
Dove l’uomo non osa.
Il Tirreno è profondo e molto buio. Te lo ripetono sempre ma te ne rendi davvero conto quanto ti trovi a novanta metri di profondità.
Mi sorprendo ogni volta io stesso, anche ora che l’ultima luce azzurrina sta svanendo sopra di me, inghiottita da decine di atmosfere d’acqua salata. Osservo il grande blu, che mi si impone davanti agli occhi e che mi fissa, mi sfida a non abbassare lo sguardo mentre la paura mi attraversa la schiena.
Si deve vederlo per capire, ti avvolge totalmente e ti inghiotte. L’unico collegamento col mondo è l’ombelicale che mi sostiene e risale fino alla Anteo, lì da dove gli incursori mi guidano.
Scendo come un cadavere nel grembo marino e l’oscurità mi avvolge totalmente. Nero tutto attorno, freddo intenso alle membra, silenzio assoluto. Posso sentire i battiti del mio cuore come lo avessi in mano, avverto ogni schiocco delle articolazioni e delle ossa, percepisco il flusso dell’aria che mi gonfia i polmoni.
Una voce secca mi comunica la profondità.
– Cento metri, passo.
– Ricevuto, tutto OK, passo.
La mia stessa voce mi suona estranea. Continuo a scendere e quasi non me ne accorgo, vedo solo i fasci delle torce illuminare piccoli agglomerati organici che schizzano verso l’alto. Il cono di luce è lattiginoso e muore poco lontano, o almeno, così sembra.
La lancetta del profondimetro si muove alla velocità di quella delle ore, la stessa velocità di quella dell’ossigeno. La capsula di calce sodata nel circuito di ricircolo da all’aria che respiro un sapore amaro. La pressione fa gemere le giunzioni a tenuta stagna della tuta, suoni impercettibili a chiunque tranne che a un palombaro. Avverto la tensione che si accumula sullo scafandro, la sento premere con forza nei punti più deboli e mi chiedo se ho fatto tutto bene.
Un singolo errore, la minima falla, un’impercettibile perdita sarebbe fatale a questo punto. L’ombelicale si trasforma rapidamente in un filo di ragnatela mentre io assomiglio sempre più ad un cristallo sottile sospeso nel vuoto.
– Duecento metri, passo.
– Ricevuto, tutto OK, passo.
L’obbiettivo è vicino e anche se non lo vedo, so esattamente dove si trova. Rimando a memoria tutti i dettagli della missione e vedo le immagini del peschereccio ribaltato sul fondo. Conosco ogni avvallamento del fondale ed ogni roccia, ogni rottame ed ogni piega della sabbia. Ho svolto questa missione decine di volte prima di scendere, adesso devo solo ripetere ogni movimento.
Mi sorprende un’oscillazione, lo scafandro viene spinto di lato per un paio di secondi poi più niente. Non è una corrente marina, non ce ne sono a queste profondità, abbiamo controllato molto bene.
Mi volto lentamente utilizzando i motori montati sulla schiena, faccio un giro completo e non vedo nulla. Non mi aspettavo niente di diverso, ma la paura che mi attanaglia da quando ho lasciato la luce si intensifica. Sento una goccia di sudore colarmi lungo il collo, devo calmarmi.
La paura è tutto ciò che ti tiene in vita a queste profondità, quando fai questo lavoro è ciò che ti fa sopravvivere. Imparare a convivere con il terrore, abbracciarlo e diventargli fratello è il primo passo per diventare palombari. Oscurità, paura, morte, dolore, solitudine, pressione, freddo, sono tutte componenti fondamentali di un palombaro, ti entrano nelle ossa.
Sento il cuore che accelera di qualche battito, un paio al minuto in più, un paio di troppo. Chiudo gli occhi e regolo il respiro, rilasso le membra, sprofondo nel nero e mi calmo.
– Trecento metri, obbiettivo a quindici metri, passo.
– Ricevuto, tutto OK, obbiettivo a quindici metri, pronto al fondo, passo.
Sotto di me non c’è nulla, poi dall’oscurità sale un’immensa forma aliena e senza nome. L’aspetto butterato del fondale è orrendo. Lo scafandro lo tocca sollevando una piccola nube di sabbia simile a polvere che mi avvolge, il cono di luce la illumina assieme ad uno spicchio di fondale.
– Fondo raggiunto, mi dirigo verso l’obbiettivo, due minuti, passo.
– Ricevuto, due minuti, passo.
Mi volto d’istinto verso il relitto che so essere trentacinque metri a nord-est rispetto alla mia posizione. Avanzo lentamente riconoscendo ogni formazione, scrutando le geometrie viscide del fondo. Il rumore della sabbia e dei sassi che strusciano contro le suole metalliche della tuta mi rilassa, è un suono lontano e secco, abissale. D’un tratto qualcosa mi strattona violentemente dall’alto sollevandomi dal fondale.
Mi irrigidisco e aspetto, poi lentamente ricado riverso sulla schiena, la torcia illumina verso l’alto dove una nube di polvere intorbidisce l’acqua nera. Ripercorro con la mente tutte le cause possibili e non ne trovo, un errore da parte dei miei fratelli sulla nave non è da prendere in considerazione.
Rimango immobile ed osservo gli indicatori fissati al braccio destro dello scafandro, tutto normale. Vedo l’ombelicale nell’acqua torbida muoversi in maniera strana, poi ne vedo ricadere l’estremità tranciata accanto a me. Il cuore comincia a correre mentre fisso il cavo d’acciaio dove sono avvolte le comunicazioni e le alimentazioni. Sono completamente segate e fosse stato un vecchio modello di tuta sarei già morto.
