
Dov’eri prima?
Nudi, uno di fronte all’altra, non si guardano. Hanno lasciato i vestiti a terra, come fossero una zavorra da cui liberarsi. Piccole rughe attorno agli occhi di lei, solchi nascosti sul viso di lui. Lo sguardo abbassato.
«Perché non mi guardi?»
«Perché non ne sono capace.»
La loro casa era senza fondamenta, costruita troppo in fretta. Oltre lo sguardo c’erano le colline, verdi distese che si srotolavano come tappeti all’orizzonte.
C’era stato un prima e un dopo di lei. Un prima e un dopo di lui che non aveva capito chi fosse quella donna che era entrata nella sua vita come un fiore oramai appassito, ancora da cogliere.
«Quante volte mi hai guardata veramente?»
«Forse mai. Come dovevo fare per vederti?»
«Non c’era un modo, c’era solamente il nostro modo. Che non abbiamo saputo trovare. Tu non mi hai mai vista, io non ti ho mai visto.»
Un velo di nostalgia scese su di lui. La nostalgia di quello che non avevano fatto insieme. Mille pensieri come un temporale spazzavano i ricordi. Non c’era luce, ci avevano provato. Quella era solo fuori, attorno, liquida come l’acqua. Calda come il fuoco. Accecante.
Ma dentro no.
«Chi siamo?»
Incapaci di costruire qualunque cosa. Il regalo che non si erano fatti.
Il tempo era ingiusto con loro. L’incontro tardivo aveva tagliato le ali di gabbiano ancora prima che quelle prendessero il volo. Sull’orlo della scogliera, a picco sull’oceano, non ne erano stati capaci.
Non si erano dati niente.
«Ti ho aperto la porta e non sei entrato.»
«Ti ho aperto le porte e non sei entrata.»
Restava polvere sulle loro mani, polvere sulle dita. Pulviscolo visibile alla luce del sole. Il vento che fischiava e se lo portava via lasciando pulite le mani.
Sembrava che potessero parlare con altro che con la loro voce, ma non ci erano riusciti perché avevano chiuso occhi e orecchie.
Fuori, all’orizzonte, ancora una volta lui vide le verdi colline, i fili d’erba mossi dal vento.
«In quale stagione siamo?» Le chiese.
«Non me lo ricordo», rispose lei. «Vorrei che fosse estate.»
Allora lui guardò meglio e si accorse che i fili d’erba verde erano diventati grano maturo, giallo e scosso dallo stesso vento. Provò ancora nostalgia. Di quando era un bambino fra le braccia della mamma. Sentì la forte stretta di lei. I loro cuori che battevano a contatto. Il sudore sulla fronte. Si ricordò della mamma come la più bella fra tutte le donne. Si ricordò il suo sorriso.
Trasportò il cuore nella campagna aperta, quando, con la piccola bicicletta ricevuta al compleanno, correva veloce fra i filari del grano, così alto da non vedere nulla ai lati. Solamente la strada di terra che si apriva davanti.
Pedalo forte, perché sono un bambino e non ho ancora paura. Vado e vado, la bici che corre, sento il rumore che fa perché ci ho messo le figurine dei calciatori fra i raggi. Sono un campione di motociclismo.
Ogni tanto giri la testa e capisci che se non pedali più forte gli amici ti raggiungono. Allora spingi sulle gambe e l’eccitazione arriva all’inguine. Non sei ancora pronto per la scoperta che non tarderà ad arrivare. Qualcuno fra i compagni già ne parla. Qualcuno è già diventato uomo, ma tu no. Ti va di restare ancora un po’ stretto nel calore di quelle braccia. Un attimo prima di perderlo.
Poi cresce e la bicicletta la ripone in un angolo. Troppe cose stavano accatastate in quel vecchio garage.
«Vuoi entrare nella casa nuova?»
«Non trovo la chiave. Dammi un indizio.»
«Non posso farlo.» Così lui rimane fuori da quella casa che avrebbero potuto provare a costruire insieme se fosse stato ancora il tempo di correre con le biciclette.
Non era più il tempo giusto per volare sopra le colline. Aveva scelto per la chiave un nascondiglio troppo difficile e lui si sentiva già stanco.
«Io ero la Terra che ruotava attorno a un Sole.» Silenzio.
«Adesso sono la terra che mette le radici. Quelle crescono forti e rigogliose e belle. Danno i germogli e i frutti colorati. Fuori.» Disse lei. «Dentro mi soffocano.»
«Dov’eri prima?»
«Non me lo ricordo.»
