mille pezzi. Poi un rumore sordo e più forte e un tonfo metallico sul pavimento. Lui sente le gambe che gli diventavano molli e una bolla di calore sopra le clavicole, come quando hai corso troppo. Ma picchia duro sulla porta.
«Penni apri» grida «apri e parliamo di questa cosa.»
Fa ancora il gesto di colpire, ma lascia perdere e torna in soggiorno. La bottiglia lo attira terribilmente, e non riesce a trovare un motivo per non darci dentro come una volta. Beve due lunghi sorsi. Ma è come bere acqua.
Si svegliò in piena notte con l’affanno. Penni dormiva emettendo un leggero ronzio. Si liberò dalle coperte e corse in soggiorno a spalancare le finestre. Respirò attraverso il naso ma la paura aumentava sempre e gli sembrava che il suo corpo scivolasse fuori da lui insieme all’aria. Cercò di concentrarsi sulla luce di un lampione, sul rombo lontano di un motore, sul freddo notturno del davanzale, ma ogni cosa a cui pensava gli entrava dentro e poi ne usciva portandosi dietro un pezzo di lui. Allora si aggrappò a Giobbi cercando sollievo nel dolore, ma neanche questo serve, Giobbi e il dolore gli appaiono come cose lontane e irreali, tutte a doppio senso, Giobbi ride di lui con la bocca aperta, il treno la campagna la trecentotredici sono assurdità inconcepibili, l’intero mondo del dolore e della nostalgia diventa una farsa dove però manca un personaggio e solo quando questo alla fine compare lui sta meglio. E sente caldo dentro e il cuore gli ritorna vivo ricordando lei.
Si vestì alla rinfusa e uscì di casa chiudendo con cautela la porta. Fuori faceva un bel fresco come in aprile, sembrava di stare in campagna. Camminò per due o tre isolati per il solo piacere di camminare, seguendo i marciapiede e voltando alle cantonate. Aveva piovuto e si stava bene. Quando arrivò alla piazza deserta sedette su una panchina di cemento. L’umido gli penetrò nei pantaloni, due altissimi lampioni alogeni illuminavano a giorno, e dopo tanto tempo gli riuscì di piangere davvero, e non era per Giobbi.
Serie: Morti
- Episodio 1: Le mandava segnali
- Episodio 2: Dopo il ritorno (prima parte)
- Episodio 3: Dopo il ritorno (seconda parte)
- Episodio 4: Dopo il ritorno (terza parte)
Ciao Francesca, in questo episodio i ruoli sembrano ribaltati ed è Cori ad apparire più lucido, anche se questo lo porta ad essere brutale. La scena della torta funziona molto bene.
C’è un po’ di confusione nei tempi verbali, non so se sia un effetto voluto.
Sono molto curiosa di leggere il finale.
“Respirò attraverso il naso ma la paura aumentava sempre e gli sembrava che il suo corpo scivolasse fuori da lui insieme all’aria. Cercò di concentrarsi sulla luce di un lampione, sul rombo lontano di un motore, sul freddo notturno del davanzale, ma ogni cosa a cui pensava gli entrava dentro e poi ne usciva portandosi dietro un pezzo di lui. ” È così quando ti aggrappi alle cose più semplici per sfuggire a un attacco di panico: perché, in fondo, è quello che vuoi. Per quanto riguarda Penni e Cori, se ho ben capito, sono arrivati al punto in cui il dolore li divide e lui rimpiange un amore lontano con cui avrebbe avuto un destino diverso? Sono curiosa di leggere il prossimo capitolo!
Sì, rimpiange un amore, ma soprattutto rimpiange di averlo avuto. Ho tentato una situazione estrema e non so se sono riuscita a renderla credibile. Se avrai la gentilezza di leggere l’ultima puntata mi dirai. Ti sono infinitamente grata della tua attenzione, Concetta, un abbraccio.
Io non trovo nulla di poco credibile nel tuo racconto. Di coppie che entrano in crisi per la perdita di un figlio ce ne sono tante, soprattutto quando vivono il dolore in modi diversi. Cori soffre moltissimo, ma la vita, purtroppo o per fortuna, va avanti e lui ha bisogno di aggrapparsi a qualcosa per riuscirci. A chi non è capitato, nei momenti difficili, di rifugiarsi nel passato? Questo non significa non amare la persona che ci è accanto. Comunque, non mancherò di leggere l’ultima puntata come mi hai chiesto. Grazie per la fiducia.
​Un caro saluto
Molto bello!
Grazie mille, Kenji.