Ma tutto quello che mi legava alla nave e alla vita è stato spezzato. La radio è inutile adesso, sono solo. Sento fame d’aria e il cuore martellare, le membra mi tremano coperte di sudore, devo calmarmi.
Non riesco a concepire quello che è successo, ma è successo.
Con fatica manovro e mi tiro in piedi, davanti a me sorge la sagoma del peschereccio ribaltato. Controllo gli indicatori e vedo che ho ancora quattro ore d’aria, se smetto di consumarla inutilmente. Chiudo gli occhi e calmo il respiro, freno il cuore, rilasso i muscoli.
Quattro ore sono due in più di quelle che ci metteranno i miei fratelli per venirmi a prendere, e lo faranno sicuro come la morte. Senza il cavo del paranco non c’è speranza di risalire, trecentoventi chili di alluminio mi pesano sulle spalle inchiodandomi al fondo.
Avanzo a fatica e giro attorno allo scafo, arrivo al lato dove c’è un accesso alla cabina. Provo ad entrare nella falla per recuperare il corpo, l’unica ragione per cui sono sceso così a fondo, recuperare una spoglia e riportarla alla terra, forse è ancora possibile.
Mi avvicino abbastanza da toccare la vetroresina ma qualcosa mi blocca, girandomi vedo il moncone dell’ombelicale teso verso l’oscurità. Lo afferro con le pinze e provo a tirare ma non si muove, poi uno strattone mi fa cedere il braccio e mi costringere a fare un passo avanti.
Non capisco.
Un altro strattone mi tira ancora, poi la torcia illumina una forma inumana alla fine dell’ombelicale. Due chele mostruose tirano il cavo verso un corpo informe sostenuto da zampe ossute. Al di sopra due occhi bianchi e vacui galleggiano in un volto deforme e cadaverico, attorno lunghi arti di carne disfatta galleggiano fremendo scomposti.
Velocemente distacco l’ombelicale lascandolo alla creatura poi indietreggio più in fretta che posso. Una sensazione assoluta mi distrugge mentre vedo la cosa venirmi incontro sollevando le chele nerastre. Provo a scansarmi ma mi afferra una gamba facendo gemere l’alluminio dello scafandro, l’altra chela mi stringe alla testa graffiando il cristallo ad un palmo dalla mia faccia.
Sento gli stridii delle chele mentre mi strattona cercando di spezzarmi, poi vedo il volto informe avvicinarsi fino ad appoggiarsi al vetro. La bocca irta di denti aguzzi si apre facendo uscire una lingua segmentata sulla cui punta una piccola testa di insetto assaggia il cristallo. La lingua scende infilandosi nelle giunture e negli anfratti dello scafandro mentre il cuore mi martella spaccandomi il petto, poi rientra velocemente nella bocca.
Con uno strattone il mostro mi lascia cadere e passa oltre, lo vedo infilarsi nel relitto dalla falla e sparire all’interno. Rimango immobile mentre la mia mente vaga in luoghi oscuri.
Chiudo gli occhi e cerco di calmarmi. Una sensazione assoluta e tremenda mi stringe i nervi, mi squassa il cervello.
Passa un tempo interminabile poi vedo comparire una luce sopra di me, uno scafandro uguale al mio mi cala al fianco e mi raddrizza. Incontro il viso teso del capitano, poi vedo nel riflesso del suo cristallo il mio. Mi rendo conto di essere invecchiato e non mi riconosco. Il capitano mi fa dei cenni a cui rispondo automaticamente, poi fissa un cavo d’acciaio alla mia corazza.
Lo vedo voltarsi e andare verso il relitto, subito lo blocco afferrandolo con le pinze. Quando si volta gli faccio cenno di no, gli indico i graffi sul mio scafandro e lui capisce. Ci sono cose che non si possono dire, che non si possono raccontare. Lo vedo parlare alla radio e cominciamo a risalire tirati dagli argani della Anteo.
Il Tirreno è profondo e molto buio, lo capisci veramente a trecento metri sotto la superfice, quando il nero ti avvolge e la morte ti guarda negli occhi.
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ciao Silvio, davvero un bel racconto pieno di dettagli e atmosfera. Io ho un misto di terrore e fascino per le profondità marine e dalle cose che le abitano e mi hai proprio fatto scendere nel buio con il palombaro.
Bello, mi hai inchiodata alla poltrona…piccola curiosità: ma tu sei palombaro o hai amici palombari? Parli con cognizione di causa di cose e sensazioni non comuni…
Sono decisamente lontano dal mestiere di palombaro ma grazie comunque.
Bellissimo e claustrofobico questo racconto che mi ha tenuta col fiato sospeso fino al finale. Le profondità mi spaventano e leggendoti è come se mi fossi trovata là sotto al buio e senza ossigeno. “Posso sentire i battiti del mio cuore come lo avessi in mano”, parole da vero maestro.
Grazie dell’apprezzamento, sono contento che ti sia piaciuto.
Ciao Silvio, il tuo racconto mi ha portato là sotto. Ammetto di avere una certa paura della profondità e proprio per questo mi affascina e incuriosisce. Le tue descrizioni mi hanno regalato un’esperienza incredibile. Ho divorato il tuo racconto. Complimenti!
Gentilissimo, grazie.