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Ho amato leggere questo racconto, mi ha fatto sentire tante emozioni diverse. Sei davvero bravissima!
A volte mi capita di farmi prendere così tanto da una canzone, come in questo caso, o anche da un quadro, un film, uno spettacolo teatrale e ritrovarmi con la fantasia che galoppa a mille e la necessità di ‘dire la mia in merito’ 🙂
Grazie Tatiana, di cuore.
Il primo, banalissimo (scusa!) commento è: “cavoli, come scrive bene Cristiana”.
Poi mi immergo nel racconto, e sento le emozioni, il terribile peso del non vissuto che prima o poi a tutti capita di dover sostenere, e lo avverto in tutta la sua gravità. Direi che il tuo scritto ha colpito nel segno.
Detto dal mio correttore di bozze preferito, diventa quel complimento che ti fa saltare dalla sedia e che poi te lo metti in tasca, ben custodito, e te lo guardi ogni tanto per tirarti su il morale 🙂
“Pedalo forte, perché sono un bambino e non ho ancora paura”
❤️
Bello sarebbe che i bambini non dovessero davvero avere mai paura 🙂
Davvero efficace questo tuo scritto, nel suo mistero delicato, generoso. Il tuo tocco è sempre lieve e insieme incisivo. Molto interessante la gestione delle dinamiche spazio-temporali, del senso costante di vuoto, della casa senza fondamenta, con tutta la sua architettura di non stato, di perduto… per poi dilatare la narrazione su più fronti e livelli. La corsa sulla bicicletta regalata per il compleanno, entrata in gioco con una straordinaria ellissi, o moto contrario del personaggio in bilico, rappresenta la modulazione ai toni lontani del tuo racconto. Si avverte l’aria sul viso, nei capelli, nella gola, oltre alla tensione latente di irrecuperabile che attraversa il paesaggio nella sua varietà. Le due ultime battute del finale, chiudono il cerchio aprendo il racconto a nuove geometrie, semmai liquide, in stile con l’atmosfera fluente di questo viaggio verso l’impossibilità insita in ogni resoconto permeato di speranza. L’apertura del finale è quindi una nuova strada a cielo aperto.
Mi piace molto. Il finale è suggestivo, ma resta un po’ sospeso. Potrebbe essere interessante chiudere con un’immagine più concreta o una frase che racchiuda il senso del loro viaggio emotivo, per lasciare il lettore con un’impressione più definita.
Sai, ti confesso che amo lasciare I finali sospesi, o, come piace dire a me, aperti. Mi piace che il lettore abbia l’occasione di immaginare per sé la sua giusta conclusione. L’ho fatto anche con il mio romanzo. A molti piace questa maniera di condurre un testo, altri ne restano magari spiazzati e vorrebbero sapere di più. A me, che sono una scrittrice egoista, piace così ☺️
A dirti la verità l’ho letto due volte da quanto mi è piaciuto; il tuo stile, le tue parole e il tuo modo di metterle insieme sono ingredienti che caratterizzano sempre in positivo i tuoi racconti. Bellissimo e molto emozionante
Ciao Giglio ☺️ un racconto di quelli che escono così, da soli. Non facilissimi da scrivere… Grazie, davvero
Vero, non sarà facilissimo ma riesci sempre a trasmettere emozioni
Commovente, ma allo stesso tempo straziante leggere di un uomo e una donna che (mi sembra di aver capito) si amano o si sono amati, ma sono incapaci di ascoltarsi.
Una situazione quotidiana per moltissime persone ma assolutamente non banale.
Scritto benissimo come sempre
Grazie Nicola ☺️ è vero, ho voluto raccontare una storia di incomprensione. Come dici tu, mai banale, e direi una delle principali cause di rottura all’interno di una coppia. L’incapacità di ascoltare. Un 🫂
L’inizio, quando essere soli di fronte al mondo è una felicità, e la fine, che se sei solo può essere insopportabile. Grazie per questo racconto che non dice troppo
Grazie a te Francesca per aver saputo leggere molto dove in effetti ho cercato di non dire troppo. Uno di quei testi fatti di parole che escono come un fiume e tu non le puoi fermare.
“Trasportò il cuore nella campagna aperta, quando, con la piccola bicicletta ricevuta al compleanno, correva veloce fra i filari del grano, così alto da non vedere nulla ai lati. Solamente la strada di terra che si apriva davanti.”
Questo è quello che non torna più, non accorgersi di nulla se non di noi stessi.
Commento bizzarro e che gradisco un sacco 🙂 I me cojoni ti ringraziano tantissimo. Un abbraccio D.
