Dovremo parlare
Serie: La parte che spetta
- Episodio 1: La donna in fondo alla chiesa
- Episodio 2: Dovremo parlare
STAGIONE 1
Marta non sente le prime parole del parroco. Per qualche secondo la voce arriva dall’altare come un suono separato dalle frasi, mentre lei continua a guardare verso il fondo della chiesa e cerca di sovrapporre quella donna alla madre che ricorda.
Non funziona.
Adriana, nella sua memoria, ha quarant’anni. Porta i capelli più lunghi, fuma vicino alla finestra della cucina, infila gli orecchini davanti allo specchio mentre dice a Clara di controllare che Marta abbia preso il quaderno di matematica. Quella donna ne ha quasi settanta e il tempo le ha cambiato il viso senza cancellarlo. È più magra. Le guance hanno perso volume, la bocca sembra più netta. Soltanto gli occhi sono identici.
Marta distoglie lo sguardo.
Clara tiene le mani intrecciate sulle ginocchia. Non si muove, ma il pollice destro preme con tale forza contro quello sinistro che l’unghia è diventata bianca.
Marta si avvicina appena.
«Lo sapevi?»
Clara continua a guardare l’altare.
«No.»
La risposta è così bassa che Marta quasi non la sente.
«Chi l’ha avvertita?»
«Non io.»
Il parroco pronuncia il nome di Vittorio. Clara raddrizza la schiena e Marta riconosce il segnale: per sua sorella la conversazione è chiusa.
Syren è seduta dall’altro lato di Clara. Ha abbassato gli occhi. Se si è accorta della presenza di Adriana, non lo mostra. Marta vorrebbe capire se qualcuno le abbia spiegato chi sia quella donna in fondo alla chiesa, oppure se debba essere lei a farlo. Poi le viene in mente una possibilità ancora peggiore: forse Syren sa perfettamente chi è.
Marta conosce soltanto ciò che suo padre ha scelto di raccontarle di quel periodo precedente. Adriana se n’era andata: per Vittorio, fine della storia. Nessun divorzio discusso a tavola, nessuna telefonata ascoltata per sbaglio, nessuna cartolina. A un certo punto la madre aveva smesso di esistere nella casa, e Vittorio aveva trattato la sua assenza come un fatto definitivo. Marta aveva imparato a fare lo stesso, o almeno così credeva.
Quando arriva il momento delle letture, Giorgio Malvezzi si alza dalla seconda fila. La voce trema sulle prime righe, poi ritrova la solidità ruvida che Marta ricorda dalle cene di quando era bambina. Vittorio avrebbe odiato sentirlo commuoversi. Probabilmente avrebbe fatto una battuta per impedirglielo.
Marta pensa che dovrebbe piangere, ma non succede.
Ha pianto la notte della telefonata, in cucina, seduta sul pavimento mentre Inés preparava due bicchieri d’acqua senza chiederle niente. Da allora il dolore si è trasformato in qualcosa di pratico: biglietti aerei, vestiti neri, telefonate, la serratura della casa paterna che si apre ancora con la stessa chiave.
Il funerale appartiene a Clara. Persino il lutto sembra avere trovato una gerarchia.
Poi Marta sente qualcuno sedersi dietro di loro.
Non ha bisogno di voltarsi.
Un profumo leggerissimo, quasi asciutto, attraversa lo spazio tra le panche. Non lo riconosce davvero; riconosce il fatto di averlo riconosciuto.
Adriana si è avvicinata.
Marta guarda davanti a sé con tale ostinazione che comincia a distinguere una crepa sottile nell’intonaco dietro l’altare.
Clara non si muove.
Syren sì.
Si volta quanto basta per vedere chi si sia seduto. Il viso cambia per un istante, non abbastanza perché Marta sappia dare un nome a ciò che vede. Sorpresa, forse. O comprensione.
Poi Syren torna a guardare l’altare. Dunque non lo sapeva, e la certezza procura a Marta un sollievo piccolo e vergognoso.
Durante la comunione Adriana rimane seduta. Marta la vede con la coda dell’occhio mentre gli altri avanzano lungo la navata. Qualcuno l’ha riconosciuta: due donne più anziane bisbigliano, un uomo si volta due volte.
Quasi trent’anni possono cancellare una persona da una famiglia, non necessariamente da una città.
Alla fine della funzione Clara si alza per prima.
«Andiamo.»
Marta la guarda. «Dove?»
«Fuori. Dobbiamo ricevere le condoglianze.»
Certo. Il padre è morto, la madre è ricomparsa e ci sono persone da mettere in fila.
Marta vorrebbe dirglielo, ma si accorge che Clara sta evitando deliberatamente di guardare alle loro spalle. Per la prima volta da quando è arrivata la sera precedente, la vede non sapere cosa fare.
La segue.
Sul sagrato la pioggia è diventata più fitta. Due dipendenti aprono grandi ombrelli neri e le persone escono, stringendo mani, pronunciando frasi che Marta dimentica subito.
Syren resta accanto a loro per qualche minuto, poi raggiunge alcuni amici di Vittorio.
Adriana esce per ultima.
Nessuno la accompagna.
Si ferma sotto il portico, a pochi metri dalle figlie. Marta sente Clara trattenere il respiro per un istante e subito dopo riprendere come se niente fosse.
Adriana osserva prima lei, poi Marta.
Non sorride.
«Clara.»
La voce è diversa da come Marta la ricordava, più bassa, ma il modo in cui pronuncia il nome è identico.
Clara non risponde.
Adriana sposta gli occhi sulla figlia minore.
«Marta.»
Questa volta Marta sente il proprio nome arrivarle addosso con tutti gli anni che ci sono in mezzo.
«Non chiamarmi così come se ci fossimo viste ieri.»
Adriana sostiene il suo sguardo.
«Come dovrei chiamarti?»
Marta sente Clara voltarsi verso di lei, ma non le importa.
«Non dovresti chiamarmi affatto.»
Per la prima volta qualcosa attraversa il viso della madre. Non dolore. Forse irritazione, forse soltanto stanchezza.
«Sono venuta per vostro padre.»
Clara finalmente parla.
«Allora hai fatto quello che dovevi.»
Adriana la guarda.
«Dovremo parlare.»
Clara stringe la mano attorno al manico dell’ombrello che uno degli addetti le ha appena passato.
«No.»
La madre inclina appena il capo.
Quel gesto, di nuovo.
«Sì», dice. «Dovremo.»
Poi scende i gradini e si allontana sotto la pioggia senza voltarsi.
Marta la segue con gli occhi finché non raggiunge una macchina parcheggiata poco oltre il cancello. Quando torna a guardare Clara, sua sorella ha già ripreso a stringere mani, come se nulla fosse successo.
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