La prima cosa che ho pensato, da Scrittore, è stato “Me Cojoni” quando ho visto più di 2500 visualizzazioni! Chi ha il pane non ha i denti, quando ho superato le 115 visualizzazioni ho offerta una serata a Nettuno al mio migliore amico, che ora purtroppo non c’è più (è emigrato)… Moto delicato, profondo, sensuale, questo racconto mi ha colpito ma il “Me Cojoni” sulla prima riga di apertura, poco prima dell’ouverture del tuo brano, è qualcosa che ricorderò anche in terza età. Odio la politica ma dico: viva la politica!
Siamo universi unici. Un giorno qualcuno mi ha detto che nasciamo e moriamo soli, credo che nel mezzo spetti a noi la scelta. A chi aprire, a chi no. L’importante è che non ci siano rimpianti. Ed in questo tuo racconto, bellissimo, ne respiro parecchi.
È vero quello che dici. Il mio racconto respira il rimpianto di situazioni irrisolte. Siamo solo persone e a volte non siamo capaci. Grazie Micol 💜
Cristiana, ho apprezzato davvero molto, nella risposta a @Nyam, le tue belle parole per la mia “cover”.
Il mio unico intento è stato quello di ricongiungere le due meravigliose metà, anche solo nel ricordo, con un disperato bisogno d’amore.
Grazie ancora.
Cara Cristiana, parto da una frase che hai scritto rispondendo ad un commento: “Ciò a cui tengo maggiormente, e questo mi capita soprattutto da lettrice, è sentirmi talmente immersa dentro una storia da uscirne a volte a pezzi…” Ecco, anch’io ci tengo particolarmente, e sono uscita da questa lettura a pezzi. Brava, bravissima. Secondo me il racconto va bene così com’è, lasciato su quel binario morto di cui parla Roberto @Altolevato, ma non sento la necessità di ‘aggiungere’ a quel che già c’è, che è tanto, tantissimo. Sarà forse una questione di diverse sensibilità, e… de gustibus et coloribus non est disputandum.
Grazie Nyam e, aggiungo, che bello uscirne a pezzi insieme a chi legge: diventa una questione di affinità e di empatia. Ciò che volevo era essenzialmente viaggiare su un binario morto (uso la tua espressione), trasmettere l’incapacità di trovarsi in un luogo e in un tempo. L’incapacità di amarsi e di trovare le risposte alle domande mai ascoltate. Quasi un senso di malessere. Aggiungo però che ho apprezzato moltissimo l’interpretazione che Roberto ha fatto del racconto, ancorandolo al tempo e al luogo. Come già dicevo in un altro commento, la stessa storia che esce da due penne diverse. Un abbraccio.
Resta in me, nonostante le parole che leggo, la netta sensazione di uno sbilanciamento. Il testo è molto ben scritto e alcuni spunti sono degni di essere portati avanti, sempre e solo per come vedo io la cosa, senza che ciò sia pretendere.
Ma non ho che la mia sensibilità a guidarmi, come ognuno la propria. Per me, così lasciati restiamo a un binario morto.Si può condividere l’amore, la passione, perfino il dolore. In definitiva, io che leggo ho bisogno di aggrapparmi a un’emozione: la nostalgia magari, pur coscienti che tutto è finito.
Qui mi è stato tolto perfino il ricordo.
Da cui l’esigenza che ho avvertito di un apporto: il sentimento. Forse, sarei magari riuscito anche a comprendere grazie a quali contorte dinamiche si sia giunti, con tutte queste porte aperte, a restare fuori. Perché l’intransigenza, sempre che di intransigenza si tratti, non basta e non dice né chi né cosa, semmai smaschera menzogne. Prego però Cristiana di interpretare questo ultimo termine come lo intendo nel contesto e come lei stessa, mi sembra, lo fa intendere: spesso verità e menzogna coesistono e, anzi, si scambiano i ruoli.
Un po’ come i cattivi, che poi così cattivi non sono mai (lo diceva Loredana, lo ripeto io invitando a meditarci su).
Ma il gradimento dei lettori resta infine quello che conta. Quindi faccio un passo indietro, anche due, sperando comunque di essere riuscito a far passare una qualche considerazione su cui riflettere, confidando che resti.
Racconto molto maturo. Apprezzo molto il tuo stile che, se posso permettermi, ha davvero raggiunto un livello molto alto a mio avviso
Quando arriva un complimento da una penna così “stilosa” come la tua, la giornata si raddrizza. Grazie Stefano!
Mi piace quando questa autrice rivolge, finalmente, il proprio sguardo verso l’interno. Sarà un mio limite, non so, ma ho sempre creduto che l’Universo si espanda dentro più che fuori.
Il mio aggettivo: incompleto. Che tutto significa fuorché “scarso”. Anzi… !
Ma il cerchio qui non solo è spezzato, per me non arriva neanche a metà. Lo spunto è ottimo ma manca, e troppo, il dialogo. Per me, almeno.
Non pretendo di avere ragione quindi chiudo con due domande semplici. Conosciamo la sensibilità di Cristiana e lei vorrà darmi una risposta. La seconda è rivolta ai lettori.
Prima questione:
«Ti ho aperto la porta e non sei entrato».
«Ti ho aperto le porte e non sei entrata».
Per me qui si nasconde il cuore del dubbio. Da dove parte, dove può arrivare. C’è una differenza.
Invece alle lettrici, ai lettori chiedo: ma è una mia impressione o qui c’è bisogno di un/una “sparring partner” che, penna alla mano, si agganci all’ultima parola del testo e vada avanti, magari con un dialogo, magari proponendo un’altra via?
Però siccome so che la mia fantasia a volte galoppa troppo veloce, per adesso mi limito a esprimere questa mia ‘pazza idea’ e la lascio qui così, in balia delle onde.
A Cristiana dico che non tutto è scritto ma quello che c’è mi sembra promettente. Non può finire così.
Parto rispondendo alla domanda che mi compete, mettendo le mani avanti qualora la risposta non fosse chiaramente espressa o non venisse colta. Motivo per il quale, magari ci riserviamo un ulteriore confronto. Non c’è errore di numero, la scelta è voluta. Le due frasi sono speculari, gli amanti si dicono (forse rinfacciano?) la medesima cosa. Dal punto di vista di lei, la porta aperta è quella da cui si passa e solamente da quella. Certamente limitante come offerta, ma quella più sicura. Dal punto di vista di lui, le porte aperte sono diverse, diverse le possibilità offerte che lei non ha saputo cogliere. Ho immaginato che lei si sentisse confusa, che forse avrebbe preferito un’unica porta lasciata aperta da cui entrare. È chiaro che parlo di punti di vista che ho immaginato nella mia libertà di espressione e contaminati certamente dalla mia natura femminile.
Apprezzo il tuo invito a un maggiore utilizzo dei dialoghi, che è da sempre la mia pecca. In questo specifico caso, trattandosi di una sorta di sogno, mi piaceva che le frasi dette fossero brevi e sospese. A tratti, la scelta di non esplicitare il soggetto, dipende dal fatto che la medesima frase potrebbe essere pronunciata da ciascuno dei due protagonisti. Mi è piaciuto anche immaginare che le parole fossero dette in parte con il cuore, con l’animo, magari con un semplice sguardo.
Colgo bene la tua ultima frase e la faccio mia. Grazie Roberto per il tuo prezioso commento.
Faccio partire il mio commento dalla risposta che Roberto chiede a noi che leggiamo. Io non la vedo la necessità di continuare. È vero, i può andare avanti, come tu suggerisci, e si può tornare indietro, magari attraverso un flashback. Ci si ferma lì però perché mi sembra logico rispetto alla trama. È tutto in sospeso, tutto incerto fin dal titolo. In questo racconto sembra trionfare l’incomprensione, è più forte di ogni altro sentimento. Lo si nota proprio lì dove ti sei soffermato:
“Ti ho aperto la porta e non sei entrato”
“Ti ho aperto le porte e non sei entrata”.
Incomprensione, e intransigenza direi. È proprio l’immagine di una comunicazione reciproca ma senza alcun feedback.
Cristiana ci dà altri segnali di questa incomprensione: due persone che non si sono “mai viste”, incapaci dunque di provare a mettersi, anche solo un po’, l’una nei panni dell’altra. Avrebbero potuto: “sembrava che potessero parlare con altro che la loro voce”. Non lo hanno fatto per colpa di entrambi, sordi e ciechi, spinti solo dalla passione (la casa costruita troppo in fretta).
“Vuoi entrare?” La risposta non è sì o no, ma “non posso”.
“Dov’eri prima?” Pensando a quanto la mia vita è cambiata in nove anni forse risponderei anch’io “non me lo ricordo” …mentendo.
Non sfugge che il personaggio più scavato tra i due é lui, e qui giro la palla a Cristiana.
Rispondo a Francesco seguendo questa linea (Roberto mi scuserà di certo).
Hai utilizzato due sostantivi molto forti per misurare il rapporto che ho voluto descrivere: incomprensione e intransigenza. Faccio un passo in più. Un amore giovanile ha moltissime attenuanti, inutile elencarle. Ad un certo punto della vita però tutto cambia. Quando si è un po’ più grandicelli, cambia la percezione che si ha di sé e si è certamente meno disposti a scendere a compromessi per gli altri. Chiaro è che il punto di partenza spesso è proprio la famosa “fiamma”, ma cambia profondamente la consapevolezza dei propri limiti o anche solamente di quello che siamo diventati, magari a fatica. Ci ritroviamo spesso radicati ciascuno nelle proprie posizioni. E chi allora è più disposto a cambiare? Spesso nessuno dei due. Ecco perché, mio malgrado, trovo che siano molto calzanti sostantivi che hai voluto utilizzare tu.
È anche vero il fatto che il personaggio più scavato è quello maschile, lo ammetto. Proprio perché è l’universo che conosco meno per ovvie ragioni, mi piace provare a girare il punto di vista e guardarmi come sarei guardata. Soprattutto in un rapporto a due dove si rischia di distorcere le percezioni. Non è stato facile e non so quanto l’esperimento mi sia riuscito, ma le voci, anche se appaiono simili, escono da “bocche” profondamente diverse. Grazie Francesco per il tuo prezioso contributo che diventa per me motivo di ulteriore riflessione.
Wow Cristiana, un racconto fine, elegante e poetico senza esagerare. Coinvolgente al punto da riuscire a farti trasportare lì, fisicamente ed emotivamente. Complimenti.
Ciò a cui tengo maggiormente, e questo mi capita soprattutto da lettrice, è sentirmi talmente immersa dentro una storia da uscirne a volte a pezzi, altre euforica, l’importante per me è sentirmi sempre emotivamente coinvolta. Se poi, quando qualcuno mi legge, prova anche in minima parte la medesima sensazione, allora è veramente splendido! Grazie Carlo anche per gli aggettivi che hai usato per definire il mio racconto. Per me è molto importante. Un abbraccio
Ciao Cristiana, quante belle sensazioni, leggendo questo tuo ultimo racconto. In alcune parti e` stato come se leggessi una storia poetica, in versi sciolti. In altri punti ho visualizzato un quadro o una foto d’ altri tempi che mi ha suscitato ricordi e nostalgia. E ho percepito, in tutto il racconto, un sentimento profondo, tenero e forte, di un amore grande.
Il sentimento forte è sicuramente alla base di questo racconto/sogno che cerca nel fondo e prova a tirare fuori da dentro ciò che non vorrebbe uscire. Vuole essere anche evocativo e per questo ho cercato di lavorare per immagini, cosa che amo particolarmente. Ti ringrazio per aver usato l’aggettivo “poetica” per questa piccola storia. Non è stato facile. Un abbraccio
Molto bello come racconto, Cristiana. Intelligenza e finezza creativa per un passo a due così coinvolgente.
Mi piace molto l’accenno che fai al passo a due. Perché in fondo è vero: l’amore, qualunque sia la sua forma, è qualcosa che bisognerebbe cercare di non danzare mai da soli. O almeno provarci. In questo breve racconto volevo che il punto di vista fosse quello di entrambi i protagonisti. Che nessuno dei due si prendesse onori o colpe (ammesso che le colpe esistano). Volevo che fossero capaci di danzare ancora un po’ insieme, almeno sul ritmo delle parole. Grazie Cinzia!
Ehi, che bel pezzo Cristiana. L’ho letto ascoltandolo. È uno di quei racconti che si lascia ascoltare, ricco di movimenti del tempo, prima e dopo, andato e presente, ciò che non torna e le nuove possibilità. Mi ha fatto stare bene dato che tornare indietro su quella bicicletta, ri-guardarsi, permette forse nuove chances.
Se mi dici che hai letto qualcosa di mio ascoltando, come nel tuo caso, oppure guardando o forse ancora odorando o toccando, non puoi che farmi il complimento più grande. Perché mi capita di scrivere con i sensi accesi e se qualcuno, leggendo, lo coglie, allora significa che le anime sono entrate in contatto. Inutile poi ribadire che un complimento da parte tua mi gratifica sempre molto. Grazie ancora.
L’aggettivo che mi viene in mente è: onirico. Mi ha dato da pensare, questo librick
Ti ringrazio Kenji. Onirico va bene perché a volte sogni e realtà si confondono talmente che, se non facciamo attenzione, perdiamo il senso di dove ci troviamo veramente.